Teorema americano della diffidenza

Teorema americano della diffidenza
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Pochi ricordano che dopo aver raggiunto l’indipendenza dall’Inghilterra, nel 1776, le tredici colonie che si erano confederate sotto il nome di Stati Uniti d’America iniziarono a guardarsi attorno per tutelare i propri interessi economici e commerciali, non escludendo, da subito, che le questioni in gioco si risolvessero anche con una guerra. E il fronte d’interesse non furono il Pacifico o l’Atlantico, che ovviamente restavano osservatori speciali, ma, tutto sommato, controllabili, bensì il Mediterraneo, dove all’inizio del XIX secolo s’impelagarono subito in un conflitto bellico con Tripoli, proprio per ragioni economiche.

Insomma, è nel gene indipendentista e libertario degli USA il richiamo a due principi che hanno sempre ispirato la propria politica, ossia, considerarsi un baluardo mondiale della democrazia, da esportare in ogni parte del globo, un baluardo culturale di straordinaria efficacia comunicativa, e, in secondo luogo, ritenere che quella fosse una sorta di missione divina, arricchendo la proprietà imperialista che essa portava con sé, con l’idea che fosse ben gradito al Padreterno il primato di uno Stato moderno, liberale e liberista, capace di pensare al valore politico della democrazia e, soprattutto, del capitalismo.

Stato che, intendiamoci, ha portato straordinari benefici sotto forma di diritti. Dal tardo Settecento in poi, infatti, quei diritti sono diventati la pietra miliare del nostro vivere civile, lo zoccolo duro di tutte le battaglie, l’irrinunciabile teorema della modernità dell’uomo.

Renato Carosone, eccezionale cantautore, showman, musicista, ha apparentemente banalizzato questo american style, riducendolo, si fa per dire, al jeans, a un cappello con la visiera alzata, al whisky e al rock and roll, al baseball, allo slang bislacco e poco comprensibile che catturava l’immaginario italico di metà anni cinquanta del Novecento.

Magari avesse avuto ragione, il buon Renato! E magari gli americani si fossero fermati agli elementi edonistici che egli aveva individuato e cantato e che sono diventati comunque rappresentativi di una società consumistica, sfrenatamente votata al consumo di massa, direi.

Solo che, da subito, come detto, il capitalismo imperialista a stelle e strisce ha snocciolato la sua essenza di topos cinico, fatto di guerre, armi facili da reperire, spionaggio industriale e politico, controllo del nemico e persino degli alleati, come ci insegnano le ultime informazioni relative alle intercettazioni degli alleati europei, Italia (da ultima), Francia, Germania, eccetera.

Dunque, è palese che gli americani esportino, oltre alla democrazia (sic!) anche il concetto di diffidenza verso gli amici. E ci appare chiaro, una volta di più, che questo teorema della diffidenza venga esercitato per dirigere il traffico mondiale delle geopolitica, per benedire governi compiacenti e seppellire quelli potenzialmente avversi o timidamente tali.

Di fatto, esportando la democrazia e il modello della diffidenza ad oltranza, gli americani restano prigionieri del loro capitalismo assoluto e imperfetto, logoro e sfilacciato, che tutto ingloba e tutto vuole regolare, governare e controllare.

Alla prigionia degli americani corrisponde la ben più grave prigionia degli europei, incapaci di far capire agli statunitensi che uno Stato è sempre sovrano, che decide da sé il governo che vuole, che non può subire pressioni di alcun tipo e che non può essere controllato. Ma è storia nota che soprattutto l’Italia abbia dovuto fare i conti con l’ingombrante spionaggio politico americano, a partire dalla seconda guerra mondiale sino ai giorni nostri. Sicché, tra Chiesa e Usa, la nostra storia è sempre meno libera e sempre meno democratica. Rendercene conto sarebbe già un bel passo avanti!

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

redazioneIconfronti

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