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A Napoli 'Sinfonia d'autunno' di Bergman / recensione di Francesco Tozza

Valeria Milillo al Mercadante in 'Sinfonia d'autunno'

 

Al Mercadante di Napoli

Sinfonia d’autunno di I. Bergman

Regia di G. Lavia con Anna Maria Guarnieri,

Valeria Milillo, Danilo Nigrelli, Silvia Salvatori

di Francesco Tozza
Valeria Milillo al Mercadante in 'Sinfonia d'autunno'
Valeria Milillo al Mercadante in ‘Sinfonia d’autunno’

Chi ha avuto la fortuna, direi quasi il privilegio, di vedere un po’ tutti i film di Bergman, ma anche buona parte delle sue messe in scena teatrali, almeno di quelle giunte in Italia (molto dell’amato Strindberg, ma anche Ibsen e Shakespeare), sa quanto – nella biografia del grande regista svedese – cinema e teatro si siano compenetrati, molto – anche se diversamente – amati nei diversi momenti di un’inquieta esistenza, ma mai con esclusione definitiva di uno rispetto all’altro, perché entrambi concepiti come manifestazione di una irrefrenabile esigenza di dar voce ad ansie, terrori, ricordi, desideri, insomma a quei demoni che ciascuno di noi si porta dentro, più o meno inconsapevolmente, in ogni caso sempre in agguato, magari aiutandoci solo “ad andare all’inferno”! L’amore per il teatro lo portava a sostenere che “noi siamo noi stessi al cento per cento solo quando ci troviamo sul palcoscenico” (la finzione scenica, dunque, come luogo privilegiato per sperimentare la verità), ma all’arte cinematografica  (in particolare alla macchina da presa, a quello che nel titolo di un suo celebre film chiamò l’occhio del diavolo) riconosceva la particolare, più sottile, capacità di “penetrare nei segreti che si trovano dietro le pareti della realtà”, di captare – con un minimo di “gestualità esteriori” (giocoforza dominanti, invece, sulle tavole del palcoscenico) – fantasmi, sogni, angosce, presenze metafisiche o surreali, abissi o voli dello spirito, al di là di ogni parola. La quale può anche mancare sullo schermo (come felicemente testimoniano decenni di cinema muto) o prendervi invece, stranamente, il sopravvento, rendendo il dialogo con lo spettatore più forte, drammatico, a suo modo diretto; celebri, in proposito, proprio i primi piani bergmaniani, fatti di volti interiorizzati, di sguardi che vanno aldilà delle quattro pareti e delle loro esteriori tappezzerie, di urli senza voce (come in certi quadri di Munch) o di voci urlanti tutto il loro strazio, che solo la vicinanza della cinepresa rende più intense e davvero eloquenti. Ciò che ha caratterizzato, fondamentalmente, la complessa creatività del regista, la sua sostanziale non scelta fra i due media, usati contemporaneamente e a fasi alterne, ma sempre magistralmente, è una rara sapienza nel loro uso, una padronanza delle loro specificità, con un severo rispetto delle stesse, senza indulgere a facili contaminazioni, oggi ambiguamente o artificiosamente dominanti.

Stupisce quindi – e delude, purtroppo, nei risultati – la decisione del regista Gabriele Lavia di portare in palcoscenico una delle sceneggiature bergmaniane più cinematografiche, per il carattere fortemente intimista, quindi più difficilmente teatralizzabile, della vicenda: un lontano, implicito conflitto fra una concertista, ormai sul viale del tramonto ma ancora egocentricamente avvitata alla sua carriera, e una figlia, in evidente crisi anaffettiva, lentamente dipanato nelle sue più segrete sfumature, fino alla finale, drammatica esplosione. Il regista svedese, nel film che ricavò da un primitivo, più essenziale abbozzo nel 1977, ebbe buon gioco sulle due formidabili attrici, Ingrid Bergman e Liv Ullmann, chiamate a ricoprire i due ruoli principali, offrendo l’ennesima testimonianza del suo intenso lavoro di scavo sulla complessa psicologia dei personaggi, ben consapevole delle risorse che solo nel cinema, in simili casi, possono trovarsi, attraverso il distendersi – per così dire – sullo schermo dei loro volti e la più calibrata sonorizzazione dei dialoghi, difficilmente raggiungibile in una sala teatrale.

Nella sua trasposizione per il palcoscenico, fedele alla sceneggiatura del film (ma non è questo che importa!), Gabriele Lavia si è, invece, lasciato sfuggire i caratteri differenziali fra i due media appena sottolineati, oppure ha creduto di potervi facilmente ovviare; e gli effetti non sono mancati, sul piano della recitazione, per esempio. La quale, in quello che è un vero e proprio “dramma da camera”, con una sua seducente musicalità (onde il titolo, che – più coerentemente rispetto a quello poi adottato nelle sale cinematografiche – era, nelle intenzioni di Bergman, Sonata, non Sinfonia, d’ autunno), è assai spesso una recitazione soffiata, che tuttavia non può rischiare di divenire impercettibile, come invece avvenuto  nel corso della rappresentazione cui abbiamo assistito al Mercadante di Napoli (e la colpa non era certo dell’acustica del teatro o degli attori, cui pure qualcuno dalla sala e dai palchi ha più di una volta gridato l’ignominioso “voce!!!”).

Poco felice anche la scelta degli interpreti, almeno quella dei due ruoli principali. La Guarnieri, attrice di sicuro prestigio, non ci è questa volta sembrata nella parte, come si dice in gergo. Se non fosse stato per l’età (ma il teatro, con i suoi trucchi e per la celebre distanza… dagli spettatori, a differenza del cinema, fa in proposito veri e propri miracoli!), l’avremmo vista probabilmente a suo agio, più che nel ruolo di Charlotte, la concertista, in quello di Eva, la figlia (artefice del “grande smascheramento” nella scena in cui le due donne chiariscono, finalmente ma inutilmente, il sottotesto dei loro rapporti), qui invece affidata ad un’acerba, ingenuamente adolescenziale, Valeria Milillo. Errore di prospettiva del regista, nel leggere la partitura bergmaniana, non comprendendo che la sonata era per due solisti, ovviamente di eguale importanza? (Addirittura Bergman, nelle note al film, dichiarava: alla fine la figlia genera la madre).  O si è trattato, piuttosto, di un rifiuto del cimento da parte della Guarnieri, che – figlia del grande direttore d’orchestra – ha temuto, interpretando il ruolo di Eva, di rivivere, con un eccesso di immedesimazione, non dissimili abbandoni, pesantemente sofferti, a causa di un’ingombrante, altrettanto lontana, paternità (come accennava una recente, dolorosa intervista dell’attrice)? Chissà. È sempre difficile tener distinta la fantasia da quello che viene normalmente considerato reale. Forse occorre, come voleva Bergman, “costringere la realtà ad essere reale”; ma ci sono i fantasmi, gli spiriti che ci inseguono. Come si fa con loro?

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