Sistema Salerno, il suicidio dei corpi intermedi

Sistema Salerno, il suicidio dei corpi intermedi
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

“Marchettari istituzionali”. “Aggressione camorristica”. Le parole, in questa campagna elettorale, vanno perdendo ogni senso. E siamo solo agli inizi. Ancorché condotta a colpi di cotanti ingiustificati tromboneggiamenti, quella sulla partecipazione dei vertici delle maggiori associazioni datoriali e dei rappresentanti di importanti players economici del territorio a una manifestazione elettorale del candidato sindaco delle civiche di ispirazione Pd, rischia la veloce derubricazione d’ufficio a rancida e rancorosa polemichetta molto fine a se stessa. E, nello stesso tempo, di costituire una grande occasione mancata per riflettere seriamente su uno dei nodi problematici più intriganti (dal punto di vista sociologico) e controversi (sotto l’aspetto politico) del cosiddetto “Sistema Salerno”. Vale a dire il suicidio, ormai conclamato, dei corpi intermedi. Non travolti dalla politica, come si sarebbe ingenuamente portati a pensare. Dov’è, infatti, la politica? Qualcuno l’ha vista? Piuttosto, assoggettati e, in qualche modo, annessi al potere municipale. Le parole e i toni, dunque. È inappropriato parlare, come ha fatto l’ex portavoce di Stefano Caldoro, Gaetano Amatruda, di “marchettari istituzionali”: espressione molto forte che ha scatenato una mezza crisi all’interno di Forza Italia, partito che a Salerno è storicamente poco avvezzo alla battaglia, ma in compenso si conserva gloriosamente molto incline alla consociazione, al piccolo inciucio, al miserabile mercanteggiamento che confina col trasformismo e talvolta ci finisce dentro. La “marchetta” è, per definizione, un atto occasionale, episodico. Uno “consuma”, paga e passa oltre. Ora, chiunque sia riuscito a conservare un minimo di spirito critico nell’osservazione del Sistema Salerno sa benissimo che non c’è assolutamente niente di occasionale ed episodico nel rapporto i rappresentanti delle categorie produttive (ma non solo) e il potere municipale. Nel caso specifico, essendo un’organizzazione privata, Confindustria è liberissima di scegliersi gli interlocutori che vuole. Che poi tra via Madonna di Fatima e Palazzo di Città più che un’interlocuzione inter pares si sia stabilito, in tutti questi anni, un rapporto di subordinazione vassallatico è un’altra questione. Però dirimente ai fini della comprensione di quello che è accaduto e continua ad accadere. Sbaglia Amatruda a parlare di “marchette”, gli fa un’eco perfetta il presidente degli industriali Mauro Maccauro, gridando all’aggressione “camorristica”. Un’esagerazione che si spiega e si commenta da sola. Una replica così scomposta, nell’alzare un polverone gigantesco, nasconde, absit iniuria verbis, parecchia cattiva coscienza. Maccauro conosce bene, per formazione politica e provenienza culturale, quanto sia essenziale il ruolo dell’organizzazione che presiede nel progressivo formarsi di una corretta dialettica tra tutti gli attori istituzionali presenti su un territorio. Ma sa anche che, nei primi quattro e anni e mezzo del suo mandato, mai Assindustria è stata sfiorata dalla tentazione di disturbare il manovratore, come si diceva una volta. Mai. Amatruda ha rivelato che, in privato, il presidente degli industriali esprime giudizi trancianti sulla situazione cittadina. Se è così, oltre ad essere un bravo imprenditore, è anche un maestro della dissimulazione in pubblico. D’altronde non è che gli siano mancate le occasioni per riaffermare un’autonomia di giudizio e di azione. Non ne ha sfruttata una. La città ha conosciuto un processo di impoverimento complessivo che non ha eguali, almeno nella storia repubblicana. L’industria è quasi completamente scomparsa. Il comparto commerciale si è trasformato in una gigantesca lavanderia di capitali di dubbia provenienza. Dobbiamo continuare? I giovani, i più talentuosi almeno, scappano a gambe levate, le poche realtà produttive sopravvissute si reggono solo grazie ad un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali per i dipendenti, in attesa di portare i libri in Tribunale e chiudere i battenti. E il caso dell’ultima grande industria cittadina, le Fonderie Pisano, ripropone, senza indicare soluzioni né vie d’uscita, la tragica dicotomia tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Una catastrofe. Sia Assindustria, sia l’infeudata Camera di Commercio, una “partecipata” del Comune ormai, hanno assistito inerti all’angosciante svilupparsi di una vicenda che adesso fa parlare l’Italia intera perché avvicina sinistramente il quartiere di Fratte ai Tamburi di Taranto. Poco male. All’autoliquidazione di Assindustria, della Camera di Commercio, dell’Authority portuale, ha fatto seguito parallelamente la resa incondizionata (eufemismo) di pezzi importanti dell’informazione e della cultura, e il collateralismo di una parte tutt’altro che irrilevante della magistratura. Di questo, della vera natura cioè del sistema di potere cittadino, come tutti i sistemi chiusi e circolari a fortissimo rischio di illegalità perché tendente ad una pericolosissima amalgama tra livelli istituzionali che dovrebbero mantenersi autonomi per reciprocamente controllarsi, si sarebbe dovuto (e potuto) discutere a margine della manifestazione di domenica. Non esserci riusciti dimostra quanto debole sia la politica in questa città. Incapace ormai non solo di immaginare un’alternativa all’esistente, ma anche di analizzare con compiutezza quanto avviene quotidianamente, e da cinque lustri ormai, sotto i suoi occhi.

In primo piano, la recente manifestazione alla Stazione marittima di Salerno con il candidato sindaco Enzo Napoli e i vertici di Assindustria, Camera di Commercio e Autorità portuale

redazioneIconfronti

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