Dom. Lug 21st, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Spunta persino un assegno per il Papa nel giallo del Vaticano

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Il maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele è stato rinviato a giudizio per il reato di furto aggravato. E’ quanto emerge dalla sentenza del giudice istruttore Piero Antonio Bonnet presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano sul caso dei documenti riservati sottratti dall’appartamento del Papa. Insieme a Gabriele è stato rinviato a giudizio anche Claudio Sciarpelletti, analista programmatore di prima classe dipendente della Segreteria di Stato Vaticano per il reato di favoreggiamento, l’uomo, cittadino italiano, fu arrestato - senza che sinora se ne sapesse nulla - lo scorso 25 maggio. Il suo ruolo, ha puntualizzato il portavoce vaticano Federico Lombardi, è “marginale”. Il giudice Bonnet ha contestato al maggiordomo infedele del Papa il ritrovamento a casa sua, insieme ai dossier con i documenti, di tre oggetti a lui non appartenenti e cioè un assegno bancario di centomila euro intestato a “Santidad Papa Benedicto XVI”, datato 26 marzo 2012, proveniente dall'Universitad Catolica San Antonio di Guadalupe; una pepita presunta d’oro, indirizzata a Sua Santità dal signor Guido del Castillo, direttore dell’Aru di Lima (Perù); una cinquecentina dell'Eneide, traduzione di Annibal Caro stampata a Venezia nel 1581, dono a Sua Santità delle “Famiglie di Pomezia”. Da parte sua, si legge nella requisitoria del promotore di giustizia Nicola Picardi, Paolo Gabriele ha giustificato questa circostanza con il caos nel quale erano le sue cose. «Nella degenerazione del mio disordine è potuto capitare anche questo», ha detto. Il giudice istruttore gli ha, quindi, domandato se a lui venissero affidati anche i doni presentati al Santo Padre da portare poi in Ufficio. L’imputato ha risposto: «Sì. Ero l'incaricato di portare alcuni doni presso il magazzino e altri in Ufficio. Taluni di questi doni servivano per le pesche di beneficenza del Corpo della Gendarmeria, della Guardia Svizzera Pontificia e per altre beneficenze. Mi spiego ora perchè una persona che si era fatta tramite di questo, mi chiese perchè non era stato riscosso un assegno donato da alcune suore e ciò fu da me portato a conoscenza di Mons. Alfred Xuereb. Mons. Gaenswein talvolta mi faceva omaggio di taluni doni fatti al Santo Padre. In particolare questo avveniva per i libri sapendo che io avevo una passione particolare per questi». Negli interrogatori a cui è stato sottoposto durante la detenzione che ha portato all'odierno rinvio a giudizio, Paolo Gabriele ha raccontato anche di avere incontrato il giornalista Gianluigi Nuzzi, autore del best-seller di “Sua Santità”, nell’appartamento di quest'ultimo. Lo si legge nella sentenza di rinvio a giudizio. Gabriele ha precisato - a quanto si legge - di non aver «ricevuto versamenti in denaro o altri benefici» e di aver agito spinto «da diverse ragioni quali i miei interessi personali, inoltre ritenevo che anche il Sommo Pontefice non fosse correttamente informato su alcuni fatti. In questo contesto (fui) spinto anche dalla mia fede profonda e dal desiderio che nella Chiesa si dovesse far luce su ogni fatto». Paolo Gabriele riferisce anche di essere stato intervistato anonimamente d Nuzzi per la trasmissione “Gli Intoccabili” (La7). Nel documento, presentato oggi in Vaticano, si riferisce anche di un confronto tra Paolo Gabriele e il segretario del Papa, mons. Georg Gaenswein, al momento in cui quest’ultimo, accertato il furto delle carte riservate, ha comunicato a Paolo Gabriele la sospensione ‘ad cautelam’. «Lui ha allora detto che in questo modo era stato trovato il capro espiatoria della situazione. Molto freddamente - prosegue Gaenswein a quanto riportato sul dispositivo di rinvio a giudizio - mi ha poi detto che era tranquillo e sereno avendo a posto la coscienza vendo un colloquio con il suo padre spirituale». Gabriele riferisce di aver passato le stesse carte date a Nuzzi anche a questo padre spirituale, il quale - sempre secondo la sentenza della magistratura vaticana - ha poi bruciato i documenti. Dal rinvio a giudizio, inoltre, emergono sempre nuovi particolari: nel corso della detenzione, iniziata con l’arresto del 23 maggio e conclusa con la concessione degli arresti domiciliari il 21 luglio, Paolo Gabriele è stato sottoposto ad una perizia psichiatrica. La magistratura vaticana non ha ritenuto, però, che emergesse un profilo psicologico tale da non poter considerare imputabile il maggiordomo del Papa. Sulla vicenda c’è la presa di posizione del Vaticano: «C’è volontà di trasparenza e di rispetto per il ruolo della magistratura vaticana, per la sua competenza e autonomia». E' questo l’atteggiamento di Papa Benedetto XVI nei riguardi dell’inchiesta giudiziaria relativa al cosiddetto scandalo Vatileaks. Ad assicurarlo è Padre Lombardi che, nella sala stampa vaticana, riferisce che «il Papa ha invitato a procedere nel suo lavoro senza interferenze la magistratura, come del resto è avvenuto anche da parte della Segreteria di Stato. E' chiara l'intenzione di rispettare il lavoro della magistratura. Questo -sottolinea ancora Padre Lombardi- spiega anche perchè non sono state pubblicate le risultanze della commissione cardinalizia, proprio per non interferire con il lavoro dei magistrati». Il Pontefice ha ricevuto l’intera documentazione e ne ha preso conoscenza, informa ancora Padre Lombardi aggiungendo: «Rimane ovviamente nel potere del Papa intervenire se lo ritiene opportuno. Ma finora non l’ha fatto ed è un’ipotesi plausibile che ciò non avvenga fino al giudizio».

Il maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele è stato rinviato a giudizio per il reato di furto aggravato. E’ quanto emerge dalla sentenza del giudice istruttore Piero Antonio Bonnet presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano sul caso dei documenti riservati sottratti dall’appartamento del Papa. Insieme a Gabriele è stato rinviato a giudizio anche Claudio Sciarpelletti, analista programmatore di prima classe dipendente della Segreteria di Stato Vaticano per il reato di favoreggiamento, l’uomo, cittadino italiano, fu arrestato – senza che sinora se ne sapesse nulla – lo scorso 25 maggio. Il suo ruolo, ha puntualizzato il portavoce vaticano Federico Lombardi, è “marginale”. Il giudice Bonnet ha contestato al maggiordomo infedele del Papa il ritrovamento a casa sua, insieme ai dossier con i documenti, di tre oggetti a lui non appartenenti e cioè un assegno bancario di centomila euro intestato a “Santidad Papa Benedicto XVI”, datato 26 marzo 2012, proveniente dall’Universitad Catolica San Antonio di Guadalupe; una pepita presunta d’oro, indirizzata a Sua Santità dal signor Guido del Castillo, direttore dell’Aru di Lima (Perù); una cinquecentina dell’Eneide, traduzione di Annibal Caro stampata a Venezia nel 1581, dono a Sua Santità delle “Famiglie di Pomezia”. Da parte sua, si legge nella requisitoria del promotore di giustizia Nicola Picardi, Paolo Gabriele ha giustificato questa circostanza con il caos nel quale erano le sue cose. «Nella degenerazione del mio disordine è potuto capitare anche questo», ha detto. Il giudice istruttore gli ha, quindi, domandato se a lui venissero affidati anche i doni presentati al Santo Padre da portare poi in Ufficio. L’imputato ha risposto: «Sì. Ero l’incaricato di portare alcuni doni presso il magazzino e altri in Ufficio. Taluni di questi doni servivano per le pesche di beneficenza del Corpo della Gendarmeria, della Guardia Svizzera Pontificia e per altre beneficenze. Mi spiego ora perchè una persona che si era fatta tramite di questo, mi chiese perchè non era stato riscosso un assegno donato da alcune suore e ciò fu da me portato a conoscenza di Mons. Alfred Xuereb. Mons. Gaenswein talvolta mi faceva omaggio di taluni doni fatti al Santo Padre. In particolare questo avveniva per i libri sapendo che io avevo una passione particolare per questi». Negli interrogatori a cui è stato sottoposto durante la detenzione che ha portato all’odierno rinvio a giudizio, Paolo Gabriele ha raccontato anche di avere incontrato il giornalista Gianluigi Nuzzi, autore del best-seller di “Sua Santità”, nell’appartamento di quest’ultimo. Lo si legge nella sentenza di rinvio a giudizio. Gabriele ha precisato – a quanto si legge – di non aver «ricevuto versamenti in denaro o altri benefici» e di aver agito spinto «da diverse ragioni quali i miei interessi personali, inoltre ritenevo che anche il Sommo Pontefice non fosse correttamente informato su alcuni fatti. In questo contesto (fui) spinto anche dalla mia fede profonda e dal desiderio che nella Chiesa si dovesse far luce su ogni fatto». Paolo Gabriele riferisce anche di essere stato intervistato anonimamente d Nuzzi per la trasmissione “Gli Intoccabili” (La7). Nel documento, presentato oggi in Vaticano, si riferisce anche di un confronto tra Paolo Gabriele e il segretario del Papa, mons. Georg Gaenswein, al momento in cui quest’ultimo, accertato il furto delle carte riservate, ha comunicato a Paolo Gabriele la sospensione ‘ad cautelam’. «Lui ha allora detto che in questo modo era stato trovato il capro espiatoria della situazione. Molto freddamente – prosegue Gaenswein a quanto riportato sul dispositivo di rinvio a giudizio – mi ha poi detto che era tranquillo e sereno avendo a posto la coscienza vendo un colloquio con il suo padre spirituale». Gabriele riferisce di aver passato le stesse carte date a Nuzzi anche a questo padre spirituale, il quale – sempre secondo la sentenza della magistratura vaticana – ha poi bruciato i documenti.
Dal rinvio a giudizio, inoltre, emergono sempre nuovi particolari: nel corso della detenzione, iniziata con l’arresto del 23 maggio e conclusa con la concessione degli arresti domiciliari il 21 luglio, Paolo Gabriele è stato sottoposto ad una perizia psichiatrica. La magistratura vaticana non ha ritenuto, però, che emergesse un profilo psicologico tale da non poter considerare imputabile il maggiordomo del Papa. Sulla vicenda c’è la presa di posizione del Vaticano: «C’è volontà di trasparenza e di rispetto per il ruolo della magistratura vaticana, per la sua competenza e autonomia». E’ questo l’atteggiamento di Papa Benedetto XVI nei riguardi dell’inchiesta giudiziaria relativa al cosiddetto scandalo Vatileaks. Ad assicurarlo è Padre Lombardi che, nella sala stampa vaticana, riferisce che «il Papa ha invitato a procedere nel suo lavoro senza interferenze la magistratura, come del resto è avvenuto anche da parte della Segreteria di Stato. E’ chiara l’intenzione di rispettare il lavoro della magistratura. Questo -sottolinea ancora Padre Lombardi- spiega anche perchè non sono state pubblicate le risultanze della commissione cardinalizia, proprio per non interferire con il lavoro dei magistrati». Il Pontefice ha ricevuto l’intera documentazione e ne ha preso conoscenza, informa ancora Padre Lombardi aggiungendo: «Rimane ovviamente nel potere del Papa intervenire se lo ritiene opportuno. Ma finora non l’ha fatto ed è un’ipotesi plausibile che ciò non avvenga fino al giudizio».

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