Terra dei fuochi, il decreto non risolve nulla. E la gente muore

Terra dei fuochi, il decreto non risolve nulla. E la gente muore

In questo documento dei Comitati di base della Terra dei fuochi, la bocciatura decisiva e severa del decreto del Governo, che non risolverebbe l’annoso problema dell’avvelenamento dei terreni e delle falde acquifere, puntando soltanto alla superficie del problema.

terra-dei-fuochi-10-770x527Alla mobilitazione della cittadinanza, il Governo ha risposto con un decreto legge. Un decreto legge che non tiene conto delle parti interessate e che non le coinvolge – specie nella creazione di due nuovi organi – nella risoluzione o quanto meno nella discussione del problema. A questo approccio, la prima reazione è – come al solito – la mancanza di fiducia: dopo anni di emergenze, di commissari, di promesse e parole vuote, viene difficile dare lo stesso credito alle istituzioni. E viene difficile soprattutto quando non affronta, nemmeno minimamente, le questioni elencate nel documento del 16 novembre. Alla trasparenza e alla partecipazione, si rilancia con il silenzio e il burocratese.
Dove si parla, in questo dl, di traffici illeciti? Dove, soprattutto, si affronta l’annosa questione dei rifiuti speciali? E quella della salute di una sanità incapace di fare fronte ad una simile situazione? Ancora una volta ci si ferma alla superficie: al fuoco del rogo appiccato. E non si va a fondo con la questione – con soluzioni concrete che possano finalmente portare ad un miglioramento della situazione.
Agire con urgenza non può essere la scusa per commissariamento e leggi speciali. Serve una legislazione nazionale ed ordinaria che chiarisca tre cose in maniera netta: quali risorse, quali tutele sugli appalti contro le infiltrazioni, quali modelli di bonifiche e risanamento.
Ieri, dopo averlo annunciato per più di una settimana, il Consiglio dei Ministri ha emanato il decreto su – citiamo testualmente dalla rubrica – “disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente, della salute, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Disposizioni urgenti: bastano queste due sole parole per metterci in allarme. Perché l’urgenza, checché se ne possa dire, è un sinonimo di emergenza. E l’emergenza è figlia di quel sistema, politico e connivente, che per anni – quasi dieci – ha insistito sul territorio campano.

Al di là di questo: oltre che una valutazione sui contenuti, è importante anche una valutazione politica di questo decreto. Che, in quanto espressione diretta del Governo, è pure espressione della maggioranza. Ed una maggioranza che ha intenzionalmente scelto di non coinvolgere i cittadini e le cittadine mobilitati contro il biocidio e che dimostra ancora una volta di voler consapevolmente acuire quel distacco tra rappresentanti e rappresentati, già così drammatico a sud, non è una maggioranza così attenta al polso del Paese. Detto questo, passiamo ai fatti – se di fatti, in un decreto-lampo come questo, si può parlare.

Nei primi due articoli viene affrontata da vicino l’introduzione del – pure qui citiamo letteralmente – “reato di combustione illecita di rifiuti”. Vengono presi in esame tutti, ma veramente tutti i casi. Tranne che, incredibile ma vero, quello dei rifiuti sotterrati. È importante – fondamentale – andare a monte del problema, al traffico degli stessi; allo smaltimento – illegale – delle aziende che si muovono a nero, senza controllo. Quindi sì: si penalizza. Ma si tratta di una penalizzazione non sufficiente. La posizione inoltre sul ruolo e la presenza dei militari è ambigua e la patata bollente passa alla discrezione dei prefetti. Pensiamo che sia sbagliato sia il metodo che il merito. La militarizzazione dei territori non può essere un elemento di discrezione. Conosciamo bene i danni di tale gestione in questi 10 anni. Pensiamo che i controlli vadano rafforzati, ma che non siano i militari a doverlo fare. I traffici e i roghi vanno fermati con l’ordine pubblico sui territori e con i controlli veri sui traffici dei rifiuti in tutto il paese.

All’articolo 3 vengono introdotti due punti fondamentali: mappature e bonifiche. E se delle seconde si parla poco e niente, delle prime si dice tutto: anche a quali terreni, nello specifico, dovrebbero rivolgersi. Ed è chiaro: solo ed esclusivamente a quelli agricoli; altri non vengono neppure citati. E alle falde, alla contaminazione per contatto non ci pensiamo? Ancora una volta: non sufficiente. L’assenza di risorse per le bonifiche è un fatto grave. Pensiamo che vadano indicate in un decreto in maniera chiara: come si faranno gli appalti, che tipo di bonifiche si intendono fare. Per fare questo occorre una caratterizzazione di tutte le aree e non solo di quelle agricole. Inoltre vanno mappate le falde e i pozzi che non sono minimamente citati.

All’articolo 4, rubricato “azioni ed interventi di monitoraggio e tutela nei territori della regione Campania”, vengono creati due organi ad hoc: il Comitato Interministeriale e la Commissione, entrambi senza la benché minima presenza dei comitati o dei cittadini che – crediamo – vadano tenuti in altissima considerazione, specie per via della loro esperienza diretta e dei loro studi – i cosiddetti “saperi dal basso”, sicuramente molto più puntuali e specifici di quelli provenienti da istituti ed osservatori specializzati, che – paradossalmente – continuano a negare il nesso causa-effetto (ad avvelenamento avvenuto, corrisponde un effettivo incremento dei tassi di malattia e morte).
All’ultimo periodo del quarto comma, viene accennato di sfuggita ai “contratti istituzionali di sviluppo”, anch’essi, per loro stessa natura, ennesima espressione di quell’emergenzialismo tanto fallimentare in Campania. Mappature ed interventi finalizzati alla bonifica e alla salvaguardia della salute – si legge appena pochi capoversi prima – sono da eseguirsi entro 60 giorni.

All’articolo 5, ultimo riguardante esclusivamente la regione Campania, viene data proroga all’Unità Tecnica Amministrativa, posto sotto direttissimo controllo del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Inoltre, pensiamo ci voglia un fondo nazionale strutturale e non i fondi destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. Non serve spostare risorse, servono nuove risorse strutturali per i prossimi anni.
In definitiva: il decreto legge presentato ed approvato ieri, nel Consiglio dei Ministri, alla presenza del Presidente della Giunta Regionale Caldoro e – va ribadito – all’assenza di qualsiasi rappresentante dei comitati e delle realtà locali non affronta pienamente il problema “Terra dei Fuochi”, né propone soluzioni che, a lungo termine, possano portare ad un miglioramento della situazione attuale. Insufficiente, superficiale, terribilmente emergenzialista: sono queste le sue caratteristiche fondamentali; caratteristiche contro cui, da sempre, la cittadinanza attiva si pone. Ne sono una chiara prova i 10 punti – nemmeno lontanamente presi in considerazione dai Ministri, dal Presidente del Consiglio o da chi, comunque, ha partecipato all’incontro di ieri mattina – della piattaforma del 16 novembre. Intervenire è una priorità. Ma attenzione a confondere questa necessità con una gestione caotica e rocambolesca del commissariamento, della legge speciale o di un sistema, già testato e già trovato fallimentare, emergenzialista. La politica deve ascoltare i cittadini, altrimenti perde di tutto il suo significato: altro che espressione della maggioranza, diventa interlocutore sordo ed ottuso, incapace di venire incontro ai bisogni del Paese reale.

L’unico decreto possibile è un decreto che riprenda i 10 punti della#piattaforma, non escludendone nessuno. Non un decreto spot, ma uno che risolva per intero la questione ambientale in Campania.

#fiumeinpiena #stopbiocidio

redazioneIconfronti

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