Dom. Lug 21st, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Serviva una zingarata per salvare l’inaffidabile sistema-calcio

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Il povero, vecchio, mal(and)ato mondo del calcio non ha nemmeno più un briciolo di fantasia. Certo, la Commissione Disciplinare avrebbe dovuto fornirsi anche di una buona dose di coraggio e soprattutto di un’indistruttibile vocazione alle prese in giro per passare dalla grande farsa alla grande burla. Purtroppo, il presidente della Commissione, Sergio Artico – definito dai più glaciale”, roba da oscar per la banalità - Artico, dicevo, non è lontano parente del conte Lello Mascetti, alias Ugo Tognazzi, nell’irripetibile film “Amici miei” di Mario Monicelli, su soggetto di Pietro Germi. E così dal cilindro per niente magico della giustizia sportiva è venuto fuori l’immancabile spelacchiato coniglio: Antonio Conte condannato, Bonucci e Pepe assolti. In pratica, la sentenza sputata già da due giorni da parte di molte gazzette del Belpaese. Nessuna sorpresa, dunque. Tutto piatto, irrimediabilmente piatto.

Foto: professionecalcio.net

di Enzo Casciello

Foto: professionecalcio.net

Il povero, vecchio, mal(and)ato mondo del calcio non ha nemmeno più un briciolo di fantasia. Certo, la Commissione Disciplinare avrebbe dovuto fornirsi anche di una buona dose di coraggio e soprattutto di un’indistruttibile vocazione alle prese in giro per passare dalla grande farsa alla grande burla.
Purtroppo, il presidente della Commissione, Sergio Artico – definito dai più “glaciale” – roba da oscar per la banalità – Artico, dicevo, non è lontano parente del conte Lello Mascetti, alias Ugo Tognazzi, nell’irripetibile film “Amici miei” di Mario Monicelli, su soggetto di Pietro Germi.
E così dal cilindro per niente magico della giustizia sportiva è venuto fuori l’immancabile spelacchiato coniglio: Antonio Conte condannato, Bonucci e Pepe assolti. In pratica, la sentenza sputata già da due giorni da parte di molte gazzette del Belpaese. Nessuna sorpresa, dunque. Tutto piatto, irrimediabilmente piatto.
Addio all’agognata supercazzola, nemmeno una bozza di zingarata. Al posto dei signori giudici, l’allegra banda di “Amici miei” avrebbe sicuramente confezionato una sentenza all’incontrario: Conte assolto, Bonucci e Pepe condannati. Ecco la grande burla, il gusto di sparigliare le carte e dimostrare – una tantum – che nelle redazioni dei giornali non si anticipano le sentenze. L’irriverenza è al di fuori degli obsoleti schemi che ispirano i padroncini del vapore.
I verdetti fin qui emessi sul calcio scommesse sono la pietra tombale del sistema calcio: un po’ di foto sulla lapide, qualche frase di circostanza tanto cara ai parrucconi della Federcalcio, e amen all’intero movimento.
Non è certo per un impeto di catastrofismo alla Ginettaccio Bartali – “l’è tutto da rifare”, ricordate? – che si agita una corrente di pensiero per una totale rivisitazione delle regole e per un concreto rinnovamento/ringiovanimento delle alte sfere burocratiche.
La credibilità del dio pallone è ai minimi storici, da quando la giustizia sportiva si è ritrovata al cospetto di fattispecie giuridiche ben più impegnative di una rituale squalifica per gioco scorretto. Dal 2006 in poi, anno di Calciopoli, le crepe hanno assunto proporzioni rilevanti. La gestione complessiva del mondo del calcio si è notevolmente complicato non solo per le sostenute carenze di chi da Calciopoli è stato visibilmente penalizzato.
Sulla spartizione dei diritti televisivi ci si è quasi sempre accapigliati ed in genere su molte disposizioni si è registrata un’approssimazione di fondo. Ma è nell’ambito della giustizia che il sistema ha vacillato e continua pericolosamente a farlo.
Il calcio rivendica l’autonomia del proprio ordinamento, necessaria per assumere decisioni in tempi brevi che non intralcino il normale flusso dei campionati. Questa legittima esigenza non può consentire il superamento di principi, addirittura costituzionali: si pensi alla mancata ricusazione della Disciplinare dopo il rifiuto della pena concordata a Conte, che sono dei capisaldi di ogni civiltà giuridica. E se l’istituto della responsabilità oggettiva delle società appare ormai superato, come altri (onere della prova capovolto rispetto alle prassi statuali), è purtroppo vero che sono gli attori su questo immenso palcoscenico ad aver fatto il loro tempo.
Senza nulla togliere alla professionalità dei responsabili degli uffici nella vasta gerarchia della Figc, peraltro ingaggiati non per titoli ed esami o con sommarie valutazioni dei curricula, è il caso di ricordare che le dimissioni sono una via di fuga dignitosa. In seno alla Figc sono ridotte al rango di illustre sconosciute. Ora vengono richieste, anche da ambienti giornalistici normalmente sensibili al giustizialismo, per Stefano Palazzi (foto), il magistrato militare a capo della Procura della Figc.
Palazzi ha già pilotato con alterna fortuna l’accusa nel processo a Calciopoli. Il suo lavoro è strettamente correlato agli esiti delle indagini condotte dalle Procure della Repubblica, per i casi in cui scatta l’azione penale. Ha un compito improprio, niente da dire. Il magistrato napoletano è inciampato di brutto quando la lentezza (scientifica?) del suo lavoro ha permesso all’Inter di scivolare nella prescrizione e salvarsi dagli illeciti ravvisati dallo stesso Palazzi.
E’ stato quindi l’emblema di una certa giustizia ad orologeria o troppo politicamente ispirata, del tipo di quella che nel 2006 inflisse al Milan una chirurgica penalizzazione, tale da non compromettere la partecipazione ai preliminari di Champion’s League, trofeo poi regolarmente vinto dal club di Berlusconi.
Con Scommessopoli Palazzi è definitivamente nell’occhio del ciclone. Le contestazioni dei difensori degli imputati fanno parte del gioco. La vera bocciatuta gliel’ha rifilata la Disciplinare: prima gli ha rigettato il patteggiamento per Conte e poi gli ha smontato l’impianto accusatorio nei confronti di Bonucci e Pepe, pietosamente inseguiti da Palazzi affinché accettassero una qualsiasi pena concordata….
Se non ci si dimette ora, quando? Palazzo è difeso a spada tratta da Giancarlo Abete, incollato come nessuno alla poltrona di presidente della Federcalcio. Abete è strenuo assertore dell’etica (“non si prescrive”, disse più volte), ma molto poco eticamente corretto si dichiara incompetente, lui e gli organismi del quartierino, quando si tratta di assumere decisioni molto forti (revoca dello scudetto di cartone all’Inter).
I guasti del movimento calcistico non possono non essere addebitati a lui, che è il presidente della più importante federazione del Coni, guidato da Giovanni Petrucci, altro inamovibile. Nessuno di questi due mostra segnali di cedimento, nonostante tutto…
Con ammirevole convinzione coprono i loro tanti sottoposti, molti addestrati nelle più antiche furerie.
Tra questi continua a distinguersi Mario Macalli, presidente della Lega Pro, la vecchia e cara serie C. Macalli presiede un numero di club che ogni anni si assottiglia sempre più. Le cause? Di sicuro la crisi economica generale, poi l’incapacità di molti presidenti di società, quindi le indiscutibili difficoltà ambientali che sollecitano o impediscono investimenti di imprenditori seri, ma anche e soprattutto la cecità delle direttive impartite dalla stanza dei bottoni.
La Lega Pro che si avvierà il 2 settembre è un pastrocchio di dimensioni insostenibili. Gironi monchi e formati con il tramontato criterio della divisione orizzontale dell’Italia. Risultato? Club vicini allo sfascio accreditati disinvoltamente, altri, probabilmente virtuosi, tenuti in categoria inferiore in omaggio a norme improvvisamente rispettate, una serie di derby che inevitabilmente si giocheranno a porte chiuse.
Alla presentazione dei calendari di Lega Pro Abete ha pontificato riferendosi agli incidenti registrati per Nocerina-Paganese (Coppa Italia, disputata senza pubblico!): “Di questi incidenti non avvertiamo l’esigenza”. Celestiale. Ma si avvertono altre esigenze. Che a farvi da parte siate un po’ di voi.

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