Trasferire presto l’ago delle decisioni dal mercato alle istituzioni

Trasferire presto l’ago delle decisioni dal mercato alle istituzioni
di Giuseppe Fauceglia

Dedicheremo da oggi lo spazio prevalente del nostro Blog/Inchiesta alla grave crisi politica ed economica che stiamo vivendo. Una crisi epocale, rispetto alla cui portata c’è ancora incredulità e sgomento; una crisi, purtroppo, ancora in gran parte gestita dalla classe politica che l’ha determinata. Apriamo questa area di dibattito e di confronti, chiedendo a tutti i nostri contatti di intervenire: in momenti così drammatici la partecipazione è un dovere e le analisi avranno la forza di chiarire i punti di vista e creare quelle aree di aggregazione che sono funzionali alla rinascita di un autentico spirito democratico. Tenteremo di mantenere aperto questo canale di partecipazione fino alle prossime elezioni politiche, con l’occhio puntato prevalentemente sui problemi del Mezzogiorno (l’area di maggiore riferimento del nostro blog/giornale). Anche se le elezioni avranno la scadenza ordinaria del 2013 noi saremo qui a parlare di noi senza soluzioni di continuità. Il riadattamento agli ideali democratico, dopo questo lunghissimo medioevo, ha bisogno di tempi e terapie lunghi per la ripresa. Iniziamo con questo commento del professore Giuseppe Fauceglia (foto), ordinario di Diritto Commerciale presso l’Università degli Studi di Salerno.

Risulta ormai  evidente che la tabella di marcia della politica è dettata dai mercati piuttosto che dalle istituzioni rappresentative (governo) o elettive (parlamento); sì che la stessa strategia delle alleanze tra le forze politiche in vista delle prossime elezioni risulta in qualche modo influenzata da una comunanza di lettura degli avvenimenti economici. Come non intravedere nel ritrovato rapporto tra Lega e (parte) del PDL un segnale di una insofferenza verso le politiche comunitarie ed europeistiche, che caratterizzano il programma dell’attuale governo? In verità, il tentativo di una deriva localistica o para-nazionalistica è imputabile anche alla scarsa progettualità dell’intera classe politica dei paesi europei, che non è riuscita a individuare profili condivisi e non limitati alla idea di un’Europa continentale, sostanzialmente ritagliata sugli interessi tedeschi, e caratterizzata da un elevato tasso di burocrazia e di scelte tecnocratiche. Non si tratta di teorizzare un’Europa a doppia velocità (ciò resterebbe in contrasto con l’idea stessa dell’Unione), ma di un’Europa a doppia vocazione, una continentale e l’altra mediterranea. Naturalmente, questa evoluzione non può essere solo il frutto della crisi dei mercati e del debito sovrano, ma deve risultare da una scelta di progettualità a medio e lungo termine, che presuppone  la presenza di istituzioni bancarie e finanziarie capaci di intervenire sia nella prestazione di ultima istanza (intervento sulla liquidità delle banche) sia sullo spinoso terreno del controllo e della vigilanza dei mercati e del sistema bancario (non è possibile che proprio quelle banche, che hanno spinto per un capitalismo finanziario staccato dall’economia reale, continuino a “fare profitti” grazie alla speculazione internazionale, ispirata dal vento che soffia dagli Usa). Proprio per questi motivi, il dibattito interno sulle elezioni e finanche sul sistema elettorale (che deve essere cambiato per non contribuire ad abbattere quel residuo di democrazia che ancora resiste) mi pare affetto da un evidente nanismo culturale (non leggo una sola dichiarazione, ad esempio, sulla riforma dell’attuale sistema di rating), e se ciò resta spiegabile per formazioni antagoniste e protestatarie senza progetto di governo (Italia dei Valori o Grillini), ma non mi pare giustificabile in partiti che hanno una lunga storia, come il PD. Anche a livello più periferico, ad esempio nella Regione Campania, il dibattito sembra perdersi nei meandri della riduzione selvaggia della spesa pubblica (pure inefficiente ed elefantiaca), senza intaccare l’inutilità dell’attuale sistema rappresentativo (ad esempio, l’elevato numero dei consiglieri regionali), la complessità e la moltiplicazione dei centri di spesa (regionali, provinciali e comunali), l’assenza di centri direzionali di coordinamento veri ed efficienti sulla spesa pubblica, la riduzione dell’intervento pubblico in società locali e regionali (su cui è dovuto intervenire il Governo centrale anche in termini di “responsabilità”). Sarebbe il caso di chiedersi se l’attuale sistema “regionalistico”, a parte la retorica costituzionale (ma anche su questo profilo ci sarebbe molto da dire e da riflettere), rimanga coerente con profili di efficienza e di rapidità nelle decisioni (in alcune materie è il caso di spezzare qualche lancia in favore di un sistema “accentrato” di tipo statale). La crisi impone riflessioni nuove e complesse, che tengano conto del tramonto di un sistema democratico e rappresentativo che ha perduto le sue caratteristiche originarie, ed impongono scelte che siano capaci di spostare l’ago delle decisioni dai “mercati” alle “istituzioni”, ma ciò a condizione che queste ultime acquistino autorevolezza e capacità progettuale.

 

redazioneIconfronti

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