Sogni perduti e vite infrante

Sogni perduti e vite infrante

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C’era una volta un paese di campagna, dove la terra da coltivare rappresentava l’unico sfogo per le forti braccia dei giovani e le sagaci menti degli anziani.
Un giorno la terra cominciò ad indurirsi, lasciando spazio alle strade ed ai portoni, come un fiume che fagocita i suoi stessi argini, come un padre che è convinto di agire nel migliore dei modi.
Molti divennero artigiani, altri ancora si tuffarono nella profondità dei libri, nuotando tra le corsie dei propri quaderni e raggiungendo le tranquille rive del sapere.
Nemmeno in questo posto i tuoni restarono in cielo, così accadde che il fango divenne polvere, cornice di guerra e di tragedia.
Ma come tutte le favole che si rispettino, il canovaccio segue il mito dell’araba fenice, dalle ceneri si addiviene al lieto fine.
Si aprirono i cancelli in fondo a una discesa, vi entrarono in tanti in quegli stabilimenti, lasciando la pregressa occupazione, convinti che il passato avrebbe compreso il tutto e non si fosse mai sentito tradito per quell’abbandono.
Passano i decenni e si chiudono i cancelli, in faccia a chi è deluso, perché ha dato tanto o forse tutto.
Si chiudono dinanzi a chi ha creduto in quel viatico per la tranquillità, si chiudono in faccia a quei genitori che adesso si nascondono, perché hanno solo lavorato e che ora, si vergognano di farsi scorgere seduti ed ingialliti dietro ai tavoli di un bar.

Sebastiano Seneca

redazioneIconfronti

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