Tornadi e tifoni iscritti da sempre nel Dna del mondo

Tornadi e tifoni iscritti da sempre nel Dna del mondo
di Carmelo Currò

Tornado, tifone, tempesta tropicale, cambiamento climatico. Il catastrofico evento meteorologico abbattutosi su Taranto ha fatto ancora una volta sprigionare l’angoscia e la paura che si accompagnano a periodi di diffusa incertezza sociale e a improvvisate informazioni sull’argomento. È chiaro che il recente avvenimento ha assunto contorni straordinari per un’area che non si trova certo in una tra quelle sterminate distese americane dove studiosi, fotografi e turisti vanno a caccia di trombe d’aria estreme. Ma non si deve credere che ci troviamo all’ingresso di un cunicolo buio in cui tempeste e tornadi sono alimentati dall’insipienza dell’uomo e dal buco nell’ozono. A mio parere, infatti, ci troviamo in una fase del ciclo meteorologico secolare che si accompagna periodicamente a grandi tempeste e “bombe d’acqua”, alternate a lunghi e diffusi periodi di siccità. Il grande studioso Rhys Carpenter esaminando elementi tratti dall’etnografia, dalla mitologia, dall’archeologia e persino dalla numismatica, è riuscito a ricostruire queste fasi del clima europeo in un lungo periodo che copre all’incirca gli anni dal 3000 a. C. fino al XIII d.C. e che egli espone nel suo libro “Clima e storia”: insuperato saggio uscito in Italia già nel 1969 e più volte riedito.
Si tratta di un arco temporale molto ampio che la storia ha sempre considerato più per evidenze che per cause, lasciando vuoti notevoli sia alla nostra conoscenza che alla nostra immaginazione. Carpenter, invece, nel corso delle sue indagini ha individuato lunghe successioni di caldo con siccità e freddo con pioggia: successioni dovute in parte al regime dei venti; e sempre causa di notevoli cambiamenti per l’uomo. Mentre infatti a partire dal periodo che per comodità definiamo Medioevo si è assistito alla continua ricerca di rimedi per arginare i fenomeni naturali estremi (dighe e barriere come in Olanda, depositi, pozzi, incanalamenti sotterranei anche per favorire l’agricoltura, bonifiche), nei millenni precedenti l’uomo preferiva spostarsi quando le condizioni climatiche di un’area non risultavano più compatibili con la sua presenza. Perché, ove fosse stato costretto a rimanere, come nella Groelandia del XIII-XIV secolo, stretta nella morsa dell’isolamento e dei ghiacci, le comunità locali erano destinate a una lenta e implacabile estinzione. Sono questi i motivi che provocarono la migrazione dei Dori dal Nord Europa, gli spostamenti di molte popolazioni verso l’Impero romano a partire dal II secolo, lo spopolamento per siccità del Peloponneso o di ampie parti del Medio-Oriente intorno al VII secolo. La migrazione antichissima verso il Mediterraneo di genti la cui sede primitiva è stata individuata nell’Europa oggi slava, viene autorevolmente considerata come il veicolo per l’arrivo di una civiltà le cui più antiche memorie, come la guerra di Troia e i poemi omerici, sarebbero nate nell’area baltica e non nella Penisola ellenica o nell’Asia minore, secondo gli studi di Felice Vinci che contengono una ingente quantità di prove ormai difficili da smontare.
È naturale, dunque, che fenomeni estremi e globali di mutazione climatica devono essere stati accompagnati da idrometeore di notevole entità di cui si perde spesso la memoria. Il periodo di freddo intenso, come quello manifestatosi in Europa tra la seconda metà del XVI secolo e la metà del XVIII, viene chiamato non a caso della “piccola glaciazione”, ed è talvolta ricordato solo per aneddoti curiosi che ricordano le incredibili gelate esageratamente descritte dal barone di Munchhausen o l’inchiostro che gelava nel calamaio della regina Cristina di Svezia mentre la sovrana scriveva le sue lettere. Ma numerose sono pure le descrizioni di orfani affamati in Francia, di sementi marcite per la pioggia in Italia, la riduzione degli impianti di oliveti e di vigne, la grandine continua come in Veneto o con chicchi di notevole peso come a Ricigliano nella prima metà del Cinquecento. Tempeste che flagellano le coste atlantiche europee, distruggendo interi paesi dal Belgio fino alla Penisola iberica, fanno parte delle cronache del XVI secolo. E così si possono spiegare devozioni diffuse in tutta Italia a partire dagli ultimi anni del Quattrocento, come quelle per la Madonna di Porto Salvo che ricorda i mari burrascosi; o per S. Barbara e S. Irene, protettrici contro i fulmini che colpivano quanti andavano in montagna o sulle torri e sui campanili, e per S. Elia, patrono dei contadini esposti al pericolo di aree aperte. Sono numerose fino al Settecento le notizie di persone colpite dai lampi mentre suonavano le campane o lavoravano nei campi: indice di fulmini che forse erano più frequenti di oggi e contro cui si invocavano le Martiri rinchiuse dai genitori pagani in torri isolate o il profeta assunto in cielo fra nubi tonanti.
Le formule sacre incise alla fusione su quasi tutte le antiche campane, che pregavano Dio di sciogliere le nubi e allontanare le tempeste e che dovevano essere lanciate al vento mentre i rintocchi chiamavano i contadini perché tornassero subito in paese, fanno ricordare quanto dovessero essere diffusi gli annuvolamenti e i temporali improvvisi e come fosse necessario correre verso le case facendo a gara con l’arrivo dei venti. La grandinata del settembre 1695 durata sei ore continue sull’Alta valle del Sele, il tornado che colpì Roma nel 1749, la tromba d’aria che si scatenò in provincia di Treviso nel 1930 con venti vicino ai 500 km orari, dimostrano che alcuni fenomeni, per quanto eccezionali, sono sempre avvenuti anche in aree lontane dalle pianure americane o dai mari caraibici. Allora, il buco d’ozono c’era di sicuro, ed era causato dagli escrementi delle pecore e dei cavalli che riempivano le campagne o le grandi città. Concausa delle catastrofi; ma non unico motivo, così come oggi si crede.

redazioneIconfronti

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