The Wall, il muro dentro di sé

The Wall, il muro dentro di sé
di Giuseppe Foscari

muroNel 1979, la mitica band dei Pink Floyd (la mia preferita!) pubblicava un album che ancora oggi si ascolta con piacevolezza e che ha rappresentato una pagina di alto profilo del rock, The Wall, il muro. Se si va a leggere la storia del disco e tutti gli obiettivi che aveva nella mente quel geniaccio di Roger Waters, possiamo forse comprendere molte cose di quanto sta accadendo in questa sgangheratissima Europa e, più in generale, nel mondo. L’album narra la vicenda di un personaggio tra l’immaginario e il reale, una rockstar di nome Pink che, per colpa di una fitta serie di traumi psicologici infantili, adolescenziali e subiti persino da adulto (dalla morte del padre verso la fine della seconda guerra mondiale, alla madre iperprotettiva e asfissiante, agli insegnanti scolastici molto autoritari e abituati alle punizioni corporali, ai tradimenti della moglie), arriva a costruirsi un “muro” mentale attorno ai propri sentimenti, che lo protegge, ma soprattutto lo isola dal resto del mondo, rinchiudendolo nel proprio guscio.

Dal muro psicologico di Roger Waters (c’era infatti nell’album un chiaro riferimento alla sua travagliata biografia) al muro vero e proprio il passo è – ahimè – breve. E la storia è costellata di queste prodezze ingegneristiche (sic!) alte quattro , sei, otto metri e lunghe chilometri e chilometri, perché l’altezza e la lunghezza diventano sinonimi di sicurezza, difesa della propria identità. Logico, quindi, che nazionalisti, postfascisti, antieuropeisti, leghisti, abbiamo fatto diventare il muro una bandiera del proprio disprezzo, un’icona della superiorità culturale e dell’inviolabilità.

Ungheria, 2015. Il premier annuncia che, poiché l’Europa tarda a risolvere il problema degli immigrati dalla Serbia verso i confini della Sua Ungheria, farà costruire un muro per proteggere il suo paese. Un muro come a Gaza, come a Berlino, come la Grande Muraglia Cinese, un muro obbrobrioso per recintare, prima ancora che i corpi, le anime. La storia degli uomini è tristemente intrisa di questo discrimine fra sé e gli altri, specialmente se l’altro si configura come nero, immigrato, clandestino, forestiero pericoloso, fuggitivo da teatri di guerra, uomo che scappa dalla fame e dalla povertà.

Chi fa costruire un muro in realtà è prigioniero delle sue paure, delle sue incertezze, delle sue umiliazioni, vuole proteggersi dall’esterno, ma si chiude in una gabbia di patologie, di isolamenti, di esclusioni ed emarginazioni. Se vuole estromettere ed escludere gli immigrati finirà per essere lui emarginato, anche perché l’Europa dovrà obbligatoriamente avere uno scatto d’orgoglio e mettere alla berlina chi sfida i tempi, i diritti e attua chiusure come se il suo paese fosse il nuovo castello da difendere dal nemico che lo accerchia.

Questa è la settimana della straordinaria enciclica di papa Francesco, Laudato si’, che non fa sconti all’egoismo degli uomini, alle multinazionali, al capitalismo, alla finanza, alle banche, agli affaristi di ogni genere, al profitto, divenendo il nuovo documento dei diritti universali del genere umano (al pari della Dichiarazione dell’ONU sui diritti dell’uomo del 1948). Esso si presenta come l’antidoto ai muri del mondo, a tutte le barriere artificiose costruite per respingere e auto-segregarsi. Perché, come sempre, chi chiude le proprie porte ha solo paura di confrontarsi con gli altri per colpa dei suoi traumi psicologici e dei suoi pregiudizi.

Ma i muri sono fatti per essere abbattuti.

redazioneIconfronti

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