Tra Leopolda e manganelli

Tra Leopolda e manganelli
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Si può stabilire una relazione tra la Leopolda e le manganellate agli operai della Thyssen in corteo a Roma? Nessuno è così stupido da pensare che vi possa essere un rapporto diretto, nessuno può essere così avventato da immaginare che le innocenti e variegate discussioni ai tavoli di lavoro della sfilata leopoldina di marca renziana possano aver inciso in modo così stringente sugli sviluppi della crisi e della lotta sociale e, soprattutto, sulle modalità per affrontare quella lotta. Nessuno può essere così imprudente e sconsiderato.

Ma io, da eretico dichiarato, voglio correre questo rischio.

Sotto un profilo politico-culturale credo infatti che vadano riconsiderate le riflessioni emerse alla Leopolda, perché non sono affatto neutre rispetto ai comportamenti in atto e a quelli che potranno maturare ancora. Mi spiego. Se alla Leopolda c’è il finanziere-imprenditore Serra (braccio destro e delfino di Renzi) che dice, con garbo, ma con estrema chiarezza, che gli scioperi sono inutili, che producono solo costi sociali a quanti sono paralizzati da quella protesta e non inducono gli imprenditori stranieri a investire in Italia, se nessun ministro o politico avverte neanche lontanamente l’esigenza di mitigare quel concetto con il più striminzito messaggio su twitter, se Renzi fa prima vacillare e poi, di fatto, elimina l’art. 18 che agevola il licenziamento dai luoghi di lavoro, se passa l’idea stessa di “tutele crescenti” per i neo assunti, prefigurando una premialità che va conquistata con il lavoro dei dipendenti (cosa di per sé anche giusta!) ma all’interno di un quadro di protezione e di tutele per i lavoratori di fatto alterato o scompaginato, significa che c’è una precisa volontà politica di riformare il paese sulla base di un modello culturale e politico che prevede un ripensamento totale dei rapporti con i lavoratori.

Ebbene, se tutto ciò è accaduto, come credete che vengano tradotti questi messaggi da quanti sono preposti, a vario titolo, all’ordine pubblico? Quale consapevolezza passa se non quella di poter osare qualcosa in più, alzando l’asticella del controllo e della repressione, magari manganellando a destra e a manca in via preventiva, senza i limiti posti dai diritti e dalle carte che di quei diritti costituiscono il pilastro? La neppure tacita copertura della politica diventa, così, deflagrante.

Ciò di cui non ci si vuol rendere conto è che le idee, le discussioni e i dibattiti che si fanno al bar incidono solo sulle menti di quanti si cimentano a discutere, mentre le idee di politici, finanzieri, personaggi pubblici, non sono mai estranee o neutrali rispetto agli atteggiamenti sociali e istituzionali e possono avere ricadute comportamentali non sempre in linea con i processi democratici.

Forse occorrerebbe quel richiamo alla nimis suggerito da Orazio e da Terenzio, che deve suonare, ancora oggi, come invito a quel senso della misura nelle parole e nelle azioni e ad evitare eccessi che producono, more solito, nuovi eccessi.

 

 

Giuseppe Foscari

 

 

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

 

 

redazioneIconfronti