Gio. Giu 20th, 2019

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Inserto di SalernoSera

Separarsi addolora: Moretti, la madre e la vita che va

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di Luigi Zampoli

Margherita Buy e Nanni Moretti

di Luigi Zampoli
Margherita Buy e Nanni Moretti
Margherita Buy e Nanni Moretti

Margherita Buy e Nanni Moretti, ma anche Margherita Buy è Nanni Moretti. Dalla congiunzione al verbo il risultato non cambia.

Il dolore privato di qualche anno fa di Moretti, la morte della madre, si riversa nel suo ultimo film, “Mia Madre” ed è lo spunto da cui sgorga una rappresentazione dell’animo umano e del suo agire esterno di fronte alla progressiva scena del dolore e della morte. Una madre, Ada, la superba Giulia Lazzarini, ricoverata in ospedale in fin di vita, è la figura centrale tra i due poli opposti di una famiglia scompaginata dal dolore: la figlia Margherita, regista di film d’impegno sociale ed il figlio Giovanni, ingegnere in aspettativa. Ada, pur sofferente e morente, non abdica al suo ruolo familiare, soprattutto nei confronti della nipote cui insegna il latino fino all’ultimo giorno e di cui custodisce segreti che neanche la madre Margherita, così presa dal lavoro, conosce. Vive il suo dramma con ironia e toni a volte sarcastici che le conferiscono un volto sereno nella sofferenza. È una madre che fa i capricci in punto di morte perché si diverte, che fa da contraltare ad una complicità familiare, forzata dall’angoscia e fatta di tensioni espresse e soffocate, tra Margherita, la Buy, e Giovanni, interpretato da Moretti. Due modi diversi di reagire al dolore, quando il dolore stesso diventa l’unica condizione reale dell’esistenza; il dolore che assorbe tutto, famiglia, figli, amici, lavoro. Margherita continua quasi straniata a fare il suo lavoro di regista, tra difficoltà, crisi ed incomprensioni. Giovanni si chiude, si dimette da ogni relazione sociale, lascia il lavoro d’ingegnere, rifiuta ogni altra dimensione che non sia quella di una sedia accanto al lettino in una camera d’ospedale.

Margherita e Giovanni sono i due risvolti di un lutto che si compone inesorabilmente sotto i loro occhi; la prima è nevrotica, agitata, ansiosa tra lavoro e famiglia con un film ed una figlia adolescente da seguire nelle rispettive crescite e qui sembra di rivedere il narcisismo proverbiale di morettiana memoria. La Buy si disimpegna bene nel portare in scena la dilatazione dell’ego tra scatti d’ira e crolli nervosi, ricorrenti espressioni dell’“io” cinematografico di Moretti che, invece, stavolta, fa ben più di un passo indietro con il suo personaggio (dà senso compiuto all’espressione ricorrente nel film “l’attore che sta accanto al personaggio”). Giovanni è sobrio, misurato, molto buon senso distillato in poche battute; il film ci consegna un Moretti con un abito recitativo inedito, già in parte intravisto in “Habemus Papam”, un uomo medio che mantiene in equilibrio la sorella lungo un percorso scandito dall’imminenza di un dolore certo, inevitabile.

Le opposte variazioni sul tema della cognizione del dolore: l’intreccio del film è dato dai punti di vista emotivi dei due fratelli, Margherita e Giovanni; sono i depositari del dolore, la madre ne è l’artefice involontaria, ma in fondo è spettatrice esterna, vuole liberarsi da quella condizione per liberare, di riflesso, i figli stessi da quella prostrazione. È il senso della scena che la vede uscire in vestaglia dell’ospedale per lasciarsi tutto alle spalle; spesso i malati terminali esprimono una sorta di abbandono cinico, un fastidio e disgusto per il circo di persone che si alternano al capezzale. Vogliono solo divincolarsi dal giogo della malattia per il bene di se stessi e degli altri, sollevarsi dal pensiero della morte andandole incontro. La Lazzarini sublima questo stato d’animo con l’unico registro recitativo possibile.

C’è, poi, John Turturro, che regala i momenti d’ilarità del film, ma sembra del tutto disarticolato rispetto al mood complessivo della storia. Rimangono impresse due scene cruciali; la prima, all’uscita del cinema Capranichetta a Roma da cui si snoda una fila immaginaria da cui fanno capolino le persone della vita di Margherita, amici, parenti, la visione di sua madre in salute, gli incoraggiamenti del fratello Giovanni e se stessa da giovane alle prese con il fidanzato. Un momento onirico, come ce ne sono altri nel film e come lo è l’ultima scena quando la figlia chiede alla madre a cosa stia pensando e lei con rassegnata nonchalance risponde “A domani”.

 

 

 

 

 

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