Mar. Lug 16th, 2019

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Sud Italia, il ritardo che uccide

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di Luigi Zampoli
di Luigi Zampoli

La gente del Sud non è mai andata in treno per viaggi di piacere, piuttosto ha affidato al treno sogni e speranze di una vita migliore.
È una faccenda molto seria quella che lega i destini dei meridionali ad un treno che corre lungo dei binari per chilometri e chilometri; è un viaggio che non ha mai fine e che dura da quando esistono le ferrovie, è una lotta senza tempo tra un destino che sembra già scritto e la forza di andargli incontro per sventare i suoi piani contrari.
Che siano piccole o grandi distanze non importa, bisogna prendere un treno, in senso reale e metaforico, se si vuole avere qualche opportunità di cambiamento, la possibilità di studiare, lavorare per costruirsi un futuro.
Nel secolo scorso i treni che dal Sud al Nord hanno traghettato milioni di uomini e donne del Sud da una vita di stenti ad una nuova esistenza fatta di lavoro e decoro, ci hanno consegnato un’immagine indelebile della nostra storia; erano i nostri nonni, ii nostri avi, quelli che con poche cose riposte in una valigia di cartone, tenuta chiusa con lo spago, salivano su lentissimi serpenti d’acciaio per sfidare il mondo.
Era, invece, l’abitudine quotidiana a costruire tassello dopo tassello la propria vita, ciò che dava la forza ai pendolari, vittime dell’incidente ferroviario in Puglia, di salire su quel trenino locale apparentemente innocuo, destinato al solito tragitto tra campi d’ulivi e muretti a secco.
Se il destino lo sfidi a colpi di grandi gesta può schiuderti prospettive meravigliose, se lo incanali sui sentieri rassicuranti della routine può riservarti sorprese tragiche.
Non lo sapevano, immersi com’erano nei mille pensieri tipici dei pendolari, che il rito dei venti minuti o mezz’ora da trascorrere sul treno locale e il suo binario unico sarebbe stato l’ultimo; quel treno, con i suoi passeggeri, si è visto riflesso vedendone un altro venire in moto contrario. Un incidente dovuto a negligenza ed imperizia umana e all’assenza di modernità che continua ad accompagnare la storia del meridione.
Nel Mezzogiorno mancano moderno e post-moderno, il progresso tecnologico non è in “dotazione” a tanti, troppi cittadini. Subentra quel misto di spirito di adattamento e di fatalismo che, al tempo stesso, ha costituito pregio e limite nell’affrontare le prove più difficili.
Su quel treno c’era chi doveva andare a lavoro, chi a scuola per recuperare dei debiti scolastici, chi dalla propria famiglia, solo doveri e nessun piacere, in viaggio su un binario solitario e striminzito che da chissà quanto tempo aspettava di essere affiancato da un altro binario.
In fondo anche i capistazione, le cui responsabilità saranno accertate dai magistrati, sono vittime dell’abitudine ad arrangiarsi che alla lunga corrode la lucidità e deresponsabilizza, prestando il fianco a drammi improvvisi e nefasti.
Vittime e colpevoli, erano tutti assorti nella variabile prevista delle cose fino a quando l’imprevedibile ha fatto irruzione sulla scena, spezzando tutto, vite, treni, binari e ulivi, con il canto implacabile delle cicale a fare da sfondo.
Nel 2016, in Italia, nel suo tribolato meridione, ci voleva il sacrificio di ventitré vite umane per capire che due treni che viaggiano in direzione opposta non possono percorrere un unico binario contemporaneamente, non senza qualche piccolo, necessario strumento tecnologico che regoli il traffico ferroviario; adesso chi avrebbe dovuto provvedere e non l’ha fatto se ne sarà accorto. Troppo tardi.

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