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Tra sacro e profano

Tra sacro e profano
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari

Il professor Giuseppe Foscari

Nella settimana di due eventi storici, diversi e culturalmente anche agli antipodi, ossia la ricorrenza dei 226 anni dall’approvazione della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del cittadino nella Francia rivoluzionaria (26 agosto del 1789) e il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, una riflessione laica su un ricorrente fenomeno della nostra societĂ  mi è scivolata sulla carta in modo quasi naturale.

Vengo alla questione.

Da noi, in Italia, intendo, i gruppi sociali a matrice scudo-crociata, ossia che si richiamano al cattolicesimo e ai suoi precetti, e quindi le associazioni di volontariato e non, le parrocchie, le confraternite, i centri di ricerca intitolati a figure di spicco della Chiesa o a devoti di prim’ordine e via discorrendo, rappresentano una pletorica quanto ingombrante presenza. Avvolgono e condizionano innanzitutto il tessuto socio-religioso e sin qui quasi nulla da eccepire. Fanno il loro mestiere per aumentare gli adepti e renderli una grande comunità che agisce sulla base del Vangelo e dei suoi nobili principi di fratellanza, solidarietà sociale e rispetto del prossimo.

Ma sappiamo che non si limitano a questa rilevante funzione.

Non è un mistero che in molte nostre cittĂ  (al Sud piĂą che al Nord) la capacitĂ  di incidere sul tessuto politico sia un fatto altrettanto palese, anzi, spesso è un’attivitĂ  esercitata in modo consapevole e scientifico per avere al proprio fianco consiglieri comunali, assessori o sindaci che, all’occorrenza, con tanto di fascia tricolore, garantiscono la “presenza” alla festa, alla sagra, alla processione, al simposio, al convegno, al meeting. Si realizza, così, una miscela di potere politico, tonache, religiositĂ  e partecipazione dei fedeli che si nutre a volte di credulitĂ , ma anche di sana devozione, perchĂ© in tanti ci credono con purezza e ingenuitĂ .

Il salto di qualitĂ  da associazioni religiose a gruppi di pressione avviene proprio quando i loro capi carismatici e religiosi capiscono di essere davvero tali, ossia gruppi di pressione capaci di condizionare le elezioni in una cittĂ , specie se piccola o media, di concorrere in modo anche decisivo alla vittoria o meno del proprio candidato o di quello che si considera un adepto su cui puntare alla cieca, un fraterno partigiano, un alleato prezioso in qualunque circostanza. Quando il capo carismatico è anche un po’ piĂą spregiudicato, dal pulpito possono partire filippiche e anatemi, condanne e crociate, improperi e sibilline burlette nei confronti di qualche sparuto oppositore politico o di chi non condivide la mescolanza del sacro col profano.

Per quanto il cattolicesimo venga alimentato da queste pratiche aggregative, di certo viene presentato in una veste che appare poco consona al valore intrinseco del messaggio evangelico, per cui ne viene deturpato il significato di corpus aggregativo dei credenti, convertendo le stesse associazioni agli interessi economici, al profitto, alla necessitĂ -opportunitĂ  di appropriarsi di beni e di avere uno strettissimo legame col potere politico. Anzi, di crearlo, di consolidarlo, confidando nel numero degli adepti (molti adepti uguale molti voti) e nella capacitĂ  di persuasione di una massa ben guidata.

Questi gruppi di pressione hanno incontrato oggi il piĂą grande nemico che la Storia potesse creargli, quel papa Francesco che non smette mai di bacchettare quanti, in nome di Dio, abusano della propria funzione, dimenticando l’alta missione civile e religiosa per la quale sono state concepite, ossia umanizzare l’uomo, renderlo fratello oltre ogni risentimento e odio, occupandosi di ben altro.

Sono certo che Papa Francesco avrà avuto anche la tentazione di andare a Rimini e contarne quattro a quel mondo di contraddizioni e incoerenze, tenendo in una mano il Vangelo e nell’altra la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

* professore di storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università degli Studi di Salerno

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