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Sorrentino dentro la maschera di ferro di Silvio

Sorrentino dentro la maschera di ferro di Silvio
di Rosaria Fortuna
Silvio Berlusconi è il politico più famoso in questo paese e anche fuori da questo paese. Negarlo non semplificherà il rapporto, al limite dello schizofrenico, che con lui hanno gli italiani. Ogni volta che di Berlusconi se ne prospetta la fine, lo si vede risorgere, come nemmeno all’Araba Fenice è dato fare. Di lui, l’unico, che con chiarezza aveva visto giusto e lungo, è stato Alexander Stille che con il suo “Citizen Berlusconi” aveva analizzato a fondo il fenomeno, contestualizzando “l’uomo Berlusconi” in maniera puntuale. Un’operazione che anche Paolo Sorrentino con il suo “Loro 2” (soprattutto) ha fatto e che di certo deluderà chi si aspettava la narrazione critica della vita di Berlusconi, attraverso la ricostruzione della nascita della sua fortuna. Semplicemente perché se esiste un enigma Berlusconi, questo enigma è tutto umano. In lui, ogni cattivo letterario e cinematografico, come ben ha capito Paolo Sorrentino, prendono vita e si autoalimentano, al punto da rendere seducente e bellissimo il ghigno che oggi lo comprende, e che è anche il frutto della ricostruzione mascellare effettuata dopo che Massimo Tartaglia, nel 2009, al termine di un comizio lo colpì con una statuetta raffigurante il Duomo. Un fenomeno isolato, a cui si va ad aggiungere un lancio di uova, mancato, in Friuli, in occasione della passata campagna elettorale. Campagna che lo ha visto in prima linea e vincere. Berlusconi ama il bagno di folla, il suo bisogno di sedurre è una necessità legata alla sua anima di venditore. Le stesse barzellette, barzellette che propina con deliberata lentezza, sono il modo più semplice e sottile di farsi accettare a livello epidermico. È singolare come quest’uomo sia diventato prigioniero della sua maschera di ferro, e di una vita nella quale il sogno, ovvero la capacità di progettare un mondo differente e più leggero, non trova più spazio Sono lontani i tempi della vita romanzata e formato telenovela, distribuita a tutti gli italiani, come sono lontani i tempi in cui per conquistare la donna, donna che più a lungo gli è stata vicina e, di cui si era innamorato, per vincerne la ritrosia, le regalò una coperta in pile. Lui che andava tutte le sere a teatro per ammirarla, ma che per dimostrarle un sentimento, e anche un bisogno di averla per sé, le aveva fatto il regalo meno scontato che si potesse immaginare, ma quello più privato e utile. E così Paolo Sorrentino, al di là di tutto, ha restituito a noi questa immagine umana fallace. Fallace perché il tallone d’Achille di Berlusconi è l’uomo privato, o meglio la sua incapacità di essere privato. Una vita tutta pubblica comporta la perdita dell’innocenza, e anche della capacità di prospettare altri mondi, mondi meno terreni da costruire o anche solo da proietttare. Solo che questo costo lo paghiamo noi per aver creduto che perdere l’innocenza, attraverso lo specchio infranto della sua vita, fosse una forma di onestà. Quasi che sapendo dei suoi vizi privati ci fosse più vicino e prossimo. A guardare il film di Sorrentino, e a vivere in Italia, in questo momento storico, vorremmo essere ben più che distanti da lui, visto che, come nell’inferno di Dante, siano tutti insieme appassionatamente nei gironi a noi più prossimi, senza nessuna possibilità di salvezza. Forse proprio per questa ragione “Loro2” ci  fa male, mentre ci instupidisce per farci prendere le distanze da ciò che siamo diventati insieme a Berlusconi. O forse semplicemente il film ci dice che è arrivato il momento di inquadrare il Cavaliere per quello che è: un uomo al tramonto, ricco, solo e condannato a vivere. Al di là anche di se stesso.
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