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Tracce di drammaturgia sonora senza sbocco creativo

Tracce di drammaturgia sonora senza sbocco creativo

Societas Raffaello Sanzio

Relazione sulla veritĂ  retrograda della voce

conferenza spettacolo di e con Chiara Guidi

Tifone da Joseph Conrad, per pianoforte e “viola”

adattamento e regia di Chiara Guidi

al pianoforte Fabrizio Ottaviucci

Galleria Toledo, Napoli, 19-20//21-22 marzo

di Francesco Tozza

TIFONE_credits-Salvatore-Insana“Inseguire la voce che scappa”: un poetico incipit, un’ottima dichiarazione d’intenti per una conferenza-spettacolo, qual’era quella annunciata in locandina da Chiara Guidi, sere fa a Galleria Toledo. Intriganti e commosse le prime battute del suo racconto, subito dopo, per illustrare le tappe di un percorso che, ormai da qualche anno, ne caratterizza principalmente l’attività teatrale, alla ricerca della voce perduta (come quella del padre, per esempio, al capezzale di lui morente) e poi ritrovata, o comunque ricostruita, in una ricerca a più ampio raggio, inerente un fattore linguistico, solo in apparenza minoritario nella scrittura scenica (quella degli ultimi anni, almeno fra certi esponenti delle neoavanguardie), di ancora estrema importanza, invece, nel mondo sempre più complesso della comunicazione, e non solo teatrale in senso stretto.

Presto, però, la conferenza-spettacolo ha cambiato tono: persosi l’aggancio esistenziale del racconto, lo scrittoio presso il quale la Guidi era seduta, unico punto di luce nel buio del fondo scena, si è fatto sempre più cattedra, sempre meno suppellettile scenica, perdendo ogni coerenza con lo spazio che lo ospitava. La conferenza ha finito col prevalere nettamente sullo spettacolo: i termini e le strategie di una ricerca, di sicuro interessante nelle premesse teoriche, annegavano in un’esposizione non priva di inappropriati (al momento) tecnicismi, ma anche di qualche luogo comune, per quanto professoralmente occultato, mentre le esemplificazioni di un approccio che indubbiamente avrà prodotto i suoi risultati,  magari modesti per quantità e qualità, non davano sufficiente testimonianza dei medesimi. Al termine della conferenza – altrimenti detta, più tardi, relazione e non, per carità (!) lezione, con un sottile distinguo, degno di miglior causa! – la Guidi apriva il dibattito con i pochi presenti, non si sa – dato il tenore delle domande – se piuttosto distratti nel corso della soporifera conferenza o intimoriti (ma con orgoglio) dalla partecipazione, quasi da iniziati, alla cosa. Inutilmente il sottoscritto, pur avvertendo di essere fuori dal coro, chiedeva alla Guidi come si inserissero queste sue recenti, e certamente più personali, esperienze di ricerca (sulla voce) nel più generale percorso della Raffaello Sanzio, confessando peraltro di essere stato spettatore entusiasta di alcuni famosi spettacoli (Amleto, Orestea, Giulio Cesare, soprattutto lo splendido Genesi) della Compagnia emiliana, magnificamente rettisi, più o meno fin dalle sue lontane origini, nei primi anni ’80, sui diversi contributi di un’affiatata famiglia (Romeo e Claudia Castellucci, compagni anche nella vita, rispettivamente di Chiara e Paolo Guidi). Ma nel sovrapporsi confuso delle domande, andava perduta quella forse teatralmente più pertinente (magari   inevasa per non indugiare su un probabile, più difficile equilibrio all’interno del celebre quartetto?); né miglior sorte aveva l’esposizione di qualche perplessità da parte del sottoscritto, mossa alla pretesa “politicità” rivendicata dalla Guidi a questa sua più recente fase dell’attività di ricerca: uno scalmanato spettatore, certamente distratto dalla non buona acustica della sala pressoché vuota, chiedeva di quale teatro io mi facessi portavoce e quale mai avessi finora frequentato…, lasciandosi sfuggire che poco prima mi ero dichiarato spettatore entusiasta di alcuni dei maggiori lavori della Raffaello Sanzio! Scaramucce, comunque; quisquiglie o pinzillacchere, avrebbe detto il grande Totò. Forse, però, l’ulteriore testimonianza della piaggeria e del conformismo ormai dilagante nelle nostre platee (non solo teatrali!).

La Guidi, poi, nella seconda delle due serate previste nel teatro napoletano, ha offerto quella che indubbiamente voleva essere la testimonianza concreta del suo metodo di ricerca e dei suoi studi sulla voce: la lettura-adattamento per pianoforte e “viola” del conradiano Tifone. La delusione, paventata, non si è fatta attendere: nonostante gli ottimi interventi di Fabrizio Ottaviucci che ha fatto esplodere dal piano le più intime, suadenti, a volte anche violente sonorità, degne del miglior Skrjabin, il “racconto di mare” del grande scrittore di lingua inglese è uscito, dalla lettura offertane, mortificato, comunque indebolito, deprivato – in parte almeno – di quella vasta gamma di valenze visive e acustiche che indubbiamente è in grado di suscitare, senza che peraltro la comprensibile arbitrarietà dell’operazione raggiungesse una efficace e plausibile autonomia linguistica, tale da far accettare la radicalità dell’adattamento. Convincenti alcuni “soffiati” della Guidi (anche se è sembrato piuttosto temerario parlare di “viola” per i suoni che a volte uscivano dalla sua gola); andati perduti, invece, i passaggi più drammatici di quelle pagine cui è l’alone semantico delle parole, più che la loro artificiale interpretazione sonora, a dare forza ed efficacia.

Si possono benissimo prendere anche le distanze da un testo, magari per non rinnovare la banalità del dire quotidiano; pervenire, così, alla phonè, quando si fa della voce un corpo autonomo, straniato dal suo contesto logico di riferimento, per risalire all’origine musicale della parola, rinnegandola nella sua tradizionale funzione di strumento soltanto linguistico-comunicativo. E tuttavia  non sembra questo il modo! Carmelo Bene – per citare sempre e ancora lui – ha fatto mirabilia in proposito, ricorrendo, ripetutamente, anche a quella protesi della voce naturale che è la sua amplificazione elettronica, scandagliandone qualità timbriche, ombre, riverberi, sperimentando davvero la scissione fra significante e significato che è alla base di ipotesi drammaturgiche del genere, cui probabilmente si collega la stessa Guidi. Ma in proposito, e a maggior ragione, andrebbe ricordato quanto – ancor prima – fatto dalla grande Meredith Monk che, conclusa quasi definitivamente la fase più specificamente registica-coreografica della sua attività con quel magnifico spettacolo che era Quarry (visto da noi a Firenze, subito dopo la prima alla Biennale veneziana nel 1976), ha indirizzato la sua ricerca e un po’ tutto il suo lavoro sullo studio della voce, pervenendo a sublimi altezze a livello creativo e interpretativo, con ricadute sul piano genuinamente politico, quando ha affrontato forme di vocalità attinte da paesi e popolazioni anche del lontano Oriente, senza insomma mai scadere nell’autoreferenzialità.

Di questo, anche, avremmo voluto parlare con Chiara Guidi, ma tutto sommato la sua è stata, come si dice in gergo, una lezione sostanzialmente frontale (non sappiamo come si sono svolti gli altri incontri, in ambito universitario, previsti all’Orientale e alla Federico II). Sul piano più strettamente drammaturgico, ricordando gli importanti contributi da lei offerti, in senso multidisciplinare però, ai vari spettacoli della Raffaello Sanzio, ci auguriamo che anche il suo diventi teatro (non palestra) della voce, nel senso più ampio e creativo del termine; e magari non solo della voce.

 

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