Gio. Lug 18th, 2019

I Confronti

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Troppa violenza sulle donne: riflettere più che festeggiare

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Femminicidi, divari occupazionali e retributivi, impari opportunità, arcaismi. Altro che 8 marzo

Domani è la Festa della donna. Chiediamo alle lettrici e ai lettori di intervenire nel dibattito attualissimo sulla questione femminile e ci auguriamo che questo scritto, denso di riflessioni, possa favorire un proficuo confronto di idee.

di Maria Fortuna

IncPubblicLeDonneHomeLa chiamano festa, ma da festeggiare c’è ben poco. La violenza sulle donne, e il femminicidio nel quale in troppi casi sfocia, sono realtà tanto più amare quanto più trascurate. Piaghe sociali che poco o nulla si fa per debellare. Ma non solo: dall’occupazione femminile alla retribuzione delle lavoratrici, dalla presenza delle donne in politica e nelle istituzioni alla conciliazione della carriera con la maternità: in Italia di strada verso le pari opportunità la donna ne ha da fare ancora tanta. Eppure l’8 marzo c’è ancora chi festeggia.
Il tasso di occupazione femminile in Italia è tra i più bassi dell’Unione Europea e, manco a dirlo, si aggrava al Sud. Stesso discorso per il rapporto tra occupazione femminile e maschile e per il divario retributivo di genere. Nel Belpaese, inoltre, sempre più spesso le lavoratrici sono costrette a scegliere: figli o carriera? La carenza, specialmente nel Mezzogiorno, di servizi quali asili nido comunali mette la donna di fronte a un bivio: sacrificare il proprio istinto materno o la propria aspirazione lavorativa? Dilemma totalmente estraneo agli uomini, in una società che si conferma maschilista anche in politica. Dopo l’ultima tornata elettorale, solo grazie all’infornata di Pd e M5S la presenza femminile è passata da un misero 21% alla Camera e 19% al Senato al 32% alla Camera e 30% al Senato.
La strada da percorrere verso l’emancipazione è lunga anche dal punto di vista dell’immagine che della donna viene propinata: la bella e sexy che continua a puntare sul suo corpo negli spettacoli proposti dalle televisioni commerciali (ma anche in certa politica…) oppure la casalinga perfetta degli spot pubblicitari. E le donne vere?
Su tutti, però, un dato emerge con una crudezza tale che si fa fatica ad accettarlo: in Italia in media ogni tre giorni una donna muore per mano di uomo. Marito, compagno, fidanzato, amante o ex che sia, un uomo uccide la donna che reputa di sua proprietà. Dal Sud al Nord dello Stivale, il problema ritorna in molteplici sfumature. Da un alto, impregnate in retaggi culturali difficili da scardinare, le donne, perlopiù poco scolarizzate, accettano come “normale” la violenza di cui sono vittime. E spesso non la denunciamo perché non solo non avrebbero il sostengo e la comprensione della famiglia d’origine, ma addirittura ne subirebbero la condanna, colpevoli di aver rovinato un matrimonio e tolto il padre ai loro figli. Per molte donne, anche giovanissime, è “normale” isolarsi dal mondo, perdere il contatto con i propri amici quando ci si fidanza. Per loro è “normale” che il fidanzato o il marito sia geloso, che le controlli e che, quando si comportano “male”, possa dar loro uno schiaffo. È aberrante, ma è così. E quando decidono di ribellarsi, spesso dopo anni di maltrattamento, scatta la violenza che spesso si traduce in omicidio. La virilità è messa in dubbio, la proprietà della donna in discussione. Inaccettabile. Dunque, la morte. O mia o di nessuno. Stesso meccanismo a Nord, dove una maggiore emancipazione femminile rende il percorso verso il femmicidio più breve. Quando la donna decide di denunciare, scatta l’istinto omicida. Non un raptus, ma la conclusione di un percorso di violenza che diventa progressivamente più intensa. Tanto che spesso l’uccisione è premeditata e addirittura preannunciata alla vittima. E spesso neppure le forze dell’ordine, malgrado le denunce e nonostante la buona legge sullo stalking, riescono fermare la mano del boia.
Ma cosa si fa per arginare tutto questo? Sono una sessantina i centri antiviolenza presenti sulla Penisola. Di questi solo un terzo riesce, grazie ai finanziamenti, a svolgere la propria attività. Gli altri si reggono sulle donazioni di privati e vanno avanti grazie al volontariato. Stando alle direttive dell’Unione Europea, in Italia dovrebbero esserci 5.700 posti letto per accogliere le donne in difficoltà, uno per ogni 10.000 abitanti. Se ne contano, invece, appena 500. Una percentuale di 0,09. Meglio di noi finanche Grecia, Albania, Armenia, Bosnia-Erzegovina. Eppure, al di là di qualche slogan elettorale (ma neanche tanto: qualcuno ricorda, nella campagna elettorale appena conclusasi, una discussione sul tema?), la politica non dà risposte concrete, riducendo spesso la questione a un problema di sicurezza.
Ora, se questa è sostanzialmente la situazione della donna in Italia, l’8 marzo non sarebbe il caso di riflettere più che di festeggiare?

2 thoughts on “Troppa violenza sulle donne: riflettere più che festeggiare

  1. Concordo pienamente con l’articolo. C’è poco da aggiungere. Analisi lucida e purtroppo veritiera. Complimenti.

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