Tra melanconia e rimpianto i “poveri fiori” di Pippo Delbono

Tra melanconia e rimpianto i “poveri fiori” di Pippo Delbono
di Francesco Tozza

orchidee-bgDopo Barboni, lo spettacolo della sua risalita dal male oscuro (spettacolo forse insuperato per l’autenticità esistenziale e, al tempo stesso, l’insospettabile rigore formale rivelato dal suo teatro), Pippo Delbono ci aveva offerto, con Dopo la battaglia, l’ennesima incursione nel suo vissuto, ancora una volta non disgiunta all’uso scomposto (e per questo più fascinoso e coinvolgente) dei vari linguaggi della comunicazione; avevamo appena applaudito la recente riproposta di questo lavoro al Verdi di Salerno (con appendice, nel Teatro d’Ateneo, dello straordinario suo film Sangue), benché si trattasse di cosa da noi già vista e recensita lo scorso anno dal Bellini di Napoli (peraltro amiamo le seconde visioni assai di rado!), e tuttavia – sull’eco di quel rinnovato consenso, certo non solo da parte nostra, in preda ad una sorta di full immersion – abbiamo colto l’occasione di un passaggio bolognese per vedere all’Arena del Sole (fra i teatri coproduttori dello spettacolo) l’ultima fatica del nostro autore-attore, Orchidee: intensa, delirante, dissacrante, volta di nuovo a decostruire il consueto impianto scenico, per quindi reinventarlo.

Si potrà dire che dissacrare, oggi, non è poi così difficile e, forse, è assai poco originale, perché sono in molti, bene o male, a farlo; ma la carica emotiva, il sempre rinnovato trasporto che vi mette Delbono è davvero di pochi: evocare il teatro della crudeltà di Artaud, a questo punto, non sembri esagerato. Basterà citare l’impudica ripresa col cellulare, proiettata sul fondo scena, degli ultimi momenti di vita della madre, con quel frugare fra le lenzuola – quasi un sudario ormai – della mano del figlio, ansiosa di stringere l’altra mano, quella materna, come a impedire l’inesorabile fine, la definitiva perdita di un irrinunciabile possesso: distacco dal mondo – dichiara la voce, a commento delle immagini – di una madre che “è andata via perché non capiva più niente di questo mondo”, che tuttavia – aggiunge ancora l’attore – è l’unica che possiamo vivere, inutilmente fermando la sua inesorabile corsa, magari con la memoria.

La dissacrazione non è – si notava – solo nei contenuti veicolati, ma nel modo stesso di veicolarli, che diventa destrutturazione narrativa, con un procedimento certo più poetico che astutamente razionale, in uno stile che sembra non avere nulla di preordinato, nessuna certezza linguistico-formale, inseguendo la verità attraverso la finzione scenica, anche denunciandola, però; magari oltremodo esibendola, senza per nulla temere le derive narcisistiche e i rischi della maniera, di cui del resto la vita stessa – non solo quella del palcoscenico – è con tutta evidenza assai piena. La rappresentazione si fa, così, quanto mai variegata, diciamo pure (perché no?) ibrida, accogliendo in sé musica, danza, fotografia, cinema, in accostamenti imprevisti, per i quali parlare di contaminazione – l’abusata parola! – ha finalmente un senso, malinconico e provocatorio al tempo stesso, ineludibile testimonianza di quelle che sempre più appaiono le sublimi ma anche banali, miserevoli rovine della contemporaneità. Come le orchidee del titolo, del resto, vere e false in egual numero ormai, che adornano i salotti (ma anche le tombe nei cimiteri!) con netta prevalenza delle seconde, che certo sfidano il tempo (durano di più!) ma al tatto rivelano la loro inconsistenza: “poveri fiori” – direbbe Adriana Lecouvreur (anche se nell’opera di Cilea si tratta di viole, non di orchidee) – che inebriano con il loro profumo ma uccidono con il veleno di cui sono intrise (bella la scena dell’ultimo atto dell’opera; Delbono avrebbe potuto usare, forse più coerentemente, questa, anziché il frammento dal Nerone di Mascagni, più melenso e retorico, avendo peraltro al  musicista di Livorno già dedicato una regia lirica al San Carlo; il suggerimento può valere per le riprese, cui l’autore non fa mancare tracce d’improvvisazione).

Parlare, a questo punto, più dettagliatamente dello spettacolo è quanto mai fuori luogo; va visto, ovviamente, e non narrato, perché è lo stesso Delbono a narrarlo, facendolo: andando su e giù dal palcoscenico alla platea, con i suoi compagni di scena (tutti bravi, i nuovi e i vecchi, tra i quali l’immancabile Bobò, ormai vero e proprio segno segnico del suo teatro); esibendo ricordi, citando e recitando frammenti di testi a lui cari (Shakespeare, Cechov, la Woolf, ecc.), inframezzati dalla voce di Joan Baez o di Enzo Avitabile (e non solo); a volte ballando, magari da solo, come fa lui (come un tenero orso), mentre i fantasmi della memoria lo inseguono, ma non lo terrorizzano; lo immalinconiscono, piuttosto, lasciandogli il rimpianto di ciò che passa e per tutti, inesorabilmente, non tornerà più. Emblematico, in proposito, proprio l’addio della madre, incarnazione per eccellenza di quei fantasmi, rassicurante e disperata al tempo stesso: “non ti ho abbandonato, ti ho solo preceduto”.

Verrebbe da concludere con la frase che nello spettacolo, in verità, costituisce l’avvio dei discorsi di Delbono: “Chi l’ha detto che a teatro bisogna divertirsi?”: una frecciata che con la consueta ironia – dopo l’annuncio d’inizio spettacolo, il consueto invito a spegnere gli onnipresenti cellulari e l’augurio altrettanto consueto di buon divertimento – Delbono lanciava agli abbonati dell’Arena del sole. E certamente non a loro soltanto!

redazioneIconfronti

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