Sono le mamme che “formano” i baby criminali di Scampia

Sono le mamme che “formano” i baby criminali di Scampia

Pubblichiamo questa preziosa testimonianza di Davide Cerullo, operatore sociale che presta la propria opera anche nelle Vele di Scampia ed è approdato al suo convinto impegno da una vita violenta dalla quale, se si vuole, si può tranquillamente uscire. Ed egli è la prova di tale possibilità: la sua esistenza costituisce un messaggio di speranza nella Scampia nuovamente insanguinata e senza alcun freno.

di Davide Cerullo

Di fronte agli omicidi e a tanta ferocia che li circonda, mi sono spesso posto in questi giorni una domanda: che madri ci sono dietro questi figli che ammazzano e muoiono di camorra? Quali donne dietro questi fiori del male che per “onore” e denaro ammazzano un proprio simile? Come educano questi figli alla cultura di morte, data o ricevuta? Tante sono le immagini che mi salgono alla mente, esempi di questa diseducazione quotidiana cui sono sottoposti i bambini e le bambine che vivono immersi in questa sotto-cultura della violenza. Così rivedo file di divani casalinghi con mamme e figli assorti a guardare fiction televisive come “Il capo dei capi” o “L’onore e il rispetto”, ammirando il boss mafioso tutti insieme. La camorra che riesce a vincere anche nella fiction. E poi le canzoni di Tommy Riccio, i cui testi incitano alla cultura dell’“onore”, ascoltati e riascoltati fino a quando tutti li sanno a memoria, bambini compresi. Al posto delle filastrocche i bambini cantano queste canzoni e anche così interiorizzano parole e concetti che, prima ancora di capirli, diventano punti fermi.
Come crescono questi bambini in queste famiglie? Anche una banalità come tagliarsi i capelli può essere piena di questa cultura da “uomo d’onore”. Ricordo una mamma che alla domanda del barbiere su che taglio di capelli volesse per il figlio di tre anni rispose : “Facc’ ‘nu tagl’a omm”. (Fagli un taglio da uomo). La non-cultura della violenza, del rispetto inteso come sottomissione al più forte, del branco che non discute ma obbedisce al capo e ai principi dell’onore così come sono concepiti in questo sistema, è fondata dai padri e tramandata dalle madri ai figli. Ci sono madri che incitano i figli a crescere in questa direzione, che vogliono che il figlio risponda all’offesa e non importa cosa e quanto costi, fosse anche la vita del proprio figlio o di qualche altro figlio di un’altra madre. Non sono rari i casi in cui queste donne festeggiano a tappi di champagne la morte di un nemico del marito, non sono rari i casi di madri orgogliose della bestialità dei loro figli, che sono felici dei risultati che la loro educazione ha raggiunto. Madri snaturate e sventurate allo stesso tempo, che partoriscono carne da macello, che portano esse stesse i loro figli a morire sull’altare di quegli stessi uomini che quotidianamente le violentano nella loro dignità di persone, sottomettendole fisicamente e psicologicamente.
Quale educazione porta questi bambini, poi ragazzi e poi uomini e donne, a ripetere il circuito della violenza? L’educazione dei disvalori come il denaro, la ricchezza esagerata ed esposta come trofeo, come riuscita nella vita. Poco importa se tutto questo ammette il rischio molto alto di morire giovane, sparato in una via. A tutto questo, purtroppo, in certi contesti ci si abitua.
Quando vendevo la morte per il boss Antonio Leonardi, sono corso tutte le volte che sentivo le sirene di un’autoambulanza. Volevo vedere cosa era  successo e spesso si trattava del solito tossicodipendente andato in overdose.
Più di una volta mi sono ritrovato davanti a delle scene inaccettabili, come la morte di giovani ragazzi, e dopo averli guardati e detto: “povero guaglione”, povero ragazzo, insieme ai miei amici siamo ritornati a vendere quella stessa morte che se lo era preso. Ripeto: tranquillamente. Proprio questa tranquillità con cui si vivono certe atrocità oggi mi fa paura.
Tranquillamente si assiste a scene come questa che mi raccontò Diego, un ragazzino: “Stavo tirando in porta con tutta la rabbia e la forza che scarico quando voglio fare gol. In quel medesimo momento non ci ho capito più niente: buuum buuum, urla e spari. Mi sono affacciato di nascosto dallo scalone centrale, tutto cacato sotto, e ho visto Gennaro che correva zoppicando e diceva: “aiuto, aiuto, aiutatm, aiutatemi!!” Poi è caduto, ho visto una persona alle spalle, con una grossa pistola in mano e senza nessuna pietà gli ha dato il colpo di grazia, proprio ‘ncapo. Ho chiuso gli occhi per non guardare ma li ho riaperti subito, era troppo buio, tenevo paura. Poi solo tanto sangue, strilli, pianti e un lenzuolo bianco. Gennaro nun c’è sta cchiù, povero guaglione…”
Dove sono gli adulti che contengono? Come è possibile non assumersi le proprie responsabilità di fronte alla cultura della violenza? Non riuscirò mai a capire come fanno certe mamme a mettere tranquillamente nel conto di perdere i propri figli, magari giovanissimi, per tramandare l’educazione criminale, per renderli degni eredi di quegli uomini chiusi in carcere o morti che devono essere vendicati. Mamme che vengono meno al loro ruolo di educatrici e divengono moderni Gatti, Volpi e Lucignolo col carretto delle favole, che in realtà sono tragedie scritte tra le mura domestiche. Ci sono mamme maestre che fanno studiare i figli da camorrista, ma queste non  sono mamme, che tramandano al proprio figlio la convinzione che fare il boss rappresenti l’unica possibilità di riscatto. Resta valida la ricetta semplicissima di quel grandissimo attore che è Eduardo De Filippo: “Nei confronti dei giovani e dei figli, abbiamo un preciso dovere: rendergli la vita difficile”. Bisogna che la smettiamo di vezzeggiare i nostri figli, di blandirli, accontentarli, assecondarne i capricci, legittimarne il vittimismo. Non molto tempo fa a un ragazzino di soli tredici anni chiesi quali fossero i suoi sogni da grande. Mi rispose, tranquillamente: “Diventare un boss, avere tanti soldi, orologi, macchine e di morire ammazzato come un vero omm’e miezz a  via” (come un vero uomo di malavita).
Ecco l’emergenza culturale e sociale: impegnare tutte le forze sane disponibili per evitare il più possibile queste tragedie annunciate, proponendo alternative a questa mentalità e cultura di morte e violenza. Mi viene da chiedere a queste mamme e ai papà: “Ma che vita mai è la vostra? Ma credete veramente che ne vale la pena vivere di violenza e criminalità e tramandarla ai vostri figli, che invece possono essere e vivere una speranza di vita diversa? Avete il carcere che vi aspetta, la latitanza, la morte, il sequestro dei beni, alla fine non vi resta più niente: per chi, per cosa continuare in questa direzione? Fermatevi e cercate dentro di voi almeno il bene per i vostri figli”.
Ricordo la morte di un ragazzo di 13 anni di Villaricca avvenuta il 10 aprile del 2009. Si chiamava Vittorio. Vittorio frequentava la seconda media Siani, la scuola che porta il nome del giornalista ucciso dalla camorra, al quale Vittorio si era affezionato. Fu trovato dalla madre con il cappio alla gola, aveva lasciato un biglietto che diceva: “Non sopporto più mio padre, saluto tutti i parenti e vi chiedo scusa”. Il padre di Vittorio era legato ad un clan locale, e lui si vergognava di essere figlio di un camorrista.

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