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Teatri pubblici occupati da consorterie e clan

Teatri pubblici occupati da consorterie e clan
di Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro

Pasquale De Cristofaro

Franco Cordelli, qualche giorno fa sul Corriere della Sera nell’edizione romana, ha sferrato un attacco senza precedenti alla gestione del Teatro Nazionale di Roma, accusando l’attuale direzione artistica di privilegiare sempre i soliti noti che spadroneggiano, tra l’altro ampiamente, in tutti gli altri teatri pubblici italiani. Una situazione imbarazzante ed incresciosa, a suo dire, che lascerebbe fuori dalle proprie programmazioni, artisti indipendenti, che non avendo “santi in paradiso” non riescono, di fatto, a trovare gli spazi opportuni per poter mostrare il proprio valore. In realtà, poco tempo prima aveva pure affermato che la sperimentazione e l’avanguardia ormai erano diventate parole senza senso per il sistema teatrale italiano. Cordelli è un raffinatissimo intellettuale e gran frequentatore da sempre delle sale teatrali, a cominciare dagli anni in cui si impose anche in Italia la grande stagione della sperimentazione e della ricerca. Erano gli anni ’60 e ’70. In quegli anni, fu fiancheggiatore delle esperienze più radicali e fu favorevole agli incroci, allora molto diffusi, tra le arti performative e la poesia e la letteratura. L’iconoclasta Cordelli si è speso molto, insomma, per vivacizzare lo stagnante ambiente della cultura italiana. Ora, improvvisamente, sembra, con queste sue accuse allo stato dell’arte del teatro italiano, fare un passo di lato, se non proprio indietro, e smentire tutta intera la sua storia avanguardistica, preferendo attaccare quel mondo che fino a qualche anno fa era stato il “suo mondo”. Insomma, cosa è successo al critico Cordelli? E’ diventato di colpo conservatore e nemico della sperimentazione o, piuttosto, ha deciso di venir fuori allo scoperto e denunciare, ciò che tutti in quel mondo pensano ma non dicono perché hanno paura di toccare “quegli intoccabili” che da anni governano il teatro pubblico italiano grazie all’indifferenza e al disinteresse dei politici e che fanno il bello e il cattivo tempo consolidando soprattutto le proprie carriere grazie ai soldi pubblici? Cose che nessuno dice, anche perché c’è un conformismo asfissiante in quel mondo dove i pochi potenti si proteggono a vicenda e dove le sorti del teatro valgono molto meno del prestigio personale e delle proprie rendite di posizione. Cose che nessuno dice, anche per non passare per il solito invidioso, sfigato e incapace che non essendo riuscito ad entrare nel “sistema” si rode il fegato per l’esclusione. Ora, e concludo, si può non essere d’accordo con Cordelli (molti nomi che lui cita sono degli artisti di valore senza dubbio) e con i suoi giudizi molto aspri, ma una cosa bisogna riconoscergliela, e cioè che, su un giornale importante come il suo che fa opinione, ha posto con determinazione la questione dell’occupazione da parte di consorterie, clan e gruppi di potere dei teatri pubblici italiani. In un campo, è bene ricordarlo, dove l’alternanza sarebbe positiva e fruttuosa anche per i signori di cui sopra.

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