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The last hope

The last hope
di Leonardo Guzzo

C’è un aspetto della politica che è molto umano. Il vizio di mobilitarsi nell’imminenza. Mostrare interesse, preoccupazione, chiedere partecipazione in dosi massicce, alla maniera di una terapia d’urto, sempre rigorosamente in extremis. Il limite è fissato dal “confronto col popolo”, non quello auspicabile nel periodo del saldo, legittimo esercizio del potere, ma l’appuntamento decisivo, la spada di Damocle delle elezioni. Allora si dispiegano bilanci e programmi, si chiamano a raccolta energie, si fanno promesse in stato (più o meno lieve) di eccitazione, si dispiega a pieno regime – caldaie fumanti – la macchina della propaganda. Uno stile “social” prima dell’era social, tutto centrato sugli slogan, l’apparenza, la parzialità e la convenienza. I bisogni dei cittadini, la “cura del territorio”, l’amore per la bellezza, il confronto e l’apertura alle proposte e, più in generale, lo “sporgersi” e il “porgersi” verso la società civile vengono in rilievo solo quando l’adrenalina monta e la prova cruciale si avvicina.
Le forze dormienti, narcotizzate per anni, vengono improvvisamente stimolate, blandite, messe in moto. Un baccanale, più o meno movimentato e festoso, di promesse e teorie, solenni giuramenti di condivisione, richieste di indulgenza e impegno a emendare, sventolio di simboli, sguardi fieri rivolti al futuro. un rituale per i gonzi, che sono spesso i più puri, e per gli opportunisti, gli approfittatori, i servi sciocchi.
La verità è che con tutte le accortezze di un’accurata (e indispensabile) strategia di comunicazione, muovendosi lungo una fitta ragnatela di connivenze, convenienze, compiacenze, la politica resta, dal locale al nazionale, un esercizio presuntuoso di arbitrio e autoreferenzialità, un’attività per lo più votata all’ipocrisia, alla prevaricazione, alla mistificazione.
Il nostro sud è umiliato dalla costruzione giornaliera di tante piccole satrapie nel vuoto, regni di capetti e combriccole che tiranneggiano sulle rovine, che fanno leva sullo svuotamento per emergere sopra la mediocrità e sguazzare nella desolazione.
Nel sud umiliato dalla diaspora, dal regresso economico e culturale, dall’incapacità di fare sistema e levare una voce autentica, coerente, i centri amministrativi continuano ad essere comitati d’affari, club di affiliati, chiese occulte e lobby economiche (professione di fede in cambio di quote nella spartizione). Non fari, non fulcri di rinascita.
C’è speranza? La speranza è nella gente, che spenga le orecchie e accenda i cuori e gli stomaci, che “senta” la realtà e non se la faccia raccontare, che batta i pugni e i piedi e chieda competenza, chiarezza, programmazione, lealtà a chi si accinge a rappresentarla. “Rappresentarla”, si badi bene: non dirigerla, non dominarla, non imbonirla come l’ultimo venditore di pentolame, non contarla per il voto che esprime, come una “riserva elettorale”.
Non è ancora così. In un’epoca di frontiere che cadono, di partiti e parrocchie che si sgretolano, il muro più coriaceo deve cadere nella nostra testa. La libertà, la dignità, la democrazia (che non è populismo, non è bonapartismo o “masaniellismo”) aspettano ancora chi ne annunci la riscossa.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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