Spesi 60mila miliardi per una ricostruzione infinita

Spesi 60mila miliardi per una ricostruzione infinita

Per il sisma del 1980 (nella foto la distruzione provocata dal terremoto) è stata spesa una cifra che si fa fatica a convertire nelle vecchie lire (più o meno 60mila miliardi di lire). La somma si avvicina al debito estero di alcuni paesi, corrisponde al sestuplo dell’Alta velocità ferroviaria Bologna-Firenze, consentirebbe di costruire 30 aeroporti di Malpensa. Significativo il fatto che queste cifre siano contenute in una relazione con sole quattro pagine di tabelle, mentre più di venti, sono utilizzate per chiedersi, senza risposta, perché si è speso tanto per una tragedia che ha portato morti in 2mila famiglie ma da cui è partita una ricostruzione inspiegabilmente lenta e costosissima. Ed oggi si chiedono ancora soldi. Oggi che per sostenere i danni del sisma in Emilia, il Consiglio dei ministri ha deciso di aumentare di due centesimi le accise sui carburanti. Nulla questio. O almeno di fronte a tanto strazio riusciamo a trattenere l’indignazione. Varrebbe la pena ricordare ai sindaci di Montemarano, di Frigento, di Lauro, di Greci, di Savignano, di Marzano di Nola, di Taurano, nonché ai rappresentanti delle Lega delle autonomie locali, dell’Anpci e all’ingegner Romano, componente del gruppo di lavoro per il completamento della ricostruzione dei comuni terremotati, (amministratori che si sono recati a Roma per chiedere soldi e leggi al sottosegretario Improta) se sanno che oggi sul prezzo della benzina che paghiamo noi tutti, le accise pesano per il 52% sul costo totale, e c’è un’accisa di 75 lire solo per il terremoto dell’Irpinia del 1980. A questi impeccabili e tempestivi amministratori andrebbe ricordato, inoltre, che i Comuni ammessi inizialmente alle sovvenzioni della ricostruzione, nel lontano 1980, furono 280 e che meticolosamente, incessantemente, anno dopo anno, sono diventati poi 687; nel corso degli anni si sono scoperti tutti travolti dal terremoto, vale a dire quasi il nove per cento di tutti i Comuni italiani. Anche i costi delle infrastrutture cantierate sono lievitate magicamente di ben 27 volte rispetto a quelli indicati nelle convenzioni originarie.
All’indomani del terremoto la legge 219 del 1981 prevedeva dei contributi che hanno riguardato 3 Regioni, 6 milioni di abitanti e 689 comuni (544 in Campania, 131 in Basilicata, 14 in Puglia) ed un totale di 362.000 abitazioni, facendo fronte con una spesa complessiva di 50.000 miliardi di lire così suddivisa:
14.500 miliardi di lire per la ricostruzione abitativa in Campania,
3.250 miliardi di lire per la ricostruzione abitativa in Basilicata,
300 miliardi di lire per la ricostruzione abitativa Puglia,
• per un totale di 18.000 miliardi di lire.
• Inoltre, per l’emergenza sono stati spesi: 4.500 miliardi di lire,
• per le Regioni 2.000 miliardi di lire,
• per le Aree industriali 8.000 miliardi di lire,
• per il Pser di Napoli 15.500 miliardi di lire,
• per le amministrazioni statali 2.500 miliardi di lire,
• in totale, appunto, 50.500 miliardi di lire (pari a 25,8 miliardi di euro) solo all’indomani del terremoto.
Successivamente venne promulgata poi la legge 23.1.1992, n. 32 che finanziava il proseguimento dell’opera di ricostruzione erogando complessivamente finanziamenti per entrambe le Regioni per 3,2 miliardi di euro, facendo salire l’impegno economico soddisfatto fino a quella data a 29 miliardi di euro, di cui 9,3 miliardi solo per le esigenze abitative. Con la legge 677 del 96 fu notevolmente ampliato il numero degli aventi diritto al finanziamento prioritario. A partire dal 1999, con il coinvolgimento delle Regioni, si è registrata una lentezza nell’erogazione dei finanziamenti. Basti pensare che nell’ultimo decennio sono state, infatti, assegnate risorse per circa il 3% del totale assegnato ai comuni a seguito del sisma ed enormemente inferiori a quelle stimate dalle regioni per la sola ricostruzione abitativa.
Altri dati sull’enorme spesa post terremoto dell’80 dicono che:
286 milioni di euro è il totale dei fondi che i comuni terremotati campani hanno a disposizione e non hanno ancora speso;
21 milioni di euro è il totale dei fondi che i comuni terremotati lucani hanno a disposizione e non hanno ancora speso;
360 milioni di euro è il totale che lo Stato è riuscito a stanziare negli ultimi 10 anni per il terremoto del 1980 pari a circa il 3% del totale assegnato;
nulla il Parlamento ha stanziato per il terremoto in questione a partire dal 2008;
2.000 milioni di euro sarebbe il fabbisogno residuo determinato dal gruppo istituito proprio dal ministero delle infrastrutture.
Dai conti consuntivi, infine, emerge, quale macro-dato, che a fronte di 360 milioni di euro stanziati negli ultimi 10 anni, risultano non spesi 286 milioni di euro da parte dei Comuni campani; vi sono circa 70 Comuni nella Regione Campania con giacenze di cassa superiori a 500.000 euro, 42 dei quali dispongono, mediamente, di risorse immobilizzate superiori a 2 milioni di euro ciascuno. Tutto ciò nonostante si registri una sostanziale immobilità di spesa nei Comuni campani della fascia costiera. Per il terremoto in Irpinia è stato speso 7 volte di più di quanto speso per il terremoto del 1976 in Friuli, che però (almeno) è stato ricostruito. Insomma, ancora oggi stiamo pagando per quella terribile, devastante scossa iniziata esattamente alle ore 19,34 di domenica 23 novembre 1980. Speculare sul terremoto fa venire in mente gli sciacalli, se la cosa continua a distanza di anni la mente va a ben altri sospetti.
(nella sezione paradossi altri servizi sul terremoto in Irpinia del 1980)
(m.a.)

m.amelia

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