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Torna “Sicilia sconosciuta” (Rizzoli) di Collura

Torna “Sicilia sconosciuta” (Rizzoli) di Collura
di Giuseppe Amoroso

Torna in un’elegante edizione riveduta e aggiornata, e con suggestive fotografie di Melo Minnella, l’ormai classico Sicilia sconosciuta (Rizzoli, pp.367) di Matteo Collura,un libro complesso, illustrativo e lirico,in cui la storia più testimoniata e severa e il pezzo di colore più esemplare e immaginifico si incontrano in una scrittura a più livelli, sorvegliata e memorabile, come sospesa tra l’immediata individuazione di un fenomeno e l’incantamento di un luogo stregato. Il graffio che sfregia un paesaggio o un monumento e la luce, complice e misteriosa che li avvolge non tanto per potenziare la visione dei particolari, quanto per scandagliare l’imprendibile segreto di una smagliatura, di un particolare sfuggito, è come un segnale di conoscenza totalizzante, un invito di libertà promosso dalla riflessione. L’autore evoca una quinta romanzesca, trapunta di azioni, colpi di scena e memoria e sentimenti esposti per rappresentare un paese, una città, un’atmosfera, il tempo di una normale vita consegnandoli a un tracciato narrativo di interesse più largo che trasformi i monotoni, uguali giorni in un inquieto atlante di figure. Il comune calendario di ieri o di oggi diviene materia di impenetrabili destini e soprattutto fornisce attraverso lo svelamento di potenziali forze di attrazione, un’inesplorata sfera di interesse. E allarga il mondo cercando a volte di renderlo più piccolo.

Il riverbero di una cornice su una tela a prima vista coperta soltanto di segni topografici e l’oggettivo grigiore ritagliato su inerti fondali si incendiano di altri fermenti, fanno del suono di nomi allineati e della neutralità una sorgente d’avventura e di ambiguità, una sortita nello spazio di un cosmo creato sorprendentemente soltanto da un “centinaio di itinerari”. Siamo nel vivo di questa “guida”(o borgesiana biblioteca?) pronta ad avvertire i viaggiatori che ”non sempre sarà loro facile vedere un’opera d’arte, entrare in una chiesa, visitare un museo o un monastero”. Si parte dalla “silenziosa penombra” della cappella della Gancia, in Palermo, dove riposano gli inquisitorie si termina con la Santissima Trinità della Dèlia di Castelvetrano.

Collura espone la sua isola secondo punti di vista diversi che vanno dalla messa a fuoco di un semplice dettaglio (miniaturizzato e ridonato in una plastica icona di stupore) al trascoloramento, alla perplessità sottesa, alla discontinua e fascinosa proiezione degli ambienti che contengono le figure umane, quelle dell’arte e i tasselli minati di vertigine, di eventi evocati per conclamare la loro materia di realtà e sogno. Dietro il visibile incombente si inventa uno specchio senza tempo se non quello delle voci che lo hanno abitato: a dare forma a questo metafisico tempo è la consapevolezza delle cose che l’autore raccoglie dagli archetipi e veicola poi fino alla scoperta di una Sicilia come “sistema di isole contenute in un’isola”. E mentre echeggiano le parole di Sciascia, si ascolta pure Bufalino (“Dicono che qui, fra splendore e squallore, non rimanga spazio per il soave, che la nostra non è terra di idillio. Dicono…”) e Goethe che ha definito Monte Pellegrino “il più bel promontorio del mondo”.

L’informata collana delle citazioni e gli adeguati supportI tecnici e culturali, messi in atto, agevolano la lettura del viaggio e ne ampliano i confini, tuttavia è là dove agisce l’inclinazione narrativa dell’autore che la pagina si trasforma in un accattivante racconto di immagini, le monografie si scambiano le parti con l’esca dell’intrigo; la notizia feroce, che sale dal buio dei secoli, si stampa sullo spartito di un melodramma. Si può così ascoltare più che vedere il “canto” barocco di Catania; perdersi nei vasti scenari che esaltano l’acropoli e le settecentesche chiese di Scicli; riudire i passi che scendono “giù per le antiche scale” di Acireale nel sapore antico di una favola. La flessibile scrittura, fra cronaca e poesia, di Associazione indigenti (che ha firmato la quota più importante nell’’evoluzione dell’ormai pietrificato neorealismo verso esiti di moderna modulazione stilistica) e l’archivio come sonante iride di visioni di Qualcuno ha ucciso il generale concorrono a sostenere, in questo itinerario siciliano, la qualità alta di una pagina che nell’atto di inventariare un mondo ne fa vibrare il buio e le scintille. Si danno qui convegno con uno scatto di epicedio o di spiegato inno la sinfonica marea dei paesaggi, sussurrano le “appartate rovine di Camarina”, erompono i “giudei” di San Fratello; profumano di zagara i giardini di Villa Piccolo, ove per sempre replica i suoi riti il “gioco a nascondere”del poeta di Plumelia. E, continuando, Il sorriso “siciliano” di ignoto di Antonello svela i suo inaspettato mistero; i morti, a Savoca, ”allineati nelle loro garitte come sentinelle”, inscenano, stretti nelle loro “aride marsine”, una sorta di immobile danza macabra; per il miracoloso prestigio della scrittura ricompare il laghetto scomparso di Mineo, davanti al quale in tempi remoti i siculi edificarono un’ara votiva; la siracusana fortezza di Dionigi ancora impressiona nonostante le molte trasformazioni.

All’”arazzo luminoso” di Caltagirone sembra contrapporsi l’”alveare di tombe” di Pantalica, per ribadire l’eterno contrasto tra “luce“ e “lutto”, proiettato da Bufalino sulle sue pagine più alte (si veda Ella_Imbalzano, Di cenere e d’oro, Bompiani), e da Collura rilanciato, con ulteriori intonazioni, già nell’’aria avvelenata e splendente del suo fortunato In Sicilia (apparso per Longanesi nel 2004), un “fascio di visioni e note”, come noi abbiamo definito recensendolo (Nelle storie degli altri, Rubbettino) nel quale l’autore è sempre pronto a leggere la Sicilia su una mappa universale, a intrecciare fatti storici e leggendari con il profumo malato della decadenza e delle rovine, raccogliendo vite che sono un sortilegio e sortilegi che ognuno incontra come figure concrete, in cerca di dicerie e della loro storia. Il castello di Mussomeli, ”monumento delle favole”, e l’”arcano presepe” di Sutera sono le testimonianze di due mondi opposti: quello delle ferrigne stagioni medievali d’ombre e di congiure, e quello microscopico e caldo di fervore religioso che dal passato fa risalire il volto di una devota Sicilia mai scomparsa. Da un passato ancor più sprofondato nel tempo, a Enna, le enigmatiche incisioni di un oratorio rinviano forse a riti di adoratori del sole; e da millenari abissi parlano i reperti archeologici del museo di Lipari. Isola che canta ed è cantata da chi l’abita e dai viaggiatori del mondo, la Sicilia è nel racconto fotografico di Collura, nell’arcobaleno di quella sua parola affabulata e nobile, la protagonista di un enciclopedico libro che sa narrare il visibile stupore della bellezza e rendere anche i suoi inganni un notarile atto di certezze. Le intenerite cadenze della pagina hanno guizzi di sdegno e di distacco per le troppe ferite che si incontrano in un viaggio salvato dalla bellezza. L’amore del figlio per la sua terra fulgida e infelice placa l’indignazione nel giudizio lesto a farsi racconto di una forma.

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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