Si chiama “eurocrac” l’angoscia che assale il Pentagono

Si chiama “eurocrac” l’angoscia che assale il Pentagono
di Carmelo Currò
Foto: dagospia.it

Si sta innescando una vera bomba sociale, ha dichiarato pochi giorni fa Susanna Camusso a proposito dei contratti di lavoro per gli statali a rischio di rinnovo. Potremmo assistere a veri “licenziamenti di massa”, aveva rincarato Oliviero Diliberto. Ed è possibile che le polveri si riscaldino ulteriormente quando le tredicesime in arrivo saranno per molti volatilizzate in conto Imu e bollette, senza che le famiglie possano impiegarne una parte adeguata per spese extra, regali, abbigliamento, come accadeva negli anni passati. Si può cercare quanto si vuole a spingere l’opinione pubblica verso i consumi per rivitalizzare l’economia del Paese: se dai portafogli saranno prosciugati gli introiti, ben poco dovrebbe rimanere ai contribuenti da destinare agli acquisti natalizi. Ed anche in questo caso, a languire con una buona percentuale di lavoratori e pensionati saranno commercianti e imprenditori.
Ma ai bocconiani che pare non abbiano ben studiato le curve sui grafici degli andamenti del mercato e delle tassazioni, non è ancora chiaro che per molti è stato già sfondato il tetto del limite oltre cui è impossibile spingersi per non creare allarme, inflazione, recessione e disagio. Disagio o disastro?
Mentre i nostri politici sono stati impegnati sul tema del rientro in campo di Berlusconi, sulle modalità del voto alle primarie, sulla sorte politica dei non confermati alle elezioni, e persino sulle regionali del Lazio e della Lombardia, negli Stati Uniti già da molto tempo si esaminano le possibilità di gravi disordini e rivolte nel Vecchio Continente a casa dell’ ”eurocrac”. Il Pentagono, secondo una notizia fornita da Maurizio Molinari (La Stampa, 22 dicembre 2011), da oltre un anno sta infatti studiando con i suoi maggiori esperti, gli eventuali sviluppi della situazione italiana ed europea. Le dichiarazioni ai giornalisti fatte dal generale Martin Dempsey, capo degli Stati Maggiori Congiunti, massimo grado dell’esercito statunitense e più importante consigliere militare di Barak Obama, lasciano intendere che la dirigenza americana considera i rischi di esplosione sociale in Europa perché in primo luogo essi potrebbero ripercuotersi pesantemente anche sul personale americano, per quanto riguarda gli aspetti di rivolte di piazza, del fallimento di banche con  depositi di militari, e della sospensione delle forniture di servizi essenziali alle basi.
La spaccatura dell’eurozona che già nello scorso anno sembrava un rischio inevitabile, oggi alimenta un dibattito ancora più corposo. Ad esso si possono aggiungere le inquietudini che arrivano dalla Spagna dove la secessione della regione di Barcellona non costituisce più un elemento di teoria politica ma rischia di introdurre nuove tensioni economiche e sociali, poiché l’area catalana è sempre stata considerata dagli studiosi come parte dell’Europa “interna” più sviluppata e quindi motore propulsivo della rimanente economia iberica.
Uno stato di allarme per il personale militare americano, però, costituirebbe un ulteriore colpo inferto all’economia europea e dei singoli Stati interessati, poiché il Governo di Washington sarebbe costretto a “ricollocare altrove” le risorse previste per alcuni impegni industriali militari, in primis quelli per il contestato F-35. Ma un ridimensionamento delle strutture necessarie per un personale composto da 80.000 soldati e 20.000 civili, più molti familiari al seguito, renderebbe ancora più precario anche un indotto quotidiano di piccole spese di cui sembra che i politici non sospettino neppure l’esistenza.

redazioneIconfronti

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