Sindaci, il profumo dell’onestà

Sindaci, il profumo dell’onestà
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Nella forza di un sindaco non entra più l’onestà. Anzi i due valori, che la tradizione auspicò omogenei e alleati, sembrano in evidente conflitto. Il sondaggio proposto l’altro giorno da Demos per ‘la Repubblica’ ci fa sapere, a conferma di un’opinione già abbastanza diffusa, che il sindaco Ignazio Marino è considerato onesto dalla stragrande maggioranza del corpo elettorale, ma colpevole per così dire di questa sua disinvolta ‘innocenza’, che avrebbe determinato l’omesso controllo amministrativo e politico che gli si imputa. Colpevole al punto che sette romani su dieci non lo voterebbero, pur considerandolo pulito e incorruttibile. Ne consegue che la sua virtù, anche se diventata rara nel presente campionario etico, non incanta né incide. È un malinconico, strano fiore nel putrido pantano. Già per Benedetto Croce l’onestà in politica era ‘l’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli’, parole che non sono un’apologia della disonestà, per carità, ma un monito per richiamare l’attenzione sui mali effettivi della politica. Mali contro i quali combattiamo impotenti, dalle buche alla criminalità, alla gestione dei campi rom, alle politiche giovanili. I micro drammi, cioè, che segnano la vita di ciascuno e talvolta pongono in antagonismo l’azione con l’etica, orientando cinicamente la bussola del consenso verso la prima.

La Campania è stata per anni laboratorio di uomini soli al comando che hanno dato prova di evidente operosità. Sia Bassolino che De Luca irruppero in contesti difficili per dare un esempio di buona amministrazione, favoriti entrambi dal rafforzamento dei poteri dei sindaci e dalla limitazione di quelli delle assemblee, obiettivi raggiunti con la legge del ‘93. La società si andava disfacendo e con la riduzione delle discipline procedurali prevista da quelle norme si tentò di evitare la paralisi. Con il passare degli anni i progetti e gli obiettivi dei sindaci soprattutto del Sud si appannarono e gli orizzonti tornarono a essere quelli della pura gestione, molto richiesta da gruppi sociali non in grado di cogliere gli interessi generali. Fu ben presto chiaro che, anziché una svolta, sopravviveva una fase terminale della politica e i sindaci, da simboli vincenti di un governo possibile, diventavano giorno dopo giorno cellule di un neo qualunquismo localistico originato da un deficit culturale collettivo.

Le repubbliche si succedono freneticamente: alla prima che fu quella dei partiti è seguita la seconda che mise in competizione sindaci e partiti, questi ultimi regolatori preoccupati e in affanno del potere espansivo dei primi. La repubblica renziana accentua la tendenza all’egemonia dei primi cittadini: nata nel grembo dell’Anci, essa è praticamente fondata sui sindaci e promette finanche un Senato di fasce tricolori. I sindaci di oggi non hanno, però, alcun contrappeso politico e fondano su una forza incontrastata il loro potere, sfidando con rabbiosa protervia i fastidiosi limiti imposti loro dalle leggi. Con questi obiettivi e forti di un gene resistente a ogni paura, sono ormai nei gangli dello Stato, destinatari naturali di una delega che è espressione di una viltà politica di massa più che di una rinnovata sensibilità collettiva. È questa deriva che lascia con l’amaro in bocca ed è in questo scenario che l’antinomia forza-onestà di marca capitolina desta qualche timore.

 

redazioneIconfronti

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