Servizi segreti italiani: storia con tante ombre e poche luci

Servizi segreti italiani: storia con tante ombre e poche luci
di Barbara Ruggiero

La storia dei servizi segreti italiani scritta da una donna, docente e analista di intelligence. Un viaggio in un mondo spesso sconosciuto, a tratti affascinante e mai troppo approfondito. Si chiama “Storia dei servizi segreti italiani” il libro di Antonella Colonna Vilasi (foto), che è in uscita per Città del Sole edizioni.
Si tratta di un volume che, oltre a raccogliere i fatti storici, liberi da ogni tipo di valutazione ideologica e politica, riporta anche interviste a ex direttori dei servizi segreti italiani che si raccontano, superando l’obbligo che viene solitamente loro imposto di riservatezza e di silenzio.
Un viaggio nella realtà dei servizi segreti italiani, lontani dalle fiction e dalle immagini di fantasia e vicino alla storia concreta di coloro che, per definizione, operano per la salvaguardia degli interessi nazionali con il loro operato coperto dal segreto di Stato. Si tratta anche di un excursus che consente di constatare come sia cambiato il ruolo dei servizi segreti nella nostra nazione con il passare del tempo.
La storia dei servizi segreti in Italia affonda le proprie radici nel 1949, con la nascita del Sifar (Servizio Informazioni Forze Armate) che viene fondato sulle ceneri del Sim, il vecchio servizio di informazioni militari che fu creato nel periodo del regime fascista.
Il primo direttore del Sifar è il generale di brigata Giovanni Carlo Del Re che resta in carica per tre anni. Sarà sostituito nel 1951 da Umberto Broccoli, che darà vita a Gladio, la struttura paramilitare promossa nel periodo della guerra fredda che rappresenta un tassello importante nella storia della repubblica italiana: una struttura paramilitare promossa dalla Nato per contrastare un eventuale attacco delle forze del Patto di Varsavia ai Paesi dell’Europa occidentale. Broccoli un anno e mezzo dopo fu sostituito a sua volta dal generale Ettore Musco.
 Musco, che nel 1947 aveva formato l’AIL, Armata Italiana per la Libertà, una formazione militare, sostenuta economicamente e militarmente dagli alleati, incaricata di vigilare su un’eventuale insurrezione comunista, acquistò i terreni di Capo Marrargiu, in Sardegna, la base di Gladio.
Storicamente, poi, con l’ascesa al vertice del Sifar del generale Giovanni De Lorenzo, i servizi segreti italiani cominciano a giocare un ruolo anche sulla scena politica italiana. La nomina di De Lorenzo, nel 1956, infatti è gradita agli americani ma anche alla sinistra che per anni evidenzierà il passato del generale nella Resistenza. Sotto la sua direzione l’Italia sottoscriverà un patto redatto dalla Cia e denominato “Demagnetize”, il cui assunto fondamentale è: «La limitazione del potere dei comunisti in Italia e in Francia è un obiettivo prioritario: deve essere raggiunto con qualsiasi mezzo».
De Lorenzo, negli anni in cui è in carica (ci resterà fino al 1962), ordina le schedature di massa: fa raccogliere oltre 157mila fascicoli, molti dei quali falsi ma ritenuti utili per attuare pressioni e ricatti. Nel momento in cui viene nominato comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, De Lorenzo riesce a mantenere il controllo del Sifar, facendo nominare al suo posto un fedelissimo, Egidio Viggiani. In quegli anni, siamo nel 1964, la formazione del secondo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro si realizzò sotto la minaccia più o meno velata di un colpo di stato: ecco il Piano Solo, passato alla storia come un progetto militare di emergenza volto ad assegnare all’Arma dei Carabinieri il potere in Italia. Nel 1965, poi, in seguito ad alcuni articoli del settimanale L’Espresso il Sifar viene sciolto. Con un decreto del Presidente della Repubblica nasce il Sid nel 1965: è il Servizio Informazioni Difesa che del Sifar mantiene personale e strutture. Il comando passa ad Eugenio Henke. Sotto la sua gestione inizia una strategia della tensione con la strage di piazza Fontana. Henke lascia il SID il 18 ottobre 1970 ed è sostituito dal gen. Vito Miceli che già dal 1969 guidava il SIOS (il servizio informazioni) dell’Esercito. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 un gruppo capeggiato dal “principe nero” Junio Valerio Borghese, ex comandante della X MAS, mette in atto un tentativo di colpo di stato, il cosiddetto Golpe Borghese, che fallì miseramente. Miceli lascerà la direzione del SID, travolto da incriminazioni che porteranno al suo arresto, riconducibili alla creazione della Rosa dei Venti, una struttura militare para-golpista. Inoltre la sua direzione fu caratterizzata con lo scontro con il capo dell’ufficio D, un fedelissimo di Andreotti, il generale Gianadelio Maletti. Gli anni della gestione Miceli sono gli anni dello stragismo in Italia: da Peteano, alla strage alla Questura di Milano, da Brescia all’Italicus.
Come De Lorenzo, anche Miceli fu eletto, dopo aver lasciato il servizio, nelle file del MSI-DN di Giorgio Almirante.
La prima riforma dei servizi segreti risale al 1977. Il PCI vi partecipa direttamente, con il contributo del senatore Ugo Pecchioli.
 Viene introdotta una figura di responsabile dell’attività dei servizi segreti di fronte al Parlamento: il Presidente del Consiglio, che si avvale della collaborazione di un consiglio interministeriale, il CESIS che ha anche un compito di coordinamento. Inoltre i servizi devono rispondere di quello che fanno ad un Comitato parlamentare.
 Ma una importante novità introdotta dalla riforma dei servizi segreti riguarda lo sdoppiamento dei servizi stessi: al SISMI (Servizio d’Informazioni per la Sicurezza Militare) il compito di occuparsi della sicurezza nei confronti dell’esterno, al SISDE (Servizio d’Informazioni per la Sicurezza Democratica) quello di vigilare all’interno.
Il SISMI è composto solo da personale militare, mentre il SISDE diventa una struttura civile, affidata alla polizia.
 Diretto dal 1974 al 1978 dall’ammiraglio Mario Casardi, il SISMI vedrà l’ascesa, nello stesso anno, del generale Giuseppe Santovito, ex collaboratore di De Lorenzo. 
La direzione del SISDE fu affidata al generale dei carabinieri Giulio Grassini.
 Il primo scandalo dei servizi riformati è quello della Loggia P2. I nomi di tutti i vertici dei servizi segreti sono compresi nella famosa lista del maestro venerabile Licio Gelli, scoperta il 17 marzo 1981 dai magistrati milanesi che indagano su Sindona. Nel 1984 è nominato al vertice del SISMI l’ammiraglio Fulvio Martini, che sarà ricordato come rinnovatore. Resterà in carica fino al febbraio del 1991 quando, assieme al suo capo di stato maggiore, il generale Paolo Inzerilli, finirà travolto dalla vicenda di Gladio.
 Al Sisde si succederanno i prefetti Vincenzo Parisi (1984-1987), che diventerà capo della polizia e Riccardo Malpica (1987-1991), che sarà condannato per lo scandalo dei fondi neri del SISDE.

Di seguito un brano tratto dal libro di Antonella Colonna Vilasi

6.1 Terrorismo e politica all’inizio del nuovo millennio

In Italia il 2001 fu un anno di avvicendamenti ai vertici dei servizi segreti. Nel 2000, come successore di Francesco Berardino alla guida del CESIS, subentrò Fernando Masone (che a sua volta fu rimpiazzato nel 2003 dal prefetto Emilio Del Mese).
In seguito agli attentati dell’11 settembre il governo Berlusconi operò due nomine cruciali. Il 1 ottobre 2001 fu designato capo del SISDE il generale Mario Mori, che rinnovò i quadri del servizio attingendo sia dai ROS, che lui stesso aveva fondato, sia dalla DIGOS. Il generale godeva inoltre di una grande stima nell’arco delle forze politiche. Il 27 settembre 2001 fu nominato capo del SISMI il generale della Guardia di finanza Nicolò Pollari, professore di diritto tributario e quindi estraneo ai ranghi del servizio, anch’egli persona assai stimata.
Nel gennaio 2003 il presidente americano Bush dichiarò agli Stati Uniti di aver appreso dal governo inglese che Saddam Hussein aveva cercato di acquisire cospicue quantità di uranio dall’Africa, allo scopo di preparare tecnologie nucleari belliche. Questa fu la motivazione principale addotta come casus belli per l’inizio dell’invasione dell’Iraq nel marzo successivo.
Lo scandalo Nigergate esplose negli Stati Uniti nel luglio 2003, quando l’ex ambasciatore americano in Gabon, Joseph Wilson, accusò in un’intervista il governo americano di aver deciso l’attacco all’Iraq basandosi su prove infondate. Wilson stesso era stato inviato in Niger per verificare che le informazioni su una trattativa tra Saddam e gli africani per la compravendita di uranio fossero esatte. Tuttavia la sua indagine si era conclusa con un risultato negativo.
Fu un’inchiesta del 2004 condotta dai giornali inglesi a mettere in luce le presunte origini della documentazione incriminata. Se ne faceva risalire l’ideazione a un ex carabiniere italiano, Rocco Martino, collaboratore in passato dei servizi segreti francesi e a quel tempo freelance dello spionaggio.
Martino, servendosi della collaborazione di un amico, il colonnello Antonio Nucera, sarebbe entrato in possesso di un fascicolo artefatto sulla trattativa Niger-Saddam proveniente dall’ambasciata del Niger a Roma, tramite la segretaria della sede diplomatica, Laura Montini, e di un diplomatico interno, Zakaria Maiga. Questi avrebbero assemblato la documentazione per mero scopo di lucro. Il fascicolo sarebbe stato poco dopo sottoposto da Martino proprio all’intelligence francese che, verificatene le inesattezze e gli errori storico-politici, lo avrebbe classificato come falso.
La vicenda assunse dei contorni ancora meno chiari quando un’inchiesta de La Repubblica, nel 2005, svelò il legame tra questo dossier e le informazioni possedute dagli americani sul presunto piano nucleare dell’Iran.

Barruggi

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