Stupida e violenta quella svastica sulla lapide di via Fani

Stupida e violenta quella svastica sulla lapide di via Fani
Algebre, di Rino Mele

Da quella mattina di giovedì 16 marzo 1978, quarant’anni fa – col rapimento di Aldo Moro (l’inizio della sua fine) e la morte di cinque agenti di scorta in via Fani – l’Italia entrò nella sua più irrimediabile crisi: fu un non saper dire, un muoversi disorientati. In questi giorni di simulata profezia elettorale, in cui si gioca allo sconvolgimento di qualsiasi progetto della ragione, è appena accaduto un impensabile episodio vergognoso relativo a quella tragedia. Sulla lapide di via Fani è apparsa una svastica a delimitare uno spazio osceno con una scritta stupida e violenta: “A morte le guardie”. Il ludibrio s’è consumato in quelle parole, ed è sembrato che tutti i morti di quel lontano ’78 fossero morti invano. Così, la crudeltà di quella tragedia è diventata farsa e parodia. La mattina del 16, le Brigate Rosse nel chiudere gli occhi di Moro, tenendolo ancora in vita per 55 giorni, vollero portare l’attacco al centro dello Stato che era la Dc. E la Dc fu nei pensieri di Moro fino all’ultimo (nel dolore di non averla saputa trarre dalla vertigine di un potere autofago).

Rino Mele
Rino Mele

Nel famosissimo “Memoriale”, uno dei documenti più importanti della storia italiana del secondo dopoguerra, possiamo leggere quello che Moro ha scritto nella sua obliqua e attenta agonia: “Chi ha non cede quello che ha, non desidera farne parte agli altri. In effetti si corrode il circuito dell’innovazione democratica sia nel Paese per la lunga e invariata gestione del potere pur nel mutare delle alleanze, sia nel partito dove gruppi di potere ora si scontrano, ora si sorreggono a vicenda”. Amara come fiele politico è la conclusione su questi “gruppi” che “traggono motivo di singolare durevolezza dalla gestione del potere fine a se stesso”. Straordinario come, in quei momenti estremi, Moro condannato sappia guardare negli occhi un partito spaventato dall’arbitrio delle sue correnti. Un tempo lontanissimo e irriconciliabile con queste inconsulte ore in cui lo scempio della lapide di via Fani ha solo aggiunto irrealtà alla poca ragione che attraversa questi giorni convulsi prima del voto. Pure, in qualche modo, l’oscena evocazione fascista di un’immagine martire (non priva di contraddizioni) della nostra prima Repubblica è servita a farci misurare lo sprofondo in cui progressivamente siamo caduti. Il marcire di quel vuoto.

redazioneIconfronti

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