Mar. Ago 20th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Tra partiti con (e senza) apparati e rottamatori, la parola ai giovani

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Se gli elettori d’ultima generazione voteranno candidati di rottura nessuno li accuserà di apatia

Foto: linkiesta.it

di Alfonso Conte
Foto: linkiesta.it

Approssimandosi le scadenze elettorali, sempre più chiaramente emergono i profili dei candidati e la posta in palio; tra i diversi piani di lettura, non appare marginale quello relativo allo scontro (il quale grazie al sindaco di Firenze sta assumendo i caratteri del distacco generazionale) sulla forma che i partiti dovranno avere nella “terza repubblica”. Un tema divenuto fondamentale già dopo il crollo del Muro e dopo la conseguente liberazione di gran parte dell’elettorato dalle rigide contrapposizioni dettate dalla guerra fredda, reso all’epoca ancor più centrale dall’incapacità del sistema politico di finanziare legalmente i propri costi, divenuti nel tempo sempre più esorbitanti. A tale crisi provò a dare una risposta Berlusconi, interpretando il desiderio diffuso di dar vita ad un partito senza apparato, basato viceversa sulla capacità dei dirigenti di interpretare le richieste della base attraverso sistemi di rilevazione, soprattutto attraverso i famigerati sondaggi, i quali avrebbero dovuto soppiantare le lunghe procedure fondate sulla liturgia dei congressi e consentire di attrarre percentuali crescenti di un elettorato sempre meno fidelizzato. Ma, ed è storia dei nostri giorni, è ormai evidente come la leadership carismatica basata su modelli videocratici non sia riuscita ad assicurare risultati convincenti neanche in questo campo.
D’altronde, non hanno dato esiti diversi coloro i quali meno hanno concesso alle istanze modernizzatrici, restando sostanzialmente ancorati alla forma-partito della prima repubblica, sicché il sistema è esploso di nuovo, svelando contraddizioni profonde ormai inaccettabili per la maggioranza dei cittadini. Come, ad esempio, quella rappresentata da dirigenti di partito o da grandi collettori di voti, i quali godono vita natural durante di incarichi pubblici retribuiti con indennità e vitalizi di gran lunga superiori ai salari ed agli stipendi dei lavoratori. Ad intercettare l’insofferenza verso i privilegi di una casta incapace di autoriformarsi e ad ergersi a paladini di quella che è maliziosamente liquidata come “antipolitica”, ma che più correttamente dovrebbe definirsi sentimento antipartitocratico, sono Beppe Grillo e Matteo Renzi, i quali provano a superare il passato puntando il primo sulle potenzialità democratiche del web ed il secondo su un voto di opinione trasversale agli schieramenti tradizionali. A rafforzare le ragioni dei due, inoltre, concorre una più efficace capacità comunicativa, destinata ad avere un peso non indifferente al momento delle consultazioni elettorali. Mentre il PDL boccheggia, incapace di elaborare un progetto per il post-berlusconismo, il PD bersaniano vive la vigilia del voto nel terrore di ripetere la drammatica esperienza di Occhetto e della sua gioiosa macchina da guerra, senza tuttavia provare a ridimensionare un apparato di partito il quale, benché gestito con la tradizionale sapienza, appare il più elefantiaco ed invasivo dell’intero sistema. Viceversa, proprio sull’apparato poggia il segretario per vincere le primarie, confidando su schiere di cooperatori rossi, pensionati cigiellini e nostalgici berlingueriani da opporre ai giovani rottamatori. E non a caso, a Salerno, Vincenzo De Luca, da sempre uomo del partito-apparato, dopo un’iniziale quanto poco credibile incertezza, abbandona i toni polemici abitualmente e strumentalmente usati contro i leader nazionali dei vari partiti, finanche del suo stesso partito, per schierarsi a difesa dei giochi di corrente, degli accordi sottobanco, delle campagne di tesseramento e di tutte le altre diavolerie ben note ai professionisti della politica, ma incomprensibili a chi vive fuori dal palazzo. Evidentemente, a sostenere la stessa causa sono anche tutti i beneficiati del partito-apparato deluchiano, del blocco di potere ormai consolidatosi dopo una gestione amministrativa ultraventennale e che minaccia di durare ancora a lungo, al di là degli interpreti di facciata e a dispetto di ogni ipotesi di alternanza.
Secondo alcuni reduci del ’68, i giovani italiani stanno dimostrando l’incapacità ad essere protagonisti del proprio tempo, in una fase drammatica sia per i loro sbocchi occupazionali, sia per le possibilità di conservare i livelli di benessere raggiunti dalle generazioni precedenti. Il giudizio diviene ancora più severo quando rapportato all’atteggiamento degli indignados spagnoli (foto). Ma, se alle prossime elezioni molti giovani italiani sosterranno le posizioni degli esponenti antipartitocratici, risultando, come alcuni segnali lasciano immaginare, decisivi per la loro affermazione, l’accusa loro rivolta di essere poco rivoluzionari dovrà essere completamente rivista. Considerando soprattutto la sfiducia diffusa tra i più giovani verso le rivoluzioni proclamate dai movimenti di piazza e mai realizzate. Come nel ’68.

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