Tagli ai Comuni: Napoli e Palermo vicini al crac, Salerno rischia

Tagli ai Comuni: Napoli e Palermo vicini al crac, Salerno rischia

Una norma inserita nel decreto spending review impone il taglio del 25 per cento dei residui attivi accumulati sino ad oggi, entrate contabilizzate ma non ancora incassate, come possono essere i proventi delle multe e le tassa sui rifiuti, anche i comuni virtuosi, come ad esempio Salerno, a questo punto sono a rischio. In totale dieci grandi città italiane sono a rischio crac. Lo scrive il quotidiano La Stampa. “Ci sono dieci grandi città italiane con più di 50 mila abitanti che sono ad un passo dal crac. Napoli e Palermo in cima alla ‘lista nera’, anche se da settimane una task force a Palazzo Chigi sta facendo di tutto per evitare il peggio. Poi Reggio Calabria, finita in rosso già nel 2007-2008 ed ora oggetto di un’inchiesta della magistratura. E poi tante altre amministrazioni, grandi e meno grandi (come Milazzo), magari fino ad oggi virtuose, potrebbero essere costrette a chiedere il ‘dissesto’, che significa scioglimento della consiglio, entrata in campo della Corte dei Conti e commissario prefettizio. L’ultimo colpo, o se vogliamo il colpo di grazia, sta infatti per arrivare: è una norma inserita nel decreto sulla spending review che nelle pieghe delle nuove regole che impongono “l’armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio” impone di svalutare del 25 per cento i residui attivi accumulati sino ad oggi. Si tratta di entrate contabilizzate ma non ancora incassate, come possono essere i proventi delle multe e le tassa sui rifiuti. Cifre importanti, che servono a “fare” il bilancio di un ente che spesso, per prassi, gonfia queste voci pur sapendo di non riuscire a poter incassare il 100 per cento degli importi messi a bilancio. Incassi spesso molto dubbi insomma, che ora non possono più servire a far quadrare i conti. “La situazione sta diventando ogni giorno più difficile”, conferma il presidente dell’Anci Graziano Del Rio. Che punta il dito contro l’ennesimo taglio dei trasferimenti, contro le misure introdotte dalla spending review, e che rilancia l’allarme di tanti colleghi sindaci. “Tagliando di colpo i residui attivi è chiaro che i bilanci non quadrano più”. Di per sè il principio, argomenta Del Rio, non sarebbe nemmeno sbagliato, “ma serve più gradualità per dare tempo ai sindaci che hanno utilizzato questa modalità di adattarsi. Perché altrimenti anche Comuni virtuosi, come ad esempio Salerno, a questo punto sono a rischio”. In base ai dati a disposizione del Viminale il fenomeno dei Comuni che hanno dichiarato il dissesto negli ultimi due anni è letteralmente esploso: da 1-2 casi all’anno si è passati a circa 25, comprese anche amministrazioni del Centro-Nord dove questo tipo di fenomeno fino a ieri era sconosciuto. C’è un problema di tenuta dei bilanci e ce n’è uno ancora più forte di cassa. Che spesso il sindaco di turno si trova vuota. Perché la centralizzazione della Tesoreria decisa di recente ha sì fatto affluire alla cassa nazionale qualcosa come 9 miliardi di liquidità aggiuntiva ma, al tempo stesso, ha reso più complicato da parte degli enti poter beneficiare di anticipazioni da parte del sistema bancario. Prima col proprio tesoriere municipale ogni sindaco poteva contrattare e in casi di emergenza otteneva liquidità praticamente anche gratis, ora se si rivolge ad una banca deve certamente pagare gli interessi. Ammesso che il prestito riesca ad ottenerlo. A tutto ciò occorre poi aggiungere gli ennesimi tagli ai trasferimenti imposti dalla spending review: 500 milioni già entro fine 2012 e 1 miliardo all’anno dal 2013. L’associazione dei Comuni, che domani tornerà a manifestare a Roma contro i nuovi tagli, manda a Monti un messaggio preciso: “Attenzione a forzare la mano, perchè avanti di questo passo il giorno in cui comuni come Milano, Napoli e Torino usciranno dal patto di stabilità basterà questo solo gesto a scassare i conti dell’intero Stato”. Sempre La Stampa rivela l’esistenza di un progetto “blocca-dissesti” che “corre lungo l’asse Viminale, ministero di Grazia e Giustizia e Corte dei Conti, cui sono demandati a tempo i controlli sugli enti locali. L’idea di fondo è di consentire alle amministrazioni in difficoltà di fare punto e a capo. Di poter avviare insomma una nuova gestione, ovviamente con vincoli ben precisi su tutte le voci di bilancio tradizionalmente più a rischio, dalle spese per il personale alla gestione dei servizi sino agli investimenti. Come prima cosa, anziché proclamare lo stato di dissesto, i Comuni in crisi verrebbero messi nelle condizioni di approntare precisi piani di rientro e di riordino pluriennali dei propri bilanci. La durata precisa non è ancora stata definita: si ragiona su tre o cinque anni, ma anche su manovre biennali eventualmente prorogabili. Piani che dovrebbero ovviamente essere certificati dai revisori dell’ente e quindi approvati dalla Corte dei Conti che a sua volta dovrebbe fissare poi dei controlli periodici, anche di tre mesi in tre mesi, per accertare il pieno rispetto degli accordi. Il Viminale, oltre che con la Corte dei Conti, con cui negli ultimi tempi i contatti si sono intensificati sempre di più, ha avviato colloqui anche col ministero della Giustizia per valutare la fattibilità di un altro punto importante del blocca-dissesto, ovvero la possibilità di congelare temporaneamente i debiti che i Comuni hanno nei confronti dei fornitori. “Bisogna essere capaci di risanare senza ammazzare l’ente, perché se soffre il Comune poi soffrono i cittadini” spiegano ancora al Viminale, che proprio in questi ultimi giorni ha per questo intensificato il suo lavoro, stretto i contatti col presidente della Corte dei Conti Giampaolino e avviato le verifiche col dicastero guidato da Severino. Eì una vera corsa contro il tempo, l’obiettivo è evitare quanti più disastri possibili”.

m.amelia

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