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Sui migranti seguiamo il giornalismo d’inchiesta

Sui migranti seguiamo il giornalismo d’inchiesta
di Gennaro Avallone

“Quello di cui abbiamo bisogno non è un giornalismo buono, o buonista, ma di buon giornalismo che sia in grado di offrire al pubblico la giusta percezione dei fatti”. È con queste parole che Giovanni MariaBellu, Presidente dell’Associazione Carta di Roma, accompagnò nel Dicembre 2015 la presentazione di “Notizie alla Deriva”, il secondo rapporto annuale dell’Osservatorio CartadiRoma su giornalismo e immigrazione in Italia.

Di fronte a questa esortazione metodologica, cosa fa il giornalismo reale? Si articola in differenti posizioni, in differenti modi di lavorare. C’è il giornalismo di inchiesta, quello, ad esempio, di chi, come Fabrizio Anzolini del settimanale L’Espresso, si imbarca per capire cosa fa una nave di una Ong nel Mediterraneo, facendoci sapere che salva persone e non fa accordi o soldi con i trafficanti. C’è il giornalismo che approfondisce la conoscenza delle rotte delle persone migranti, come quello dei freelance Giacomo Zandonini, impegnato a capire cosa accade in Niger, e Nancy Porsia, esperta sul campo di ciò che accade in Libia. C’è il giornalismo attento ai dati statistici oltre che alle storie delle persone, che racconta, ad esempio, cosa accade a Lesbo, come nel libro-inchiesta di Daniele Biella, anche egli freelance, “L’isola dei giusti. Lesbo. Crocevia dell’umanità”.

Gennaro Avallone

Gennaro Avallone

E, poi, c’è il giornalismo che, seppure con orientamenti ideologici, politici e culturali differenziati, propone titoli di questo tipo: “Il trucco degli immigrati per non pagare le tasse” (Il gionale, 9/5/2017), “Gran Hotel immigrati. Una visita ad alcuni hotel di Brescia che ospitano rifugiati provenienti dalla Libia. Chi ci guadagna?” (Quinta colonna, 27 aprile 2015), “Immigrazione senza controllo, salute a rischio? (Quinta colonna, 20 Ottobre 2014), “La pensionata deve vivere con una mela, e gli immigrati si lamentano del wi-fi” (Libero, 10 Marzo 2018), “Immigrati, in Italia ancora emergenza. Mirandola: pensate a noi terremotati” (Dalla vostra parte, 8 Settembre 2015), “Africa e migranti, radiografia di una fuga inarrestabile” (Huffingtonpost Italia, 29 Giugno 2017).

Si tratta di quel giornalismo che rafforza i propri contenuti e metodi nel rapporto con la comunicazione politica, la quale presenta esempi di questo tipo: “Berlusconi è il responsabile principale della bomba sociale dell’immigrazione” (Luigi di Maio, 5 Febbraio 2018 sul blog 5 stelle), “Basta buonismo, non possiamo accogliere tutti. Aiutiamoli a casa loro” (Matteo Renzi, Luglio 2017), “”Blindare i confini e più espulsioni. Islam di oggi è un pericolo” (Matteo Salvini, 29 Gennaio 2018), “Gli immigrati delinquono più degli italiani” (Vincenzo De Luca, 2 Ottobre 2017).

Spesso questo giornalismo diffonde parole e immagini discriminatorie – vu’ cumpra, extracomunitari, zingaro – ma, soprattutto, specifiche associazioni generalizzanti, come quella tra Islam e terrorismo, tra clandestini e reati,tra mobilità umana e invasione. E contribuisce alla diffusione di una serie di immagini e concetti denigratori o tendenti a favorire e riprodurre il panico morale, tra cui, ad esempio, quelli di ondata migratoria, questione immigrazione, falsi profughi, flussi inarrestabili, immigrazionismo.

Normalmente, i commenti che nei siti internet si accompagnano a queste notizie ed opinioni sono carichi di ostilità. C’è attenzione da parte delle redazioni dei giornali alla diffusione dei discorsi di odio? La ricerca “L’odio non è un’opinione”, svolta nell’ambito del progetto BRICKS (Building Respect on the Internet by Combating hate Speech) nel 2015, ha evidenziato l’assenza, da parte delle redazioni giornalistiche, di strumenti di moderazione dei commenti, anche quando diventano particolarmente aggressivi.

Dunque, il mondo del giornalismo in Italia è plurale, con esempi importanti di lavoro di inchiesta, ma una parte ampia, spesso in connessione con il mondo della politica, tende ad assecondare pregiudizi e discriminazione contro la popolazione immigrata. C’è bisogno, allora, di discutere e capire come fermare questa deriva, affinché il giornalismo renda minoritarie le tendenze al sensazionalismo, alle notizie false, alla propaganda e restituisca centralità, in maniera sistematica e non dipendente dall’impegno dei singoli, alle notizie, alle storie, alle analisi dei contesti. Questo richiede non solo un approfondimento e un dibattito concreto deontologico e culturale, ma anche una messa in discussione del modo di produzione delle notizie, con più inchiesta e meno lavoro al tavolo delle redazioni e dietro un monitor del computer.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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