Teatro a Salerno / L’illusione deluchiana di educare all’innovazione

Teatro a Salerno / L’illusione deluchiana di educare all’innovazione
di Franco G. Forte*

Gentile direttore,
dunque, leggiamo in questi giorni che la città di Salerno si è dotata di uno strumento (Fondazione Salerno Contemporanea) per ospitare compagnie, attori e personalità del nuovo teatro ed offrire una informazione ed una spettacolarità più meditata, per così dire, di quelle proposte dai cartelloni del Verdi, del Delle Arti e delle non poche altre strutture amatoriali e semiprofessionali presenti in città. L’idea è buona e la direttrice (Igina di Napoli) ha già acquisito meriti con la gestione del napoletano Teatro Nuovo.
Tuttavia, due affermazioni fatte in conferenza stampa (come riferito dalla stampa regionale) colpiscono: la prima attiene all’idea espressa (proprio) dalla direzione per la quale si prevederebbe una programmazione non “eccessivamente spinta” sul versante innovazione, dal momento che nella nostra città e dintorni vi sarebbe tutto un pubblico «da formare ed educare».
Da qualche anno, per motivi di lavoro, non vivo con la stessa assiduità di un tempo la realtà salernitana e per questo dovrei esimermi da ogni netto giudizio, se non trovassi in assoluto grottesca l’immagine di un pubblico-bambino guidato per mano (da chi?) nell’universo misterioso dell’innovazione teatrale e se non avessi esperienza diretta di un’altra Salerno e di un altro pubblico: negli anni Settanta, il nostro capoluogo e la sua provincia hanno ospitato il meglio dell’avanguardia teatrale (e non solo), grazie a personalità come Bartolucci, Mango, Menna, Crispolti ed altri. Qui hanno mosso i primi passi Barberio Corsetti e il trio Tiezzi-Lombardi-d’Amburgo, Perlini e Vasilicò; qui sono esplosi Leo e Perla, mentre Bertorelli-Cecchi-Graziosi ci ammaliavano con Buchner e Petito.  Il decennio (teatrale) si chiuse nella Certosa di Padula pre-restauro,  ospitando il top della sperimentazione  statunitense, da Shank al Bread&Puppet e a Simon Forti (destinata ad inaugurare con Peter van Riper lo Spazio dell’Agro, pensate un po’, a Nocera Inferiore!). Ebbene, tutto avveniva naturaliter, non v’era necessità che qualcuno educasse e formasse prima gli spettatori, solo perché, come sempre avviene,  le proposte erano − sempre lo sono, non serve Hegel per capire questa elementare verità − in sintonia con la temperie culturale dell’epoca e i protagonisti della ricerca non facevano (non fanno) altro che disvelare allo spettatore nuove modalità delle quali tener conto per interpretare la vita e l’arte.
La seconda notazione riguarda l’obiettivo finale, espresso dal sindaco, che sarebbe quello di far diventare Salerno «un centro di eccellenza europeo nel campo del teatro alla stregua di Bilbao, Avignone, Edimburgo.  È la nostra ambizione. Ce la possiamo fare». Certo, ma va da sùbito allungato lo sguardo. Mi spiego: sono appena rientrato da Avignone che ha chiuso i battenti ieri l’altro: di Thomas Ostermaier, William Kentridge, John Berger e la Binoche, Katie Mitchell e Raffaello Sanzio sono stati alcuni degli spettacoli ospiti – il meglio del nuovo e dell’antico che mai invecchia −. Orbene, il filo dell’eccellenza, la città dei papi l’ha potuto tagliare da vincitore (e non da oggi) anche perché, sui blocchi di partenza, mezzo secolo fa, allineò campioni come Jean Vilar e Jeanne Moreau, Roger Dupuy e Gerard Philipe, George Wilson, Cacoyannis, Lavelli, Bejart, Jean-Luc Godard.
È probabile, per contro, che il pur dignitoso programma della novella Fondazione [(a) con nomi che potrebbero trovare giusta collocazione nella tradizionale stagione del Massimo cittadino (Moscato, Santagata, Maglietta); (b) con l’ennesimo omaggio al caro Ruccello e con il fermo-immagine su un Eduardo minore (che tale resta), ridotti a mera opportunità di lavoro per  giovani e talentuosi registi napoletani], tramuti in velleità le ambizioni del sindaco. Né può impressionare la presenza di Peter Greenaway (è fresco il ricordo delle sue extra-ordinarie stanze della storia al Pan), le cui installazioni, per altro, interessano molto l’arte visiva, l’urbanistica e il cinema digitale e meno attengono a scrittura scenica e drammaturgia. L’opposto può dirsi per signori della scena, come Barba e Kantor (foto), che a Salerno hanno potuto proporre, tempo addietro, la loro opera omnia tra gli applausi, convinti ed entusiasti, di tanti giovani. Forse perché, recandosi a teatro, avevano lasciato per strada i loro formatori.

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* editore, Roma

redazioneIconfronti

4 pensieri su “Teatro a Salerno / L’illusione deluchiana di educare all’innovazione

  1. a proposito di non-memoria…condivido in parte: io ricordo, e come me tante persone, è solo che non abbiamo la possibilità di esprimere il ricordo, è quasi un segreto custodito in fondo al cuore!

  2. Fa davvero pensare questa iniziativa inspiegabile, peraltro inutile e motivata con farneticanti giustificazioni. Educare all’innovazione è l’assurdo logico che lascia trasparire il vuoto assoluto, dal punto di vista concettuale e culturale, di un’operazione che farà spendere un po’ di soldi alla Regione in cambio di nulla, soltanto per il disegno di alcuni cortigiani di compiacere il principe. Strano che la Regione di Caldoro si presti ad un’operazione così torbida che ignora la storia e i protagonisti autentici del teatro salernitano e rilancia sulla scena ripropositiva del déjà vu un commerciante con la passione del teatro e un pubblicista senza alcuna competenza specifica che lavora, molto “temuto”, da anni negli staff di uomini potenti e non sempre eticamente validi. Speriamo che Caldoro rinsavisca ed intervenga in quegli uffici della Regione dove si compiono simili sperperi del denaro pubblico, in adesione ad una logica della salernitanità retriva e incolta sulla quale il sindaco De Luca fa leva in questa fase crepuscolare e molto inquieta della sua vita politica.

  3. Vorrei aggiungere all’ottimo intervento di Franco Forte, altri elementi di non-memoria: l’esperienza di Ruggero Cappuccio nei locali della ex farmacia Sait; lo stesso Leo che per qualche anno si insedio al Teatro Verdi con un progetto su proposta di Cappuccio e Franco Coda durante una brevissima stagione; la stessa esperienza di Franco Coda al Teatro A di Sanseverino e, ancora, in tempi più recenti la stagione al Teatro di Laurino inaugurata da Peter Stein e Maddalena Crippa; e l’esperimento di Un teatro Nuovo Nuovo, al Nuovo di Salerno nel 2010 con Giuliano Scabia, Giulio Cavalli, i Babilonia Teatro, Saverio La Ruina e gli incontri con Giancarlo Cauteruccio, Enzo Moscato, Arturo Cirillo, per non dire appunto, del Teatro della Notte di De Cristofaro e sel suo spettacolo Malaluna con Lanzetta e Pirrotta mentre nei dintorni a Pagani c’è da anni il lavoro di Casa Babylon. Insomma a Salerno c’ è un intero mondo che si occupa da anni di teatro contemporaneo, lo studia, lo produce, lo fa, l’organizza, lo ospita: frammentato certo, con scarso potere e mezzi, ma non per questo meno meritevole di rispetto e attenzione.

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