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Troppe omissioni, siamo indegni del tappeto volante di Morandi

Troppe omissioni, siamo indegni del tappeto volante di Morandi
di Rosaria Fortuna
“Ho sempre amato il tema ponte, per me il ponte è concretezza, forma pura, con una possibilità di realizzazione importante, reale”.
Questa  frase è di Riccardo Morandi, ed è una frase che si trova in apertura di un documentario sulla costruzione del ponte di Catanzaro, ponte anche questo progettato da lui, ed in questo momento questa frase è come un nastro che parte da capo, e non può  essere riavvolto se non lo si ascolta per intero. È un nastro che parla di un paese che costruiva ponti per semplificare la vita e creare connessioni. Una cosa non solo italiana, visto che i ponti servono a tutti, e ponti ne troviamo anche negli angoli più sperduti del mondo.
Cos’è che si è inceppato, allora, e ha reso i ponti improvvisamente luoghi pericolosi? La difficile gestione e manutenzione delle opere pubbliche, problema pure questo non solo italiano. La parola manutenzione, una parola importante, entra con difficoltà nel nostro vissuto, per la nostra abitudine di farci rassicurare anche dagli oggetti e di convivere con il fatalismo, al punto di preferire le chiacchiere alle manutenzioni. Una paura del fare, tanto siamo abituati a vivere di rendita e di erosione. Invece, i ponti di Morandi ci raccontano di un Italia che sognava. Non alla maniera berlusconiana, per desideri indotti e virtuali, tipico delle democrazie consumistiche, di cui facciamo parte, anche se siamo anarchici e pure autarchici, ma proprio nell’accezione profonda del sogno, sogno che è una proiezione verso una dimensione realizzabile, utopica e quindi possibile. A guardare questo documentario di venti minuti, si capisce quanto sia scomposto, inutile e pure sbagliato il teatro di questi giorni, come siano inesatte le argomentazioni, come questa mania di decontestualizzare ogni cosa, di parlare di tutto senza avere la curiosità anche di capire, ci renda ogni giorno più rozzi, malfermi, inadatti alla vita in mezzo agli altri.
Ogni volta che ci accade qualcosa andiamo a prendercela con gli altri. In questo caso si passa da Morandi alla Ue, ai Benetton e così via. Non che sia una nostra invenzione. Di fatto da Thomas Hobbes a Carl Schmitt, e al suo foro interno ed esterno, il nemico è tutto ciò che è fuori di noi, e quindi tutto ciò che non ci è noto, ormai per scelta.

Il ponte Morandi di Geno

Il ponte Morandi di Geno

L’ignoranza, insieme alla voglia di esserci sempre e comunque, scandiscono ogni nostra azione sociale. Questo crea un enorme cortocircuito e un’assoluta incapacità di discernimento. Impressiona, poi, come fino ad oggi Riccardo Morandi fosse totalmente sconosciuto ai più, diversamente non tornerebbero in ballo gli acquedotti romani, con la convinzione che siano ponti, al punto di magnificarne l’esistenza in vita per denigrare l’operato di Morandi. Cose che non hanno senso, e che neppure possono essere messe in relazione. Ma questo ci dà il polso di una condizione assurda. Oggi abbiamo la possibilità  di reperire qualsiasi informazione all’istante, senza doverci spostare fisicamente per studiare, approfondire, leggere. Verbi desueti, e invece partecipare, indignare, firmare sono verbi all’ordine del giorno. La consapevolezza  della nostra invisibilità ci rende schiavi di queste forme fasulle di vita civile, fasulle perché non suffragate dal bisogno e dal desiderio profondo di cambiare, ma solo dalla necessità  di esserci, a prescindere anche dai nostri sentimenti, e dalle nostre credenze politiche, religiose, umane. Eppure i ponti non sono strutture permanenti, servono per attraversare, e devono essere costantemente ripensati, come i sogni, proprio perché sono l’unico modo che ci consente di andare altrove. Chiunque li progetti o li immagini sta dando a tutti possibilità infinite di connessioni e di altre vite. Riccardo Morandi era anche per questo geniale, svuotava, pesava, ricalcolava. Nel periodo in cui operava, esisteva anche un’idea progettuale della politica, idea distante anni luce dal martellamento psichedelico che ormai ci tocca ogni giorno, senza che si pensi a costruire ponti, soprattutto umani, malgrado l’uso della rete. Il più grande ponte mai costruito fino ad oggi dagli uomini, grazie al silicio di cui sono composti i supporti elettronici, supporti elettronici che usiamo con noncuranza e dimenticandone proprio la funzione di ponti verso chiunque.

Il ponte è una metafora che mette in relazione, rendendo possibili passaggi e congiunzioni altrimenti impensabili. Immagine concreta del simbolo, il ponte rimanda a ciò che l’uomo ha imparato a costruire per superare la condizione dolorosa e paralizzante di scissione e isolamento tra sé e l’altro.
Il senso del crollo del ponte di Genova è questo, e ci riporta alla separazione, al pericolo, alla paura. Tutti.
Adesso, da qualsiasi parte andremo, ogni volta che attraverseremo un ponte penseremo che, forse, la manutenzione dei beni che appartengono alla collettività viene prima dei nostri proclami, della nostra indignazione, dei nostri attestati di appartenenza ad un partito o ad un gruppo. Servirà ragionare in termini di responsabilità, non di rottura, perché se rompiamo, di ponti ne facciamo saltare ogni giorno. Senza essere Morandi, che oltretutto ha avuto il solo grande torto di creare un tappeto volante, ma senza manutenzione non volano i tappeti, e neppure le idee.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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