Tra umanesimo e tecnicismo

Tra umanesimo e tecnicismo
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

La logica di un economista è notoriamente diversa da quella di un filosofo, di uno storico, di un amante delle letteratura e, in senso lato, di un umanista. È l’eterno gioco tra visioni del mondo del tutto contrastanti, nelle quali ciascuno prova a portare acqua al proprio mulino, così l’antagonismo tra tecnicismo e humanae litterae, tra i numeri e la poesia, tra i conti del bancario e le aspirazioni alla libertà pare sia diventato oggi ancora più stringente. Nelle famiglie si discute sulle scelte universitarie dei figli e il dato più evidente degli ultimi giorni è il sostanziale equilibrio in Italia tra quanti scelgono facoltà scientifiche e quanti quelle umanistiche. Un dato mai registratosi fino ad ora, perché nel nostro paese, erede della tradizione classica greco-latina, la propensione più spiccata del popolo è stata sempre verso le discipline umanistiche.

Ora le posizioni potrebbero ribaltarsi.

A cosa è dovuto questo spostamento di interessi da parte dei giovani? Beh, la prima risposta che vien data è che si trova prima lavoro con una laurea e una professionalità tecnico-scientifica, sebbene ingegneri, fisici, matematici, informatici, economisti a spasso ce ne sono, eccome!

Ma io credo che dipenda anche e/o soprattutto dall’affermazione dei canoni tecnici, algoritmici, matematici in tutti i campi della società, dalla politica alla gestione degli enti pubblici e privati, alle società. Insomma, è il trionfo del numero, per dirla in sintesi.

Il fenomeno è di prevalente matrice anglosassone, perché nei paesi europei di chiara cultura e tradizione greco-latina, almeno fino alla metà del Novecento essere economisti, ingegneri, medici, matematici, fisici o affini, significava aver studiato innanzitutto le materie classiche e voleva dire possedere un bagaglio di conoscenze tale da poter trattare non tutto lo scibile umano, ma almeno non essere completamente a digiuno dei processi politici, storici, sociologici e antropologici che sono spesso la base di qualsiasi mutamento sociale.

Nella piena convinzione che solo un equilibrato rapporto tra professionalità umanistiche e scientifiche, mettendo assieme le ragioni dei conti e quelle dei valori umani, possa permettere ad un paese di accrescere il benessere collettivo, quando ho sentito un collega enunciare una sorta di teorema economico fondamental-liberista basato su due concetti-base, sono rimasto sconcertato e mi sono persino arrabbiato.

Il primo concetto era: è necessario che gli studenti imparino a competere, a gareggiare con gli altri, perché la vita altro non è se non un eterno crudele gioco di concorrenze e rivalità. Sin qui, pur con tutti i distinguo che mi sentirei di fare, potrebbe anche starci. Ma il secondo concetto mi è parso davvero devastante: se un uomo capisce che nella propria attività non riesce a realizzare il profitto, deve almeno fare in modo che gli altri non guadagnino e non si arricchiscano.

Una lotta eterna dell’uomo contro l’uomo al grido di Mors tua, vita mea.

A parte i fiumi di inchiostro utilizzati per dimostrare l’inadeguatezza di tale idea, rilevo quanto sia devastante entrare in questa perversa e distruttiva logica, nella quale tutte le regole solidali, tutte le percezioni relazionali tra i popoli e gli individui, tutta la logica dell’unione che fa la forza, viene gettata nel cestino dei rifiuti come roba passata.

Dimenticano, i signori dei conti, del profitto, della concorrenza spietata e delle sue conseguenze amorali e immorali, che David Hume e Adam Smith, nel Settecento, hanno parlato di fondamentale ruolo della simpatia nelle relazioni tra uomini e popoli aprendo le porte a quelle sinergie empatiche che devono essere invece alla base degli stessi processi economici del nostro pianeta.

Basterebbe guardare le api per capirlo…

 

  • Professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

redazioneIconfronti

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