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Tra genocidi e guerra è scritta la nostra storia

Tra genocidi e guerra è scritta la nostra storia
Algebre, di Rino Mele

Guerra e genocidio riflettono l’uno nell’altra una scomposta violenza, combaciano, s’attorcigliano in un significato devastante. Partiamo dalla colonizzazione dell’Etiopia, la decisione sterminatrice del viceré Rodolfo Graziani che massacra centinaia di diaconi del monastero copto di Debrà Libanòs nel parossismo distruttivo di quel villaggio. Un episodio orribile del fascismo: i morti non si contano, da due a tremila, alcuni uccisi a scudisciate (la conquista dell’Etiopia era terminata il 5 maggio dell’anno precedente e quattro giorni dopo era stato proclamato l’Impero, chiudendo gli occhi sulla fine che pur a passi lenti s’appressava). La guerra cova sempre la maledizione del genocidio, a volte la dilaziona, ne sposta la realizzazione, ma è implicita alla sua violenza. Non è forse genocidio anche la distruzione d’intere grandi città, metropoli dove il legame di appartenenza è sostituito da quello della stretta convivenza nello stesso spazio? Penso al bombardamento di Tokyo nella notte tra il 9 e 10 marzo 1945 con migliaia di tonnellate di bombe incendiarie al napalm: la resero un immane rogo che bruciava il cielo, ma ci sono altre città interamente nientificate e i cui abitanti sono stati tutti insieme martirizzati, Guernica, Coventry, Dresda, Hiroshima, Nagasaki.

Rino Mele

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La guerra sa bene ospitare altre forme di genocidio, quello più esplicito nella sua forma efferata e innominabile, la distruzione di una stirpe, il tentativo di svuotarla dalle radici. E il secolo scorso ha conosciuto almeno due volte questa brutalità in cui il volto umano s’è perso e confuso col nero del suo rovescio: con l’Impero Ottomano, durante la prima guerra mondiale, lo sterminio degli Armeni da parte dei Turchi e, durante la seconda, la deportazione e il massacro ingiurioso degli Ebrei da parte della Germania nazista. Sabato 27 alle 21.30, Sky, Rai 3, La 7 e Iris trasmetteranno simultaneamente Tutto davanti a questi occhi, il documento filmico di Walter Veltroni, in cui lui intervista Sami Modiano, deportato da Corfù e sopravvissuto al campo di concentramento di Birkenau dove trovarono la loro disperata morte la sorella e il padre. Sami Modiano è ripreso esclusivamente in primo piano, il suo volto è la pianura labirintica della nostra storia recente. Non c’è altra inquadratura che questa. Veltroni gli rivolge le domande da un continuo, neutro, fuori campo. Nella voce di Modiano vediamo quel lontano orrore: la fine raccontata del padre somiglia a un suicidio rituale, il figlio gli s’inginocchia davanti, lui gli pone le mani sul capo, poi s’avvia al cosiddetto ambulatorio – sa che lo porteranno nella camera a gas – precedendo i suoi ferocissimi aguzzini nella decisione di morire.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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