Sfinge e non sfinge

“La stanza delle voci” è il titolo della mostra personale di Adriana Sgobba, che espone a Ravello dal 19 giugno al 31 ottobre 2016. Le opere della pittrice pugliese, che da anni vive a Cava de’ Tirreni, sono esposte presso l’atrio dell’Albergo Parsifal in Viale Gioacchino D’Anna (Piazza Fontana). L’artista, recensita dai maggiori critici d’arte e scrittori italiani (da Rea a Mele, a Barbieri, a Schettini, Girace, Pomilio), è presentata dal poeta e scrittore Rino Mele. Qui di seguito lo scritto di Mele che apre l’elegante catalogo. 

di Rino Mele
Il critico Rino Mele
Il critico Rino Mele

“Disegno sempre una donna. Il suo corpo, poi un giardino, le case, una città”. Sembra dirle a se stessa queste parole, Adriana Sgobba, mentre guarda un suo quadro, che poi ripone lontano quasi tirandolo da uno specchio, con un gesto di affettuoso rifiuto, come le madri che prendono ciò che negano. Poco dopo ha già ripreso a lavorare, i tratti veloci della mano, un disegno che si trasforma in acquerello e diventa dinamica vita: un gatto tenuto tra le braccia di una donna (lui guarda davanti a sé come sognasse la preda, lei è il sogno che il gatto non sa di attraversare). Il gatto è nero con riflessi caldi, la donna sa il mistero della generazione, si mostra e precipita in quell’assenza, il rifiuto della parola, l’astrazione. I lavori presentati in questa mostra, dal titolo fiorito come un enigma, “I luoghi delle parole”, ruotano tutti intorno a un asse, come rincorrendo un punto che li precede, il corpo di donna che la riconduce alla madre e da cui ogni cosa – anche il dolore si può spiegare – quel corpo che

lei disegna sempre al centro della scena del quadro come aspettasse un risarcimento dal tempo che non c’è più. Le sue donne anatomicamente imperfette nella loro pienezza fanno pensare alla prospettiva stretta con cui un bambino, ancora lontano dal linguaggio vede sua madre, le braccia che s’incurvano e non rispettano le proporzioni degli arti se non per evidenziarne la prensile dolcezza, la violenza dolce degli abbracci, i baci che diluviano la paura e l’allontanano. I quindici quadri di questa mostra hanno una comune origine, appartengono alla fine del 2015, alcuni di essi trattengono la luce di una presenza felina, un cane che lei amava, un Aski, misterioso come la neve delle sue origini, che la vecchiaia aveva consunto e distrutto come un ponte rovinato nel suo fiume. Nei suoi lavori, il suo Lucky sembra ancora saltare, inerpicarsi nel vuoto, girare intorno ai segni di vota che Sgobba ama, e che ricostruiscono incessantemente quel corpo materno che per lei significa l’anima piccola del mondo. Inizia i suoi disegni al centro del foglio in alto, un volto, che subito abbandona per il richiamo del corpo che le sue dita inseguono.

La pittrice Adriana Sgobba
La pittrice Adriana Sgobba

È un continuo non-finito che si completa e lascia nuovi spazi alla costruzione che il foglio trattiene. La pittrice guarda quei corpi, ne disegna la bellezza, li compone come parti di un paesaggio, la richiesta progressivamente elusa di un discorso. Adriana Sgobba disegna sempre la stessa donna, aggressivamente seducente, che ripete lo stesso enigma balbettante, un indovinello senza parole che non può essere sciolto. Sono i corpi delle madri, nel lucente luogo notturno che i sogni non riescono a chiudere, i volti privi di mistero della sfinge. A quale schema ubbidisce il lavoro pittorico di adriana sgobba? Il primo piano e la frontalità, la linea curva, una rarefatta prospettiva.               I colori gridano la voce, nascondono ciò che mostrano, come nel gioco dello specchio: è l’immagine interiore che predomina, prende il sopravvento, s’avvicina, a volte, si dirupa nel suo desiderio. Le donne di Sgobba coprono il mondo, respirano con esso. Come l’universo infantile in cui escono ed entrano le madri affaccendate a mentire il dolore, mostrare un’allegria incontaminata. La stanza s’apre (come una scatola dei doni) non puoi guardarvi dentro ma solo entrare e rimanere meravigliati. Le donne sono vestite della loro inarrivabile bellezza, non hanno memoria, non girano nemmeno il volto, il tempo è chiuso tra le loro labbra, quel sorriso che ti divora.

 

In copertina, un dipinto di Adriana Sgobba

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