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Tam Tam / Sistema Salerno, se la mappa del potere si riduce ad un fortino

Tam Tam / Sistema Salerno, se la mappa del potere si riduce ad un fortino
Andrea Manzi

Andrea Manzi

MANZI Caro Massimiliano,
sto rileggendo un mio testo teatrale presentato a Salerno Letteratura. Nei suoi cinque quadri, racconto la giornata di un gruppo terroristico che implode in una delirante notte della storia. Riattraversando il mio dramma – Stato e anti-Stato si attraggono, sovrapponendosi e plagiandosi – ho pensato alla nostra realtà campana, nella quale alcune parole-chiave si sono ammalate, perdendo, in deroga alla scienza politica, la loro specificità semantica. Mi riferisco a “potere”, “forza”, “autorità”, “violenza”. Sospeso come sono tra realtà e finzione, mi vado convincendo che i miei personaggi “deviati”, ospiti di un mondo lottizzato e intollerabile, siano più umani e autentici di alcuni “attori” del nostro decadente Sistema illiberale e dinastico.

AMATO Caro Andrea,
la finzione (o fiction) è entrata nelle nostre vite, insediandosi nell’immaginario con la forza della realtà semplificata, ridotta a raffiche di simboli tra un silenzio e l’altro. Ho davanti agli occhi le ultime scene della seconda serie di Gomorra, in cui il circuito che tu individui, forza-autorità-violenza, è ridotto all’essenziale. Chi ha scritto il soggetto della serie tv (non Saviano) ci ha visto giusto. Negli attuali passaggi della Storia è la complessità del reale il vero nemico del potere (quello criminale è, da sempre, anticipatore di tendenze). Non c’è la forza. Manca l’autorità. È rimasta la violenza. Le due parole si sono ammalate sull’onda della rottamazione brutale di Otto e Novecento. Il Sistema Salerno è compreso in questa dinamica, primitiva e antimoderna.

MANZI: Sì, è rimasta la violenza, fenomenologicamente vicina alla forza ma diversa da essa per il suo carattere strumentale. Ormai pensiamo il potere come comando e obbedienza e non come capacità di agire con (e per) il gruppo che ne legittima l’esercizio. L’autorità, se autentica, non ha bisogno di imporsi né di convincere, perché ha un’intima, naturale forza. S’impone, invece, un potere orfano di quella cultura di base che dovrebbe produrre codici, dai quali originano i comportamenti e i linguaggi. A Salerno la città è muta.

AMATO: Salerno è entrata prima di molte altre realtà nella post-democrazia, in cui la politica, ma anche l’agire amministrativo, sono stati sostituiti dalle narrazioni. È un laboratorio da studiare, perché qui la crisi della rappresentanza ha trovato uno sbocco inedito. Il consenso si forma quasi esclusivamente per via clientelare. Il collateralismo culturale al regime (penso all’atteggiamento della maggioranza della borghesia, e a quello dell’informazione), invece, è governato da una sorta di “psicosi dell’esclusione”. Si aderisce non per convinzione, ma per stare dentro la narrazione dominante. Lo “spirito gregario” prevale su tutto il resto.

MANZI: È vero, tra i tanti primati di cartapesta questo della post-democrazia potrebbe essere un’evidenza reale. Qui torna la prima delle parole-chiave che ti indicavo, il potere, che è la capacità di agire di concerto con gli altri, non individualmente. A Salerno, invece, il potere è riconosciuto al singolo e non al gruppo dal quale esso origina. Potèstas in populo, dicevano i romani. La città della retorica deluchiana ha invece sovvertito il principio di sovranità, in adesione a un modello unico che capovolge grammatica logica e prospettiva storica.

Massimiliano Amato

Massimiliano Amato

AMATO: La paura dell’esclusione è stato il meccanismo psicologico che ha portato alla resa indiscriminata al modello unico. In realtà a Salerno, fin dal suo inizio, la sintassi – estremamente violenta – del potere deluchiano non ha mai tollerato subordinate, tanto meno avversative. La rete dei “poteri diffusi” si è sciolta. Magistratura, informazione, partiti politici, organizzazioni sociali, il mondo della cultura, si sono impegnati in un commovente (si fa per dire) sforzo di devoluzione di quote sempre più ampie di autonomia critica e sovranità al decisore unico. Fino a farsene prosciugare.

MANZI: Questa “devoluzione” spiega la trasformazione del linguaggio della città, che da verbale è diventato sempre più gestuale, mimetico, privo di intrinseca eloquenza, spia di una mutazione antropologica che attraversa poteri pubblici e formazioni sociali e spinge la società verso il modello unico che è sotto gli occhi di tutti. Un quadro che diventa desolante perché sequestra al presente e alla memoria il supplemento d’anima necessario per vivere. Qualcuno diceva che la sovranità popolare disvela l’umanesimo nella sua storicità: a Salerno questo principio non vale.

AMATO: Salerno è città di passioni posticce. Anche quella calcistica lo è: il tifo per la Salernitana non ha caratteri di esclusività. Un popolo modula la propria identità attraverso processi complicati. Meglio se caratterizzati da rotture traumatiche. L’esempio più vicino? Napoli e le continue, tuttora in corso, rielaborazioni della propria storia, che come sai è storia anche di rivoluzioni e rivolte sanguinose. Negli ultimi 25 anni il Sistema ha corrotto e cooptato perché ha trovato un tessuto “molle”. La “salernitanità” l’oppio con cui ci si è storditi. La parola, il λόγος con cui i greci definivano il “pensiero”, è arretrata perché, parafrasando Bernstein, “il gesto è tutto, il fine è nulla”.

MANZI: Le passioni posticce sono “passioni tristi”, per dirla con Benasayag e Schmit, perché da esse originano le paure. La fede nel progresso, infatti, è stata prosciugata da un futuro cupo. L’affresco malinconico del presente – hai ragione – vive di simboli surrogati, fedi pallonare, civismo da curva sud. Napoli? Sotto il Vesuvio, pur nei disagi di un presente ansimante, cogli i bagliori di una regalità austera. Salerno, invece, non coltiva più la memoria, è una miniera di affari da gestire e un serbatoio elettorale da controllare, nient’altro. Siamo nella palude che ci meritiamo, con le agenzie di pensiero (che pena la nostra Università) ormai ridotte a corpo indistinto di un meccanismo vuoto.

AMATO: La netta vittoria di De Magistris nel ballottaggio di Napoli conferma che quella di De Luca è una leadership che non seduce l’antica capitale. È tutta ricompresa nella cinta daziaria di Salerno. Il fenomeno si era delineato con nettezza già alle Regionali, vinte essenzialmente grazie al voto (e all’affluenza) della sua città e di Avellino (De Mita). C’è un potere spropositato compresso, paradossalmente, in una dimensione elettorale claustrofobica. È evidente che c’è un problema enorme non più di rappresentanza, ma di rappresentatività.

In primo piano, Forte La Carnale di Salerno: oggi divenuto simbolo di un potere politico che si rinchiude sempre di più in se stesso

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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