Tra decisionismo e democrazia

Tra decisionismo e democrazia
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Che la democrazia stia progressivamente mutando pelle, credo sia un fatto acclarato. Il modello otto-novecentesco si basava su alcuni canoni ben precisi, che rappresentavano la mirabile sintesi dei processi storici e culturali che avevano animato il faticoso cammino delle democrazie tra XVIII e XX secolo: suffragio universale, partecipazione alla vita politica, centralità del Parlamento e suo controllo sugli atti del governo, pluralismo dei partiti, libertà di pensiero e di opinione, stampa libera, confronto dialettico con le forze sociali, sindacali e con l’opposizione del momento.

La grande spinta propulsiva per il riconoscimento dei diritti dell’uomo era stata la molla di tutto, sicché intellettuali, partiti, movimenti, sindacati e associazioni avevano lottato per rivendicazioni universalistiche che erano diventate l’alfa e l’omega del concetto stesso di democrazia.

Sappiamo bene che nulla è immobile e che c’è un destino di progressivo adattamento dell’uomo, delle sue idee e istituzioni alle mutabili condizioni sociali, economiche, politiche, ma che si possano mettere continuamente in discussione i valori fondanti della democrazia, arrivando ad una sua restrittiva interpretazione, credo non corrisponda al valore intrinseco del modello democratico, né alla volontà politica dei popoli.

Le istituzioni mondiali ed europee, invece, predicano costantemente decisionismo e velocità dei provvedimenti, progressivo esautoramento di tutte le forme di partecipazione popolare, rigidità dei principi finanziari e delle azioni politiche, utilizzando la spada di Damocle dello spread e del rigore a tutti i costi.

Il risultato che da tempo si sta producendo in Italia è veramente disarmante: primato dei governi sul Parlamento, utilizzo sistematico dei decreti legge (nei primi otto mesi di governo ben 27 per Berlusconi, 24 per Monti e 20 per Renzi), introduzione costante del voto di fiducia alle manovre dei governi condizionando, di fatto, l’azione dei Parlamenti con lo spauracchio di mandare tutti a casa, totale depotenziamento del Senato (concepito dai padri fondatori come secondo organo di controllo e di approfondimento delle proposte di legge), Province che hanno perso totalmente la loro rappresentatività con la farsa delle elezioni, vero e proprio attacco al suffragio universale, un confronto marginale e a tempo con le parti sociali, invitate cordialmente a non dare troppo fastidio.

Il fatto è che si tratta di un vero e proprio nuovo corso (?) della democrazia, applicato con effetto domino anche in sede locale, con l’affondamento dei consigli comunali, oramai convocati pochissime volte l’anno, a beneficio della summa concentrazione di potere in mano ai sindaci, supportati da dirigenti scelti con il meccanismo dello spoil system.

Di questo passo, credo che sarebbe giusto cambiare anche il nome: non ha più senso chiamarla democrazia, ma potere oligarchico. Che presuppone una regola aurea: tutti omologati e asserviti ai processi decisionali di chi decide.

Chi non è d’accordo, e io non lo sono, si faccia da parte…

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

 

 

Andrea Manzi