Confronto sull’abolizione della rassegna stampa online della Camera

Richiesta da tre parlamentari Pd parte la trattativa per ripristinare perlomeno in parte il servizio

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Ecco quante sono le scorte, servono davvero tutte?

585 scorte in tutta Italia, meno di 20 di primo livello, un’ottantina di secondo e il restante 80% impegnato sui livelli più bassi, e un impiego di almeno duemila tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti della polizia penitenziaria al giorno. Pur essendo assai variabili a causa di una serie di indicatori non definibili in via permanente, i numeri dei servizi di protezione dedicati alle personalità a rischio dicono che rivedere l’intero sistema, come annunciato il giorno di Ferragosto dal ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, è ormai una necessità. Un impegno, ha però ricordato il ministro per mettere a tacere fin dall’inizio le polemiche scoppiate dopo la querelle tra “Libero” e il presidente della Camera Fini, da affrontare «senza furori ideologici». Una revisione, dice il Siulp, che deve avvenire verificando «se vi sono ancora i presupposti delle scorte in atto ed eliminare quelle che non hanno più motivo di essere, poiché solo in questo modo si ripristina il principio della sicurezza e non quello del privilegio». Il rischio, infatti, è quello di ricadere nello stesso errore che ha portato alla morte di Marco Biagi, ucciso dalle Br. Prima dell’omicidio del consulente di Maroni, l’indicazione agli organi tecnici era stata infatti di contenere al massimo i servizi. La morte di Biagi, non adeguatamente protetto, ha cambiato le carte in tavola e da allora non si è più affrontata la questione, se non ai livelli più bassi. Recentemente, ha sottolineato nei giorni scorsi il Sap, sono state tagliate 70 scorte di quarto livello delle 174 assegnate a parlamentari ed ex ministri: si tratta del livello più basso, quello che prevede l’assegnazione di un’auto non blindata e di una persona di scorta. Due agenti e una vettura blindata è invece la dotazione delle 312 personalità a cui è assegnata una scorta di terzo livello, quella che prevede un rischio intermedio. Questi due livelli, da soli, impegnano l’80 per cento delle scorte ogni giorno utilizzate in Italia: è evidente dunque che un taglio, se deve esserci, deve partire da qui. Ma è altrettanto chiaro che una verifica va fatta anche sui dispositivi più importanti, quelli di primo e secondo livello. Chi è inserito nel primo, ad esempio, ha la protezione garantita da una decina di persone e tre auto blindate: significa che, nell’arco di 24 ore, l’impegno riguarda almeno trenta agenti. Nel primo livello ricadono le massime cariche istituzionali dello Stato e tutti quei soggetti esposti a «straordinari pericoli» dovuti all’incarico che ricoprono o a particolari elementi oggettivi che li mettono a rischio «imminente ed elevato»: nel primo quadrimestre dell’anno erano meno di 20. E’ chiaro dunque che ogni intervento su questo livello va ponderato con la massima attenzione. A questi si devono poi aggiungere un’ottantina di secondo livello (rischio alto), che hanno a disposizione due auto blindate e 6 agenti. Dunque meno di un centinaio di persone in tutto, anche se i numeri non sono mai fissi e le valutazioni sui reali livelli di rischio vengono aggiornate costantemente. L’argomento è comunque sul tavolo e lo dimostra anche l’ultimo studio della fondazione Icsa – il Centro di analisi su sicurezza e intelligence presieduto dall’ex sottosegretario all’Interno Marco Minniti e di cui fanno parte diversi esponenti del mondo della sicurezza e della Difesa – dedicato alla razionalizzazione delle competenze in materia di sicurezza. Tra le proposte viene indicata la «rivisitazione globale della dottrina» delle scorte: razionalizzare il sistema, dice l’Icsa, «appare prioritario ai fini di una verifica della spesa, della realizzazione di significative economie di personale e di aumento della sicurezza dell’intera collettività». Tornando infine al caso che ha scatenato la polemica, il presidente Fini è giunto oggi in Trentino per assistere alla ‘lectio degasperiana 2012’ regolarmente scortato da quattro agenti e due autisti, mentre ad attenderlo a Pieve Tesino c’erano altri tre uomini della scorta. Immediato il commento del leader de La Destra, Francesco Storace: «Ma Fini ci fa o c’è? Che bisogno ha di presentarsi in un paesino del Trentino di nuovo con un esercito appresso?». E sulle scorte ha polemizzato anche Grillo: i “nominati” in Parlamento – ha detto – se le tengono strette, come gli stipendi e i benefit da nababbi.

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Ecco i “dinosauri” del Parlamento, è giusto “cacciarli”?

E’ giusto “cacciare” dal Parlamento i “cento-sauri” della politica, i “dinosauri” che non si schiodano da anni dallo scranno parlamentare? Tempo scaduto per i matusalemme della politica: aderisci alla petizione per non votarli più, cosa hanno fatto per il paese?: è la campagna lanciata su Facebook da Stefano Pedica dell’Idv che dà il via ad una raccolta di firme «per mettere fine ad un sistema che in questi anni ha creato tanti “stipendiati” d’oro che hanno pensato ai loro affari e solo a tassare i cittadini». Il blog iconfronti.it lascia la parola ai suoi lettori per capire cosa ne pensano.
In cima all’elenco dei parlamentari di lungo corso, stilato da Pedica, ci sono Giorgio La Malfa (Camera) e Giuseppe Pisanu (Senato) a pari merito con 38 anni di longevità politica. Poi seguono Mario Tassone dell’Udc (34anni), Francesco Colucci del Pdl (33 anni). Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini (29 anni). Nell’elenco, tra gli altri: Anna Finocchiaro del Pd (25 anni), Massimo D’Alema (23 anni) Umberto Bossi e Emma Bonino (21 anni), Roberto Maroni (20 anni), Francesco Rutelli 19 anni, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni (18 anni). Il presidente del Senato Renato Schifani (16 anni). Della classifica non fa parte il senatore a vita Giulio Andreotti, nonostante spetti proprio a lui il record assoluto di anni passati tra palazzo Montecitorio e Palazzo Madama: fece parte dell’Assemblea Costituente, è stato eletto nella prima legislatura e, da allora, non ha mai “saltato un turno”. Ora è senatore a vita: lo nominò il presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1991. Cossiga non c’è più, Andreotti (classe 1919) sì. D’altra parte il potere logora chi non ce l’ha. «Ci sono cento persone – spiega Pedica – che vantano un minimo di 16 anni fino a un massimo di 38 anni di presenze tra Camera e Senato. Politici che hanno vissuto prima e seconda Repubblica con tutti i privilegi e che in tutto questo tempo hanno fatto crescere il debito pubblico del nostro Paese fino a 2 mila miliardi di euro. Tra i tanti, Fini e Casini, Rutelli e Maroni, i nuovi moralisti, quelli che parlano di famiglia e di spending review. Sono loro che dovrebbero rappresentare il nuovo? Gasparri e Schifani, Giovanardi e La Russa cosa hanno fatto per i giovani? E Dell’Utri e Mannino quali benefici hanno portato alla giustizia?».

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Nell’Italia che va a picco il Parlamento chiude per ferie

Sono iniziate ieri le ferie di senatori e deputati, visto che le Camere hanno concluso la loro attività e iniziato la cosiddetta pausa estiva. Eppure, i “poveri” parlamentari saranno in ferie ‘in apprensione’: i presidenti dei due rami del Parlamento, Renato Schifani e Gianfranco Fini, hanno annunciato – purtroppo per questi indefessi lavoratori – la possibilità di convocazioni ad horas per lavorare su provvedimenti urgenti, specie di natura economica. Ovvero: tutti pronti se la situazione richiederà manovre emergenziali o se il governo si troverà nella necessità di emanare decreti particolarmente urgenti. Se così non fosse, il lavoro di Montecitorio riprenderà lunedì 3 settembre con la convocazione delle Commissioni. L’Aula invece riaprirà i battenti il 5 settembre con il question time. Fini ha per precisato che «la Camera potrà riunirsi, se necessario, anche nel mese di agosto per l’esame di questioni urgenti o per la presentazione di decreti legge, specie per quanto riguarda le questioni legate alla crisi economica e finanziaria». Chiamata a rischio soprattutto per i componenti della commissione Bilancio che «manterrà un atteggiamento di costante vigilanza e attenzione per le vicende in corso», ma «quanto detto per la V commissione – ha aggiunto Fini – vale, ovviamente, anche per le altre Commissioni, in relazione ad emergenze che dovessero insorgere». Stesso discorso anche per il Senato, che ha concluso ieri l’attività e che resterà chiuso fino al 4 settembre, giorno in cui torneranno a riunirsi le commissioni, salvo alcune eccezioni. L’Aula, invece, è convocata per giovedì 6 settembre, ma solo per interrogazioni e interpellanze; la prima seduta ‘reale’, quindi, sarà soltanto martedì 11 settembre. Seppure si va in vacanza, l’Aula di palazzo Madama, secondo quanto detto dal presidente Renato Schifani, «potrà essere convocata in qualsiasi momento per i provvedimenti che rivestono particolare carattere d’urgenza, specie in relazione alla situazione economica». E per i poveri parlamentari il rientro sarà però al fulmicotone. Al Senato, infatti, bisognerà risolvere l’impasse sulla riforma della legge elettorale, alla Camera, invece, i deputati dovranno affrontare il secondo passaggio parlamentare del ddl di riforma costituzionale che introduce il sempresidenzialismo, approvato in Senato a maggioranza da Lega e Pdl. Inoltre, approderà in Aula anche il decreto per la bonifica dell’area Ilva di Taranto.

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Nella Giornata della Meritocrazia le sfide dei giornalisti d’oggi

In pochi lo sanno ma oggi è la Giornata della Meritocrazia. La organizza il Forum della Meritocrazia (www.forumdellameritocrazia.it) presieduto dall’imprenditore Arturo Artom, che raccoglie oltre centomila iscritti. La location è forse opinabile – Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati che da anni con la meritocrazia ha poco a che vedere – ma le finalità del convegno sono condivisibili. Vale a dire accendere i riflettori sulla necessità di una rivoluzione culturale, un vero e proprio “piano merito”, nel Paese che è la patria della raccomandazione, del clientelismo e del familismo amorale.

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