Siracusa, la tragedia antica diventa pop

Siracusa, la tragedia antica diventa pop
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Per il cinquantaduesimo ciclo di rappresentazioni classiche, presso il teatro greco di Siracusa, a cura dell’Istituto del Dramma Antico, quest’anno sono già andate in scena nell’ordine, “Elettra” di Sofocle e “Alcesti” di Euripide. Queste due tragedie si alterneranno da metà maggio a metà giugno, tutti i giorni. La rassegna avrà, quindi, una breve coda con la rappresentazione della “Fedra” di Seneca dal 23 al 26 giugno. Come ogni anno, immergersi nell’incantevole cavea del teatro greco di Siracusa è sempre un’emozione forte, al di là dei pur importanti spettacoli che vi si rappresentano. Quest’anno le regie, dopo il commissariamento dell’ente, sono state affidate a Gabriele Lavia, per quanto riguarda l’Elettra, e a Cesare Lievi, invece, per l’Alcesti. L’impressione ancora una volta è quella di assistere ad un grande spettacolo davvero popolare. Le recite, infatti, sono seguite in media da circa tremila spettatori per replica. Un numero enorme rispetto a quello che accade, per esempio, nei teatri al chiuso, che mai potrebbero arrivare ad ospitare tanto pubblico. La partecipazioni di centinaia e centinaia di giovani spettatori è, poi, una vera gioia per quanti di noi nutrono serie preoccupazioni per le sorti del teatro, oggi. Intanto, proseguiamo con ordine. “Elettra” è stata messa in scena da Lavia con piglio sicuro e col suo consueto “furore romantico” declinato dagli ottimi attori che fedeli al suo dettato hanno recitato con muscoli e antica sapienza. Le due cose insieme sono merce molto rara, oggi, abituati come siamo a vedere spettacoli tutto dinamismo e furore senza più memoria della grande scuola attorica italiana. Su tutti, il pedagogo, uno splendido Massimo Venturiello, la Clitennestra di Maddalena Crippa e l’Egisto di Maurizio Donadoni, maestro, quest’ultimo, nel dare a tale personaggio quel misto di potenza e volgarità che ne fanno da subito una vittima da sacrificare assolutamente. La protagonista, invece, affidata alla brava Federica Di Martino, tutta corse e mal celati rancori, si è imposta piano piano facendo valere le sue doti di uno sfrenato dinamismo che impressionano non poco. Il coro, per colpa di una scenografia imponente e abbastanza ingombrante, ha dovuto gioco forza limitare molto la sua azione facendo perdere qualcosa a tutto il gioco scenico. Il pubblico, numeroso e festante, ha potuto comunque seguire con commozione crescente lo sviluppo della vicenda. Nell’Alcesti, testo difficile e non privo d’insidie, la regia di Lievi ha privilegiato soprattutto l’azione del coro. Il regista mostra di maneggiare con notevole abilità gli inciampi di una drammaturgia che ha diversi momenti patetici e una certa fragilità d’insieme. Anche in questo caso gli attori sono, però, la vera sorpresa. Tutti molto bravi a cominciare dalla dolce Alcesti di Galatea Ranzi allo spassosissimo Eracle di Stefano Santospago. Una menzione a parte merita, però, Paolo Graziosi che interpreta il padre di Admeto, Ferete. Graziosi si impone con la sua consueta lucidità e con un’interpretazione acidula, fino a toccare toni così algidi che, mirabilmente, asciugano il serratissimo confronto-scontro col figliolo. Ciò che potrebbe facilmente scivolare in una rissa scomposta, tutta strepiti e poca chiarezza, viene giocata con estrema e rara efficacia. Infine, è bene ribadire quanto già da noi rilevato anche negli anni scorsi e cioè, che qui a Siracusa, la tragedia antica diventa un fenomeno davvero “pop”. E, vi assicuro, non c’è da scandalizzarsi; anzi, tutt’altro. Si perde, forse, qualcosa in complessità ma ne guadagna lo spettacolo. E non è cosa da poco se questo serve ad avvicinare tanti nuovi spettatori ad un genere così difficile e lontano come quello tragico.

redazioneIconfronti

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