Territorio, è ora di educare alla prevenzione

Territorio, è ora di educare alla prevenzione
di Giuseppe Foscari *
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

Noi siamo il paese del dopo. Dopo un terremoto o un dissesto idrogeologico per lo straripamento di un torrente, di un fiume, o dopo una rovinosa frana, ci mettiamo in moto, troviamo la forza di lottare, di dibattere, di analizzare, finanche di legiferare. Ma tutto questo, dopo, però, e il dopo è un momento successivo e, di conseguenza, tardivo. Il nostro dopo è tardivo per antonomasia. Come correre dietro ai problemi, senza mai avere la capacità di anticipare ciò che potrebbe accadere in un territorio giovane come l’Italia e profondamente lacerato dalle ferite dell’ambiente dovute anche alle nostre scelleratissime scelte.

Anticipare un problema trova una sintesi, in gergo storico e ambientale, in un preciso verbo, semplice, lineare e denso di significato: prevenire. Sul dizionario etimologico, infatti, si chiariscono molte cosette. Prevenire viene dal latino “praevenire”, ossia, da prae, chi significa avanti, e venire. Dunque, vuol dire: giungere prima, anticipare, che, per estensione, equivale a: preparare i rimedi contro danni, disgrazie, insidie, reati e simili. Prima, non dopo.

Starebbe lì il senso nodale della nostra razionalità scientifica, non ottusa e tardiva, ma anticipatrice. La cultura economico-ingegneristica napoletana Sette-Ottocentesca, che ha annoverato intellettuali, funzionari, studiosi e tecnici di grandissimo valore e prestigio (e lo dico da storico, senza alcuna nostalgia borbonica o neoborbonica), da Antonio Genovesi a Carlo Afàn de Rivera, per intenderci, passando per Luigi Giura, Giuliano de Fazio, Federico Bausan, Luigi Oberty, per citarne solo alcuni, aveva compreso molto bene che “conoscere per prevenire” fosse uno dei punti fondamentali dell’azione sul territorio. Non aspettare l’evento, ma saper leggere il territorio e creare le giuste condizioni per mitigare il più possibile gli effetti devastanti di quell’evento stesso, frana, alluvione o terremoto che fosse.

Ma, a distanza di oltre due secoli-due secoli e mezzo, le ottusità dei governi borbonici in materia di investimenti per prevenire le sciagure trovano – ahimè – un seguito nelle ottusità dei governi repubblicani che mai hanno immaginato una sistematica azione di prevenzione sul giovane e malato territorio italiano.

Come spesso ripetono gli scienziati, il terremoto, le alluvioni, le frane, in sé non sarebbero un problema. Lo sono le sciagurate decisioni degli uomini che costruiscono in posti sbagliati, con materiali non a norma, che non curano il territorio, che depauperano le montagne, che non attuano rimboschimenti, che non arginano a dovere i fiumi e i torrenti, che stuprano la natura col cemento ovunque sia possibile, perché anche in questi casi prevale la logica del profitto, del facile guadagno. Senza preoccuparsi della possibile perdita di vite umane e del tracollo di intere comunità.

Oggi più che mai occorre invece uno scatto d’orgoglio del nostro ceto politico, che non vada solo a portare una testimonianza di vicinanza alle famiglie colpite dai disastri naturali, che non decida di investire qualche milioncino per dimostrare di avere un minimo di sensibilità. Il ristoro per quanti sono colpiti dalle calamità concepito solo a suon di danaro mi è fastidioso tanto quanto l’ignoranza nel non voler concepire una grande piano di prevenzione nazionale, con leggi certe, rispettate rigorosamente e senza condoni. E attuando una sistematica e tenace azione di educazione culturale e tecnica alla prevenzione. Ma, per fare queste cose che notoriamente non portano voti, ci vogliono gli attributi.

* professore di Storia dell’Europa presso di Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

In primo piano, Amatrice vista dall’alto

redazioneIconfronti

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *