Mer. Lug 17th, 2019

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«Signor prefetto, lei dà prova di antidemocrazia e mi calpesta»

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Durissima lettera di don Patriciello al prefetto di Napoli: non temo i clan, forse mi uccideranno…

“Mortificato” dalle parole gridate dal prefetto di Napoli Andrea De Martino nei suoi confronti. Così don Maurizio Patriciello (foto), parroco di Caivano (Napoli) si sentiva la sera del 18 ottobre, e lo scrive in una lettera indirizzata al prefetto poche ore dopo quanto accaduto in Prefettura e ripreso nel video che ha fatto il giro della rete, con il rimprovero sul “signora” rivolto al prefetto di Caserta Carmela Pagano, considerato poco rispettoso nei confronti di un alto funzionario dello Stato. Nella lettera, resa nota dai Verdi campani, Patriciello scrive: «Se a me, prete di periferia, è concesso di ignorare che chiamare semplicemente ‘signora’, la signora prefetto di Caserta fosse un’offesa tanto grave, non penso assolutamente che fosse concesso a lei, arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in Prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne». Alla fine dell’incontro, sottolinea Patriciello, «ho ricevuto la solidarietà di tante persone presenti all’increscioso episodio e la rassicurazione da parte della signora prefetto di Caserta che non si era sentita per niente offesa da me nell’essere chiamata ‘signora’. Forse le sarà sfuggito che lei non era e non è un mio superiore». Il parroco si dice molto dispiaciuto da quanto avvenuto ma soprattutto “addolorato” dal «constatare che tante volte è propria la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici che fanno man bassa di denaro pubblico, a incrementare la sfiducia e la rabbia in tanti cittadini». «Personalmente – scrive don Maurizio Patriciello – sono convinto che la camorra in Campania non la sconfiggeremo mai. Lo dico non perchè sono un pessimista. Al contrario. Non la sconfiggeremo perché il ‘pensare camorristico’ ha messo radici profondissime in tutti. Quel modo di pensare e poi di agire che diventa il terreno paludoso nel quale la malapianta della camorra attecchisce. Come ho potuto dirle in corridoio, io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del clan dei Casalesi». «La mia diocesi, Aversa, è quella di Don Peppino Diana. Ma io dei camorristi non ho paura – aggiunge. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete. Io spendo i miei giorni insegnando ai bambini, ai ragazzi, ai giovani che non debbono temete niente e nessuno quando la loro coscienza è pulita. Ma aggiungo che bisogna sradicare il fare camorristico sin dai più piccoli comportamenti». «Perché tutto ciò che uno pretende in più per sé e non gli appartiene, lo sta rubando a un altro. Perché ogni qualvolta che una persona si appropria di un diritto che non ha, sta usurpando un potere che non gli é stato dato. Tutti possiamo cadere in queste sottili forme di antidemocrazia. Ecco, signor prefetto, glielo dico con le lacrime agli occhi, lei stamattina mi ha dato proprio questa brutta impressione. Lei ha calpestato la mia dignità di uomo». «In mezzo a tanti problemi in cui siamo impelagati; mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non ha fiducia più in niente e in nessuno; mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo; mentre i rifiuti tossici continuano ad essere bruciati e interrati nelle nostre terre, il signor prefetto di Napoli, mette alla berlina un prete davanti a una cinquantina di persone, perché si è rivolto al prefetto di Caserta chiamandola semplicemente ‘signora’, anziché ‘signora prefetto’. Incredibile». «Ai miei diritti non rinuncio facilmente – conclude don Patriciello – ma, mi creda, cerco a mia volta di non invadere quelli di nessuno. Purtroppo, stamattina, credo che lei, signor prefetto, pur forse senza volerlo, abbia maltrattato e rinnegato i miei».

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