The atro, the scuro: le tante ricette del “caffè letterario”

Il the, o tè, bene italianizzando il termine di origine cinese, il tè atro (tè nero, tè scuro), dicevamo, è una bevanda dura da mandar giù. Dura per la sua cupezza, per la sua asprezza; e dunque non di rado c’è chi, per favorirne l’ingestione (e persino indigestione) lo consuma attraverso una gestione pubblica oltre che privata o privatistica: lo beve al bar con gli amici, oltre che in casa, nel salotto buono, sempre con gli stessi amici, non di rado nemici. Privato, così, il tè atro delle sue scurezze, la bevanda anche in pubblico (pagante e non) va giù ch’è una meraviglia; potremmo dire, in una battuta: “ti titilla il velopendolo”. Non è il caso di farne un dramma, men che meno una tragedia, se sono sempre meno ad andare a tè atro, preferendo, i più, andare avanti a caffè ristretti, a cappuccini macchiati o, meglio ancora, a classici shakerati Aperol speare. Il tè atro vanta numerose ricette e, c’è da giurarlo, tutti giurano che il proprio tè è più atro degli altri, più scuro, più cupo (o cupolino), più profondo; ma, si sa, la tazza mostra presto il suo fondo agli occhi come alla bocca, e a poco vale alzare il dito mignolo per attestare maggiore o minore nobiltà d’intenti e di gusto: il morso dato alla fettina di Limonge, rivela tutta la nostra pochezza culturale. A causa di ciò ti sei fatto il fegato amaro? hai la bocca…scena? Bevi un tè atro, ché nell’oscurità, si sa, tutti i gatti, e tutti i guitti, sono beige. E per finire a Plauto… pàrdon: applaudo (il solecismo ha sempre macchiato la mia dizione), a tutti i tè atri smerdando (si sa che augurando non si addice al tè atro): più luce! più luce! più luce! E l’alluce fu.

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