Ven. Lug 19th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Si gioca tra carcere e libertà la verità sul crac Amato

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Una corsa contro il tempo ma con obiettivi diversi. La Procura punta ad ottenere prima possibile il rinvio a giudizio dei 37 indagati per il crac Amato, i quattro (Mario e Paolo Del Mese, Giuseppe Amato junior e Simone Labonia) per i quali il Tribunale del Riesame ha disposto l'arresto in carcere invece che agli attuali domiciliari, sperano che i tempi si allunghino. In pratica la Procura vuole far riaprire con il rinvio a giudizio i termini, ulteriori sei mesi, per la custodia cautelare che altrimenti scadrebbero a fine dicembre e quindi potrebbero persino coincidere con la decisione della Cassazione sul ricorso presentato dai Del Mese, Amato e Labonia.
di Gigi Casciello

E con l’avviso di conclusione delle delle indagini già notificato ai 37 indagati, l’obiettivo della Procura è più che mai praticabile, sempre che la Cassazione non accolga il ricorso dei quattro per i quali è stato disposto dal Riesame la revoca dei domiciliari ed il trasferimento in carcere.
Non si tratta di semplici ed abituali contrapposizioni procedurali tra difesa ed accusa ma di una precisa ed evidente strategia della Procura che dopo aver acquisito elementi sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio per bancarotta in seguito al fallimento del Pastificio Amato e della Amato re, la società immobiliare che avrebbe dovuto realizzare il centro residenziale progettato dall’archistar Jean Nouvelle, punta ad un secondo livello.
Ma per farlo non bastano i teoremi giudiziari e le “rivelazioni” pubblicate con strano tempismo ed ancor più anomala sincronia dalla stampa locale. Ed ecco che s’intrecciano le strategie per tentare di mettere spalle al muro i principali indagati. Come interpretare altrimenti la richiesta della Procura alla difesa dell’ex parlamentare Paolo Del Mese di non rendere noto l’interrogatorio del proprio assistito? Di qui la spiegazione, tecnicamente e proceduralmente inappuntabile dell’avvocato Guglielmo Scarlato: “l’onorevole Del Mese ha rinunciato all’interrogatorio di garanzia”, dopo che invece che di quanto dichiarato dall’ex parlamentare erano trapelati anche particolari. Il punto è che l’interrogatorio a Del Mese non era stato condotto dal Gip, quindi non era di garanzia, ma dal sostituto procuratore titolare dell’inchiesta.
Il vero problema, per la Procura s’intende, è che Del Mese non avrebbe accusato nessuno e si sarebbe limitato a sottolineare il proprio ruolo marginale rispetto a quello del Cavaliere Giuseppe Amato. La stessa cena nella villa del Cavaliere tra Vietri e Cetara, alla quale parteciparono anche il sindaco di Salerno De Luca ed il sindaco di Siena, il presidente de l Monte Paschi di Siena Giuseppe Mussari, non avrebbe di fatto alcuna rilevanza per la seconda “pista” seguita dalla Procura. Anzi, l’episodio sarebbe stato citato da Del Mese per controbattere a quanto rivelato da Antonio Amato, figlio del Cavaliere, secondo il quale l’ex parlamentare avrebbe partecipato ad una riunione decisiva a Roma per la concessione di un mutuo milionario alla famiglia Amato. Del Mese avrebbe di fatto spiegato che la sua unica presenza sarebbe stata a quella cena ben precedente alla concessione del mutuo.
Intrecci di date, protezioni politiche e bancarie, sospetti diffusi, un ginepraio dal quale la Procura potrebbe venir fuori usando il pugno di ferro e contando sulla debolezza di almeno uno tra Paolo Del Mese, Mario Del Mese, Giuseppe Amato junior e Simone Labonia, uno volta rinchiusi in carcere. Ecco la fretta di arrivare al rinvio a giudizio e riaprire quindi i tempi della carcerazione preventiva per altri sei mesi: un tempo infinito per chi, come i quattro indagati, è abituato a ben altra vita che non quella penitenziaria.
Naturalmente è inutile chiedere conferme in Procura da dove certo non potranno avvalorare la tesi della carcerazione come “metodo investigativo” secondo il vecchio criterio del Pool di Mani Pulite della Procura di Milano negli anni di Tangentopoli quando con il semplice tintinnio di manette riusciva a strappare rivelazioni e confessioni non sempre poi confermate in fase dibattimentale.
Di sicuro il clima si fa pesante se anche il sindaco di Salerno dopo un lungo silenzio, pur non nominando l’inchiesta sul crac Amato, dal suo pulpito televisivo del venerdì ha esternato sulla giustizia e sulla cattiva consuetudine dei sostituti procuratori di andare a caccia dei colpevoli piuttosto che della verità. Come dire che non sempre la seconda coincide con un colpevole.
Giusto, peccato però che De Luca alterni con troppa disinvoltura il garantismo con il rigore giudiziario se non un giacobinismo inascoltabile.
La verità è che Mao non aveva mica ragione quando diceva che quando c’è grande confusione sotto il cielo la situazione è eccellente.
A Salerno, la città europea degli archistar e del metodo amministrativo preso a modello al nord come al sud del Paese, oggi serve tutto tranne che la confusione. Ancor meno quella derivante da fallimenti e disastri aziendali che hanno allungato la lista dei disperati senza lavoro.

 

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