“Small is beautiful”: elogio dell’Italia prima di Roma

di Renato Trombelli

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Nascita di un mito
La lettura della storia romana elaborata in età tardoumanistica e rinascimentale (si pensi a Machiavelli) viene definitivamente superata nel corso del Settecento, caratterizzato dalla grande frammentazione letteraria, politica e geografica dell’Italia, avvertita come ineludibile e totalmente accettata: ma già nella seconda metà del Seicento l’esaltazione dell’Italia romana e imperiale aveva progressivamente ceduto il passo a interessi storiografici regionali e municipali. Veniva, quindi, sempre più naturale sottolineare, con maggiore o minore forza, i valori della divisione politica dell’Italia preromana che, travolti dalla conquista romana, erano tornati a rivivere nei comuni medievali, considerati – dal Muratori in avanti – all’origine dell’Italia moderna. Questa tendenza trovò alimento nel progressivo estendersi del dibattito sull’idea del piccolo stato (soprattutto repubblicano, contrapposto alle grandi monarchie assolute), quale ambito favorevole allo sviluppo e alla valorizzazione dei principi di libertà e di progresso. Così, tutte le popolazioni pre (ma anche peri) – romane vennero poste al centro dell’attenzione per ricostruire, spiegare ed esaltare le tradizioni regionali e le storie municipali1.

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G.B. Vico (1668-1744)

Nel 1710 Giambattista Vico, nel suo De Antiquissima Italorum sapientia e latinae linguae originibus eruenda, riproponeva il mito di un’antichissima sapienza filosofica italica, di matrice pitagorica, esistita, prima di perdersi, in Italia ed in particolare in Magna Grecia e rintracciabile negli etimi latini arcaici, che il filosofo napoletano indagava sul modello del Cratilo platonico. Tralasciando le implicazioni prettamente filosofiche derivanti da tale argomento, dal discorso vichiano emerge con chiarezza la considerazione, nel De Antiquissima solamente abbozzata e poi approfondita e ampliata nella Scienza Nuova2, della storia e della civiltà romana non più come il termine unico idealizzato di riferimento, ma solo come uno dei momenti della storia della civiltà. Ma il mito della sapienza italica era già ampiamente diffuso prima di Vico ed ebbe parte non irrilevante nella cosiddetta “etruscheria”. L’esaltazione della civiltà etrusca era apparsa anch’essa, in verità, assai per tempo, per la centralità dell’Etruria nella storia romana dell’età regia (e non solo) e per la storia delle sue libere città. In età umanistica e rinascimentale essa si legò all’esaltazione di Firenze repubblicana3 e poi alla celebrazione della dinastia medicea di Cosimo I. In questa tradizione si colloca il volume Origini della lingua fiorentina (1546) di Pier Francesco imshowGiambullari, secondo cui l’Etruria fu colonizzata, prima che dai Greci, da Noè e dai suoi discendentie la stessa lingua etrusca deriverebbe dall’aramaico: idee che segnarono l’inizio di una tradizione di studi eruditi, nei quali si distinsero nel secolo XVIII Alessio Simmaco Mazzocchi e Mario Guarnacci.
Più interessante risulta, ai fini del nostro discorso, il già citato Ludovico Antonio Muratori, per il quale le origini della storia d’Italia andavano ricercate in massima misura nei secoli oscuri, partendo dall’arrivo delle barbarae gentes nella penisola. Sul piano più propriamente politico–istituzionale, egli individuava l’origine dell’assetto moderno dell’Italia − di cui approvava la divisione in una molteplicità di Stati − nella grande «mutazione di governo» dell’età comunale e nella rivendicazione dell’antica libertà delle città toscane e settentrionali nei confronti dell’impero.


Il mito nell’età dei lumi e del romanticismo
L’antica libertà delle città contro l’oppressione dell’impero romano è una costante di numerose opere storiche nel periodo dell’illuminismo e del dispotismo illuminato. Tra queste, ricordiamo quelle di Bernardo Tanucci, Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri nella Napoli di Carlo III e di Ferdinando IV di Borbone, una Napoli in cui l’esaltazione

Nap700_3dell’antica libertà italica, delle piccole autonomie italiche, sorse e proliferò nel contesto degli arditi progetti riformatori miranti a rafforzare i diritti giurisdizionali della monarchia contro il papato e contro la nobiltà feudale.
Fu il Genovesi, nelle sue Lezioni di commercio (1765), a recuperare il modello italico preromano, riproponendo l’interpretazione vichiana dei fenomeni storici, per cui tutto il passato, non solo quello romano ma anche quello italico, veniva considerato nella dinamica complessiva della storia della civiltà.

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Antonio Genovesi (1713-1769)

Il modello da lui proposto e seguito dai suoi numerosi allievi lasciava da parte ogni interesse per l’antica e arcana sapienza filosofica delle popolazioni preromane, esaltandone piuttosto la virtù politica e lo spirito di libertà, e contemplava l’esaltazione dell’indipendenza e dell’autonomia delle tante libere città italiche (specialmente sannitiche) e delle piccole repubbliche indipendenti; il carattere fiero ed indomito di queste popolazioni; le loro qualità morali (laboriosità, sobrietà, austerità di costumi), civili (soprattutto per la pratica dell’agricoltura e del commercio e per l’equa distribuzione della proprietà della terra) e militari (i Sanniti furono coloro che, più di ogni altro popolo, seppero rallentare l’espansione romana in Italia); il loro elevato livello culturale e demografico, la loro opulenza, mai però degradante in lusso, come tra gli Etruschi o nelle città della Magna Grecia; la barbarie, la rapacità e la violenza dei Romani, distruttori di popoli, di ordinamenti e di culture.
Tra i principali rappresentanti della scuola genovesiana che, pur diversamente tra di loro, riproposero nelle loro opere il modello delle antichissime autonomie italiche, una menzione particolare merita sicuramente Francesco De Attellis, con la sua opera Principj della civilizzazione de’ selvaggi dell’Italia, due volumi pubblicati tra il 1805 e il 1807. Questo studioso riconosce nei Fenici i primi civilizzatori dell’Italia e, al tempo stesso, nutre grande ammirazione per un’altra civiltà preromana, quella sannitica5, manifestando profonda disistima nei confronti dei Greci e, in particolar modo, dei Romani. Lo spirito di libertà e la fierezza degli antichi Sanniti (elogiati anche da un altro allievo di Genovesi, il giurista Giuseppe Maria Galanti)6, la mitezza e la naturale felicità delle popolazioni centroitaliche (come gli Umbri o i Piceni-Pretuzi, esaltati dal teramano Melchiorre Delfico, l’ultimo e più longevo degli allievi di Genovesi, nel suo Discorso preliminare su le origini italiche del 1824) costituiscono il modello delle antiche popolazioni italiche che, anche nella storiografia del primo Ottocento, viene contrapposto al potente e plurisecolare impero romano, che quelle liberissime civiltà aveva soppiantato.
CuocoIn questo filone di storiografia primottocentesca si colloca il Platone in Italia di Vincenzo Cuoco, sorta di romanzo storico in tre volumi, pubblicati tra il 1804 e il 1806, in cui l’autore molisano evidenzia come l’imperialismo militare dei barbari Romani e quello culturale, meno violento ma non meno insidioso, dei più raffinati Greci posero fine al mirabile equilibrio del piccolo popolo sannita, facendone perdere la memoria7. Non è assolutamente un caso che Cuoco nella sua opera faccia pronunciare a Platone, protagonista del romanzo con il suo allievo Cleobolo, un terribile anatema contro Roma8.
Nella stessa temperie politica, civile e culturale in cui aveva visto la luce, solo quattro anni prima, l’opera del Cuoco, il livornese Giuseppe Micali pubblica L’Italia avanti il dominio dei Romani (1810). La storia di Roma con i suoi trionfi, la sua maestosa grandezza, la sua straordinaria durata non entusiasma il Micali. Viceversa ciò che gli interessa e su cui egli pone tutta la sua attenzione è la storia delle popolazioni italiche preromane, messe in ombra  proprio dalla grandezza di Roma: culture con storie «piccole» di fronte alla grande storia romana, ma che pure avevano raggiunto livelli altissimi di civiltà e delle quali Roma ha assorbito più di quanto si pensi o si possa credere. Storie di popoli come gli Osci, gli Umbri, i Dauni, i Liguri, i Messapi, gli Iapigi, gli Etruschi, cui gli stessi Romani (persone dotte come Varrone, Cicerone, Plinio e grandi poeti quali Virgilio e Orazio) apertamente riconoscevano l’enorme debito che Roma aveva contratto con essi. Popoli dei quali il Micali ci fornisce un quadro vivace e affascinante, sulla base della documentazione storica e archeologica ai suoi tempi disponibile. Ed è significativa la prospettiva che l’autore assume, nella sua opera, nei confronti dell’antichità: il suo obiettivo non è tanto puntato sul mondo classico,  quel mondo classico nei confronti del quale è “barbaro” tutto ciò che non gli appartiene o che ha perduto o che non ha assorbito, quanto, piuttosto, sui caratteri originali delle popolazioni italiche preromane, di cui si esaltano le capacità creative, come alternativa al mito della Grecia classica e della Roma imperiale. La dominazione romana ha aperto la strada a vizi sconosciuti e a costumi ignoti, distruggendo la virtù originaria delle antiche autonomie. Per conquistare e soggiogare i popoli italici, Roma usò in misura uguale la spada e la perfidia di «trattati fraudolenti», e le federazioni italiche per la loro intrinseca debolezza politica e organizzativa non potevano che soccombere di fronte ad un avversario violento, determinato e ben organizzato. Questo il taglio dell’opera del Micali9, che era specchio di tensioni romantiche ed operava un rovesciamento di prospettive sul mondo classico e realizzava una piccola rivoluzione culturale, con la deminutio della statura dei Greci e dei Romani. Tutta la tradizione erudita, storica, filosofica antiellenica e antiromana del XVIII e del XIX secolo incoraggiava sul piano ideologico–politico  gli spiriti  libertari e anticesarei  e ne era, a sua volta, rafforzata.

Il mito nel periodo postunitario, tra filo borbonici e autonomisti.
stor-calab-studi lingIn questo stesso filone si colloca Vincenzo Padula con la sua Protogea ossia l’Europa preistorica, pubblicata a Napoli nel 187110. L’opera doveva nascere come il primo dei suoi sette volumi di Studii sulla Calabria, dedicato agli albori della civiltà nella regione, trattando la «questione etnografica»; ma quando, studiando la preistoria calabrese11, Padula ebbe la certezza che la Calabria, come il resto dell’Europa, era stata colonizzata in origine dagli Ebrei, il  progetto iniziale si modificò ed il volume si trasformò in una più vasta opera sul più antico popolamento dell’Europa. Una tale scoperta consentì all’autore calabrese di condurre un duro attacco contro la linguistica indoeuropea: decifrando i miti antichissimi delle civiltà europee ed i toponimi di lingue mal conosciute, egli individua nell’ebraico la lingua preesistente all’invasione greca e alla conquista romana parlata dalle popolazioni preistoriche12, anteriormente alla conquista dei Greci e dei Romani, che le assoggettarono. I Greci sono visti dall’autore come «barbari e pezzenti che invadono l’Italia per distruggere la libertà e rapire le ricchezze dei nostri padri» e i Romani come spietati conquistatori che  sottopongono le antiche popolazioni italiche ad una dura dominazione; le antiche etnie dell’Italia preistorica vengono invece rappresentate come  popoli liberi, autonomi e civili; essi sono i «padri semiti» che, asserviti dai greci e dai latini, hanno lasciato memoria di sé nella lingua delle classi oppresse e nelle loro tradizioni. La storia di questi popoli assoggettati da Roma, perdute le libertà  originarie, si è dispiegata indipendentemente da quella dei dominatori: ed è una storia immortale, perché appartiene a tutte le generazioni e «costituisce la continuità culturale, la conservazione della vita in contrasto cogli sconvolgimenti effimeri e tragici apportati dalla classe dei padroni»13.
Il capovolgimento radicale della rappresentazione del mondo antico, che abbiamo seguito lungo circa due secoli, si conclude in questo modo in Padula, che di quella tradizione eredita gli spiriti antitirannici e libertari: Roma è stata la potenza egemone che sovvertì, soggiogò e livellò le altre culture, «sostituendo l’unità uniforme dell’autocrazia cesarea e successivamente papistica alla molteplice varietà degli statini, o degli Stati, prefigurazioni, per i sovrani, dell’illuminato assolutismo settecentistico e, per i popoli ormai parzialmente acquisiti alle idee nuove, delle patrie in gestazione o in risveglio»14. Ma quale era diventata la funzione di questo mito ormai vetusto negli anni in cui lo riscriveva Padula? La Protogea vide la luce nel 1871, dieci anni dopo il compimento dell’unificazione dell’Italia: un decennio in cui la sanguinosa guerra civile, etichettata come brigantaggio, l’opposizione dei cattolici al nuovo Stato, il diffuso malcontento popolare, il contrasto tra le spinte autonomiste delle regioni e l’accentramento amministrativo voluto dal governo avevano dimostrato quanto fragile e precaria fosse la raggiunta unità nazionale. Una situazione aggravata dalle scelte governative, che alle richieste di decentramento opposero una struttura statale rigidamente centralizzata ed autoritaria. Era questo il terreno fertile per una ripresa del mito delle antichità italiche, della rinata nostalgia dei municipi liberi e autonomi dell’Italia preromana, organizzati in una confederazione di autonomie, che, anche nel pensiero di Padula15, avevano costituito il nucleo originario della nazione italiana.
ItaliaUnitaIl mito ebbe peraltro nell’Italia postunitaria una esistenza trasversale, ed era facile ritrovarlo sia tra i patrioti sostenitori del decentramento sia tra i filoborbonici, che lo divulgarono nei loro scritti antiunitari, spesso anonimi16. In contrasto con la decadenza del Meridione, prodotta dall’occupazione piemontese, i nostalgici del Regno borbonico celebravano i popoli autoctoni che godevano di vita propria ed indipendente, «cagione della lor ricchezza e della loro potenza»17; “antiche contrade, seminate di città famose per numero sterminato di abitanti, per coltura di mente e per finitezza di arti”; che, «sebbene Roma rispettasse i loro particolari ordinamenti, pure quella specie di dipendenza politica, dalla quale non potevano esser liberati, toccolle in guisa che cominciò la loro decadenza»18. Perché nel pensiero dei filoborbonici la nazionalità italiana derivante dall’unità «è una violenza; essa poteva solo nascere da un patto; il quale patto collegando i diversi stati d’Italia poteva dar loro col rispetto della loro personalità quella libertà che si è sì tristamente smarrita. Lo Stato non è la patria; l’Unità non è la libertà»19. Una violenza esercitata contro popolazioni liberissime (contro le loro istituzioni, i loro costumi, la loro lingua, il loro stesso nome), soltanto al fine di «dar corpo ad una idea vana, qual è quella di una Unità formata da elementi eterogenei, dissimili e radicalmente diversi»20. La ricomposizione dell’Italia, invece, doveva stabilirsi sul rispetto della personalità di ciascuno Stato, che doveva concorrere all’unità desiderata: «Se gli Stati italiani si fossero separati da Unità già costituita, sì che avessero un tempo formato un corpo di nazione omogeneo e compatto, la sua ricostruzione sarebbe stata agevole e regolare: ma questa Italia, come nazione distinta, unica, con una Roma per Capitale, nel senso moderno, quando mai mi si dica, è esistita? Roma non era una capitale, nel senso nostro di uno Stato designato con un nome suo proprio, era essa tutto, Padrona, Signora, sì che bisognarono aspre e lunghe guerre, perché a poco a poco le vicine popolazioni, tutte autoctone od autonome venissero a partecipare de’ diritti di cittadino Romano. E come che tanto si ambisse la qualità di cittadino romano, pure, bene spesso era rifiutata dalle popolazioni, volendo più tosto conservare la loro antica forma di governo»21.
Padula invece ripropone le medesime argomentazioni in una cornice patriottica e filounitaria, ma le usa come mito di fondazione del progetto politico autonomista: nella autonomia dei municipi egli faceva risiedere «tutta la questione della libertà», mentre l’accentramento costituiva il potere militare innestato sul potere civile22. Il ritrovamento di una antichissima unità nazionale (sangue, lingua, istituzioni) suona, nella Protogea paduliana, come la rivendicazione, proiettata nel passato più remoto, delle libertà delle piccole comunità che formavano il nuovo tessuto nazionale; «l’Italia preromana è figura dell’Italia che si ricompone in epoca contemporanea»23, nel rispetto delle libertà e delle autonomie.

Un epilogo scientifico
Gli scritti che abbiamo esaminato finora raccontano storie molto vicine ai romanzi «etimologici, paletnologici, archeologici, letterari (s’intende, senza sapere di esserlo); ma, come tutti i romanzi, quelle opere veicolavano e stimolavano atteggiamenti mentali, visioni del mondo, ideologie politiche (più o meno implicite), interessi di parte, utopie, umori, ed erano perciò dotate di una viva e pregnante attualità»24. Gli studi più propriamente scientifici hanno segnato il passaggio a una documentata e più credibile oggettività, non senza però sottrarsi interamente a suggestioni, che in parte derivano forse dalla forza della tradizione, in parte affondano le loro radici in un bisogno profondo e inconsapevole di mitologia. Recentemente l’archeologa di origini lituane Marjia Gimbutas ha dedicato un suo libro alla Grande Dea, dominatrice del mondo preistorico, fondato sul matriarcato, in cui la donna assumeva un ruolo centrale. Il culto della Grande Dea è stato dominante nell’Europa del neolitico, tra VIII e IV millennio a.C., in un’Europa abitata da popoli che risiedevano in villaggi, praticavano l’agricoltura, non conoscevano la guerra e vivevano in armonia con la natura, proprio grazie al fatto che le donne avevano un ruolo primario nell’organizzazione sociale e nella vita religiosa. Una civiltà policentrica, priva di centri di potere dominanti, senza fortificazioni perché senza guerre, con insediamenti, anche vasti ed articolati architettonicamente, posti in pianura e lungo i corsi d’acqua, che non usava distinzioni nelle sepolture e verosimilmente esprimeva, attraverso il simbolo della Dea, la sua concezione della vita, legata al ciclo della natura. La vita serena di questa civiltà cessò tra il IV e il III millennio a.C., quando, appunto, cominciarono ad arrivare dall’est orde di cavalieri armati, portatori di una cultura definita indoeuropea, che conquistarono quella società pacifica ed indifesa e vi sovrapposero la loro religione e le loro divinità di tipo patriarcale. Nelle fasi successive si diffuse il « rifiuto filosofico di questo mondo. Si sviluppò un pregiudizio contro questa mondanità e con questo la ripulsa della Dea e di tutto quello che aveva significato. La Dea gradualmente si ritirò nel profondo delle foreste o sulle vette delle montagne, e là sopravvisse fino ai nostri giorni nelle credenze e nelle fiabe. Seguì l’alienazione dell’uomo dalle radici vitali della vita terrena, e i risultati sono ben evidenti nella società contemporanea»25. Il disegno della Gimbutas è largamente fondato, ma questo non impedisce di avvertirvi una residuale sostanza mitologica, che può ancora pensare agli archetipi della tradizione che abbiamo sommariamente ricostruito e allo stesso Padula, alla sua avversione  per le popolazioni indoeuropee, alla sua idealizzazione delle popolazioni libere e autonome della preistoria europea e della loro esistenza pacifica, devastata dall’arrivo dei nomadi indoeuropei, portatori di una civiltà diversa, gerarchica e guerriera. Ci troviamo, ancora una volta di fronte alla stessa prospettiva: i Greci e i Romani per Padula e gli altri, e i Celti, i Germanici e gli Slavi per la Gimbutas non sono visti non come popoli gloriosi che hanno dato inizio alla civiltà europea, bensì come imperi che hanno distrutto la cultura armoniosa, pacifica ed egalitaria che aveva inaugurato la storia europea. È in quella civiltà che risiede, secondo Gimbutas, la fonte originaria dello sviluppo dell’umanità, è in quella direzione che occorre cercare le radici prime dell’Europa.

Note

1. In tale contesto si inseriscono anche le scoperte e gli scavi archeologici in siti su suolo non romano, come Paestum nel 1752 o sul confine tra mondo romano e non romano, come Ercolano nel 1738 e Pompei nel 1748.
2. «Nella Scienza Nuova, Vico abbassò Roma a una fase dell’eterno corso e ricorso, le tolse con l’unicità l’individualità e, fra le tante altre Rome apparse nella storia o che sarebbero apparse nell’avvenire, scorgeva ai suoi tempi i lineamenti Romani nell’estremo oriente, nel Giappone» (B. Croce, Aneddoti di varia letteratura, Laterza, Bari 1953, pag. 244).
3 Esaltazione che si può di certo riscontrare in autori come Giovanni Villani, Coluccio Salutati e soprattutto Leonardo Bruni.
4. Grande importanza, all’interno dell’opera del Giambullari, si dà alla fondazione della città di Firenze. Essa fu fondata, secondo l’autore, da Giano, bisnipote di Noè.
5. Ciò, in questo caso, è spiegabile anche per una questione meramente geografica: De Attellis era molisano; originario, quindi, di uno dei territori più poveri, più desolati e male amministrati del Regno (da cui il naturale impulso a sollecitare le riforme), ma soprattutto un territorio che corrispondeva alla massima parte dell’antico Sannio, autentica roccaforte della resistenza antiromana fino all’età sillana. Non è un caso, a mio avviso, che numerosi riferimenti del De Attellis nella sua opera siano, al di là della grande ammirazione per la civiltà e la potenza fenicia, proprio al mondo sannitico.
6. Elogio riscontrabile in opere come il Saggio sopra l’antica storia de’ primi abitatori dell’Italia, inserito nel IV volume (1780) della Storia filosofica e politica delle nazioni antiche e moderne, un ambizioso progetto a più mani ideato e coordinato da lui stesso; la Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado di Molise (Napoli 1781), la Descrizione geografica e politica delle Sicilie (Napoli 1786-94), la Nuova descrizione storica e geografica d’Italia (Napoli 1791).
7. Cuoco, descrivendo il viaggio di Platone e del suo allievo Cleobolo in Magna Grecia ed i loro colloqui col filosofo pitagorico Archita di Taranto elogia, lui molisano-sannita, le virtù ancestrali dei Sanniti e il loro sistema federale, in quanto hanno ereditato la grandezza della Magna Grecia pitagorica, sia nel campo delle istituzioni civili, sia in quelli delle scienze e delle arti. Egli li elogia anche come l’unica nazione in grado di opporsi a Roma. Nel descrivere il Sannio antico, Cuoco parla soprattutto di una fiorente agricoltura, praticata da agricoltori/proprietari. Ad Archita, tratteggiato come l’incarnazione del perfetto statista pitagorico della Magna Grecia, corrisponde, nel Sannio, Attilio di Duronia, prototipo del sannita agricoltore/filosofo, laborioso e sobrio.
8. «Rimarrà un solo popolo dominatore di tutta la terra, innanzi al cui cospetto tutto il genere umano tacerà; ed i superbi vincitori, pieni di vizi e di orgoglio, rivolgeranno nelle proprie viscere il pugnale ancora fumante del sangue del genere umano; e quando tutte le idee liberali degli uomini saranno schiacciate ed estinte sotto l’immenso potere che è necessario a dominar l’universo, e le virtù di tutte le nazioni prive di vicendevole emulazione rimarranno arrugginite, ed i vizi di un sol popolo e talora di un sol uomo saran divenuti, per la comun schiavitù, vizi comuni, sarà consumata allora la vendetta degli dei, i quali si servono delle grandi crisi della natura per distruggere, e dell’ignoranza istessa degli uomini per emendare la loro indocile razza» (V. Cuoco, Platone in Italia, a cura di A. De Francesco e A. Andreoni, Laterza, Roma – Bari 2006, pag. 107).
9. Tra le tante opere dell’Ottocento su tali temi, vale la pena citare ancora L’Age du bronze ou les Semites en Occident (1866) del Rougemont.
10. Un’opera che, a detta dell’autore, fu realizzata «scrivendo la sera e stampando la dimane» (V. Padula, Protogea ossia l’Europa preistorica, Brenner, Cosenza 1983, pag. V). Pertanto, i tempi di pubblicazione coinciderebbero con quelli della stesura dell’opera.
11. Preistoria calabrese che effettivamente occupa le pagine 351 – 430 dell’opera.
12. Questa tesi, centrale nella Protogea, si trova per la prima volta illustrata nelle Origini della lingua fiorentina (1546)di  P. F. Giambullari, precedentemente ricordata. E’ stata, poi, ripresa nei primi anni dell’Ottocento da G. Micali (di cui, in questo lavoro, si parla) e C. Jannelli. Dai suoi predecessori, Padula prese la tesi di fondo, comune a tutti con qualche variante, ed il metodo etimologico; «quasi interamente sue sono, invece, le etimologie e sua è l’interpretazione della mitologia antica col ricorso alla geologia dell’Europa» (D. Scafoglio, L’immaginazione filologica, ed. Qualecultura, Napoli – Vibo Valentia 1984, pag. 180).
13. D. Scafoglio, L’immaginazione filologica, op. cit., pag. 183.
14. P. Treves, Introduzione, pag. XII, in Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento, tomo primo, Einaudi, Torino 1976. La prima edizione fu pubblicata presso l’editore Ricciardi, Milano – Napoli 1962.
15. D. Scafoglio, L’immaginazione filologica, op. cit., pag. 183; ved. pure dello stesso autore Chiesa e Stato nel progetto di riforma religiosa di Vincenzo Padula, in  Libera Chiesa in Libero Stato, a cura di M.E. Olavarría – V. Roldán, Firenze, Polistampa, 2012, pagg. 119- 26. La figura e l’ opera  di Padula ha costituito, nel corso degli anni, una delle tematiche più importanti del Laboratorio Antropologico dell’Università degli Studi di Salerno, fondato dallo stesso Scafoglio (che  alla conoscenza di Padula ha dedicato contributi decisivi)  e attualmente diretto da Piera De Luna.
16. Discorso a’ posteri sulle vicende del Regno di Napoli e di Sicilia del 7 settembre 1860 fino al 7 settembre 1863, Ripostes, Battipaglia 2009, pag. 23.
17. Ivi, pag. 68.
18. Ibidem.
19. Discorso a’ posteri, op. cit., pag. 41.
20. Ivi, pag. 17.
21. Ivi, pag. 56.
22. «La questione della libertà è tutta nei municipii» (V. Padula, «Il Bruzio», 25 gennaio 1865). Per queste idee paduliane ved. Domenico Scafoglio, Gli scritti demoantropologici, introduzione alla ristampa anastatica de “Il Bruzio” di Vincenzo Padula, con repertorio, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, pp. 31-58, 523-38. La ristampa de «Il Bruzio», giornale fondato da Padula, il cui primo numero è datato 1 marzo 1864 e l’ultimo 28 luglio 1865, è curata da D. Scafoglio, G. Galasso e L. Lombardi Satriani.
23. D. Scafoglio, L’immaginazione filologica, op. cit., pag. 181.
24. D. Scafoglio, L’immaginazione filologica, op. cit., pag. 182.
25. M. Gimbutas, Il linguaggio della dea, Venexia, Roma 2008, pag. 179 (ripubblicato, presso la casa editrice Venexia di Roma, nel 2008, nella la traduzione italiana di Selene Ballerini.

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