Sistema Salerno, le colpe dell’informazione

Sistema Salerno, le colpe dell’informazione
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

Alexis de Tocqueville era un aristocratico illuminato, a cui si deve la più esaustiva spiegazione dell’indispensabilità, in democrazia, della libertà d’informazione, “la sola difesa reale contro la tirannide della maggioranza”. Il tema sta timidamente facendo capolino in questa campagna elettorale amministrativa, ed è forse la prima volta da una ventina di anni a questa parte. Assumendo, com’è ovvio, una declinazione specifica, territoriale. Sotto forma di alcune domande. Queste. Che ruolo ha avuto l’informazione, in particolar modo quella locale ma il fenomeno ha riguardato anche una parte non irrilevante di quella nazionale, nell’affermazione e nel consolidamento del “Sistema Salerno”? Quanto ha contribuito a rifinirne la retorica e a delineare l’immagine grazie alla quale, da modello chiuso e auto centrato tendenzialmente poco esportabile, esso è riuscito a forzare la cinta daziaria, arrivando a costituire uno dei più riusciti bluff mediatici degli ultimi decenni? Si tratta, evidentemente, di domande direttamente collegate al problema della qualità della vita democratica, almeno così come la registrano o percepiscono i “non allineati”. Che da reietti e scarti del “Sistema” rischiano adesso di rappresentare l’avanguardia avvertita che mette in crisi il giochino perfetto. Il vecchio cavallo di Orwell che per primo si accorge che nella Fattoria tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Per non tacere il sospetto che, lungo la sottile linea tesa tra l’omessa rappresentazione del reale e la costruzione di una narrazione ad usum Delphini possa essersi definita la genesi di un vero e proprio regime. E allora per sottrarsi al borgesiano gioco di specchi e semplificare il labirinto di finzioni in cui i salernitani sono condotti dalla schiacciante prevalenza della comunicazione, è sufficiente soffermarsi una volta di più sull’argomento più forte in virtù del quale la propaganda si è ormai completamente sostituita all’informazione. La “diversità” di Salerno sia nel più ristretto contesto regionale, che in quello meridionale, più ampio. Un tema che ha generato, come tutti sanno, lo slogan della “città europea” che sfida Edimburgo per la cultura, Barcellona e Bilbao per la trasformazione e la riqualificazione urbana, e via di questo passo, fino a scomodare New York, Parigi e Londra. La dinamica auto legittimante di una simile sciocchezza è facile da attivare. Volendo tralasciare i casi Crescent-piazza della Libertà, Cittadella giudiziaria, Palasport, Porta Ovest e solo per restare agli ultimi eventi: lenzuolate di articolesse sulla Stazione Marittima, ma non un rigo sul fatto che, dopo l’inaugurazione farlocca, non ospita nemmeno un ticket office volante: se tutto va bene, aprirà i battenti tra un anno. Ispirati e sospirosi epicedi sul miliardo che la “nuova Regione” ha destinato alla città nell’ambito del fantasmatico “Patto per la Campania”, ma zero spiegazioni su interventi, tempi e modalità. Ci sono giorni che sfogli quotidiani che, ancorché “istituzionali” per dna e tradizione, hanno per lunghissimo tempo conservato una grande autorevolezza (e radicamento, non solo sul piano diffusionale) e ti sembra di leggere un depliant elettorale, il pieghevole del candidato sindaco “di transizione”. Avessero almeno la compiacenza di indicare il committente, come impone la legge sulla pubblicità per il voto. Dopo quasi venticinque anni di gestione monocolore, senza soluzione di continuità, ti aspetteresti che da qualche parte arrivi una “inchiesta sul potere” di stampo pasoliniano: come si è costruito, su cosa si regge, quali sono gli alleati interni ed esterni, quali i motivi della sua immutabilità. E invece, tanto per dire, la successione già decisa per linea ereditaria diretta, che potrebbe costituire l’insostituibile pretesto di una simile opera di verifica e di scavo, viene, come è già stato fatto notare, registrata asetticamente, acriticamente, nella maniera più neutra possibile. In pratica, accettata come ineluttabile. Sarà anche banale sottolinearlo, ma nelle democrazie (non necessariamente le più avanzate) del terzo millennio i compiti dell’informazione restano essenzialmente due. Il primo impone ai giornalisti il ruolo di cani da guardia (watch dog, come dicono gli anglosassoni) del potere. Il secondo, legato alle striscianti ma proterve prevaricazioni della comunicazione, è smascherare la propaganda, che si muove tendenzialmente tra la negazione (o il disconoscimento, o ancora l’occultamento/rimozione) del reale e la costruzione del fantastico, attraverso interventi mirati , precisi, “chirurgici”, sull’immaginario collettivo. Ben Bradlee, storico direttore del Washington Post, ripeteva spesso ai suoi cronisti che “tacere una verità fa altrettanto male alla nostra comunità che diffondere una menzogna”, tracciando il perimetro dentro il quale si sviluppa il cattivo giornalismo, o se vogliamo l’offensiva della propaganda. Compreso tra i due poli mancata verità/menzogna. Nell’ultimo quarto di secolo, quanti giornalisti salernitani possono dire, in scienza e coscienza, di essere riusciti a forzare questo recinto?

In copertina, il governatore Vincenzo De Luca, fondatore del “Sistema Salerno”, alla chitarra

redazioneIconfronti

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