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Sistema pensionistico, principi di una proposta di riforma

Sistema pensionistico, principi di una proposta di riforma

 

di Angelo Giubileo
Il presidente dell'Inps Boeri

Il presidente dell’Inps Boeri

In settimana, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha presentato al palazzo di Montecitorio il Rapporto dell’Istituto (d’ora in poi indicato nel testo con l’acronimo Rapp.) per l’anno 2014. Il Rapporto ha un’importante valenza sia sul piano socio-politico che finanziario. Infatti, è sufficiente annotare che, per quanto riguarda l’aspetto socio-politico, come si legge nella Prefazione, “l’INPS(…) tocca le vite di oltre i due terzi della popolazione italiana”; mentre, quanto all’aspetto finanziario, in particolare emerge che “le uscite per prestazioni istituzionali dell’anno 2014 ammontano a 303.460 milioni di euro di cui 268.810 milioni per prestazioni pensionistiche e 34.650 milioni per prestazioni economiche aventi carattere temporaneo” (Rapp., Parte III, p. 87). A fronte di un bilancio finanziario di competenza – gestito da un’imponente struttura organizzativa statale, e quindi politica in senso stretto – di 880,060 miliardi complessivi di euro (Rapp., Parte III, p. 78).

ENTRATE (in mln €)

USCITE (in mln €)

SALDO FINANZIARIO DI COMPETENZA ( in mln €)

436.595

€ 444.465

– € 7.870

 

Quest’anno, il Rapporto INPS ha tuttavia un’altra precipua valenza di analisi, concernente gli scenari socio-economici derivanti dalla crisi, stimata in relazione agli anni 2008-2014, in base soprattutto al giudizio immediatamente riportato in apertura secondo cui “il nostro Paese sembra finalmente uscito da lunga recessione” (Rapp., Parte I, p. 12).

Quest’analisi, lungamente e largamente sviluppata, costituisce anche il presupposto ovvero le premesse per una proposta di riforma, i cui cinque principi-cardini sono illustrati nella Relazione: Una rete di protezione sociale dai 55 anni in su,Unificazione, Armonizzazione, Flessibilità sostenibile, Non si va in pensione ma si prende la pensione. La bozza di riforma, come già anticipato la scorsa settimana, è stata “sottoposta all’attenzione dell’esecutivo”, depositario del dettaglio delle proposte, ritenute “attuabili fin da subito alla luce dei pur stringenti vincoli di bilancio e amministrativi del nostro paese (…) Sono proposte formulate non per esigenza di cassa, ma ricercando maggiore equità, tanto fra generazioni diverse che all’interno di ciascuna generazione”.

Quali dunque le premesse di una tale possibile proposta di riforma?

Lo scenario di riferimento, come accennato, è riferito alla situazione così come emerge dalla crisi. In premessa, è dato rilievo soprattutto alla distinzione tra “povertà” e “disuguaglianza”. Entrambe “in forte aumento”, ma a danno soprattutto dei “poveri”. Ovvero di “coloro che vivono al di sotto della linea di povertà Eurostat del 2007 (9380 Euro)”, aumentati nel nostro paese, dopo la crisi 2008-2014, “di 4 milioni”.

La differenza tra “povertà” e “disuguaglianza” è, direi, molto significativa sul piano della politica e delle scelte che appaiono ora necessarie. In estrema sintesi: “in termini reali il reddito disponibile equivalente del 10 per cento più povero della popolazione italiana si è ridotto di oltre il 27% rispetto al 2008, mentre quello del 10 per cento più ricco ha subito una caduta significativamente inferiore, pari a poco più del 5%. Inoltre, il decile mediano, ovvero il 10 per cento della popolazione collocato al centro della distribuzione dei redditi, ha subito una riduzione simile a quella del decimo più agiato”(Rapp., Parte I, p. 12).

Causa assolutamente prioritaria di questa generale diseconomia sono risultate le decrescenti dinamiche occupazionali: “rispetto al picco del 2008 nel 2014 il numero di occupati si è ridotto di oltre 800.000 unità e, nello stesso periodo, il numero delle persone in cerca di occupazione è aumentato di oltre un milione e mezzo”(Rapp., Parte I, p. 16). Il rischio di povertà è quindi aumentato soprattutto per i disoccupati, e con ogni evidenza, tendenzialmente per i disoccupati “con più di 50 anni, il cui numero è più che triplicato nell’arco di 6 anni” (Rapp., Parte I, p. 19).

E tuttavia, avendo la crisi pesato sull’intera economia produttiva del paese, il Rapporto evidenzia anche come, contemporaneamente, si sono compressi ulteriormente “gli spazi per i giovani” (Rapp., Parte I, p. 24 – Fig. 1.12). Per l’anno 2014, il dato generale di sintesi sulla disoccupazione testimonia infatti che in essa è ricompreso poco più del 41% della popolazione tra i 15 e i 24 anni e poco più del 54% della popolazione tra 55 e 64 anni.

Le disparità di sbocchi occupazionali e di salario retributivo finiscono con il sommarsi, tuttavia, alle maggiori differenze di trattamento di reddito, nell’ambito di un sistema pensionistico “a ripartizione” come il nostro, tra la coorte degli attuali pensionati in regime di calcolo “retributivo” e la coorte degli attuali lavoratori in regime di calcolo “contributivo”. Tutti fenomeni, che rischiano di far esplodere un conflitto intergenerazionale, peraltro non più latente ma vieppiù manifesto in diversi e sempre più vasti ambiti di rappresentanza del paese.

Nella Relazione, è accennato dunque all’elaborazione di una proposta complessiva che serva viceversa a “cementare il patto intergenerazionale”, e quindi innanzitutto a mantenerlo, operando in modo che sia garantita:

  • una rete di protezione sociale dai 55 anni in su: finanziata dalla fiscalità generale (e non dalla previdenza);
  • l’armonizzazione dei trattamenti pensionistici: mediante un contributo di “chi ha redditi pensionistici elevati, in virtù di trattamenti molto più vantaggiosi di quelli di cui godranno i pensionati del domani, al finanziamento di uscite verso la pensione più flessibili”;
  • flessibilità del sistema in uscita: in genere, permessa da un sistema di calcolo di tipo “contributivo”. Infatti, le relative regole “spalmano un montante contributivo accumulato durante la vita lavorativa in pagamenti mensili, in base all’età e alla speranza di vita residua. Chi va in pensione prima deve spalmare questa cifra su molti più mesi di chi va in pensione più tardi. A parità di montante, ogni anno in meno di lavoro comporta una riduzione di questi pagamenti mensili, tenendo conto della demografia e dell’andamento dell’economia”.

Su quest’ultimo punto, la Relazione così conclude: “Un principio simile può essere applicato anche a chi andrà in pensione nei prossimi anni con regimi diversi dal sistema contributivo”.  

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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