Gio. Giu 20th, 2019

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Due eticisti nel Palazzo, divorzio col botto tra De Magistris e Narducci

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È sicuramente un cedimento all’oleografia, dire che il divorzio consumato nella giunta comunale di Napoli tra il sindaco ex pm e l’assessore ex pm, col contorno di accuse che invocano i “sentimenti” traditi, era un segreto di Pulcinella. E si è consumato infine con toni teatrali e struggenti, lasciando però dietro sé l’odore acre dei veleni e del rancore. “Anche in politica i sentimenti contano - commenta il sindaco arancione de Magistris -. Voglio allora iniziare da questi. Sono deluso e dispiaciuto sul piano umano della decisione e della modalità con cui l'assessore Pino Narducci ha deciso di lasciare il suo incarico in Giunta”.
Narducci
di Mauro Maffei

NarducciÈ sicuramente un cedimento all’oleografia, dire che il divorzio consumato nella giunta comunale di Napoli tra il sindaco ex pm e l’assessore ex pm, col contorno di accuse che invocano i “sentimenti” traditi, era un segreto di Pulcinella. E si è consumato infine con toni teatrali e struggenti, lasciando però dietro sé l’odore acre dei veleni e del rancore. “Anche in politica i sentimenti contano – commenta il sindaco arancione de Magistris -. Voglio allora iniziare da questi. Sono deluso e dispiaciuto sul piano umano della decisione e della modalità con cui l’assessore Pino Narducci ha deciso di lasciare il suo incarico in Giunta”. Questo perché dopo settimane di gelo a Palazzo San Giacomo, Pino Narducci (foto), ex pm anticamorra, che da tempo disertava le sedute di giunta, lamentando in privato un “isolamento”, ha sancito l’addio alla squadra del sindaco ex collega. Con il quale un anno fa si era autocandidato come assessore, “con un sms”, come ha rimarcato de Magistris. Aggiungendo che Narducci fece quel passo anche a causa di “difficoltà in magistratura”. Vale a dire la delusione per un mancato avanzamento di carriera, che uno dei più brillanti pm della Dda, titolare anche dell’accusa al processo Calciopoli, riteneva di meritare. Dettagli rivelati in pubblico dal sindaco della “rivoluzione arancione”, ma assai sgraditi a Narducci, assessore alla Sicurezza. “Le difficoltà in magistratura non le ho avute certo io”, ha spiegato Narducci a persone vicine, replicando con amarezza a quelle frasi, e richiamando alla memoria i burrascosi precedenti disciplinari di de Magistris al Csm, all’apice della guerra tra le procure di Salerno e Catanzaro, seguita alle indagini Toghe Lucane e Why Not. Un passato che fece scalpore mescolato ad un presente di progressivo scollamento umano e politico tra i due. Un fossato scandito da alcune delle tappe più tortuose dei primi 12 mesi della giunta de Magistris. Narducci inizia a smarcarsi al tempo della cacciata di Raphael Rossi, ex presidente della municipalizzata dei rifiuti Asìa, chiamato a Napoli dopo un’epopea da manager incorruttibile in Piemonte. La giunta, escluso il vicesindaco Sodano, apprende dell’epilogo a giochi fatti, e allo stesso tempo è informata di pressioni per assumere 22 ex lavoratori precari del Consorzio di bacino Napoli 5, a cui Rossi si oppone. Delle assunzioni poi non se ne farà più nulla. Poche settimane dopo il bis: l’internalizzazione dei 350 ex dipendenti di Lavajet e Docks, altre aziende appaltatrice della raccolta, pronti ad entrare all’Asìa. Narducci si mette di traverso, ma le assunzioni vanno in porto senza concorso. “Subappaltare servizi a Lavajet e Docks Lanterna costava all’Asìa 40 milioni annui, ora si risparmierà molto” è la motivazione filtrata dalla giunta. E infine la madre di tutte le battaglie tra Narducci e de Magistris: l’eterno ritorno di Alfredo Romeo, imprenditore già coinvolto in Tangentopoli, leader del mercato immobiliare, prescritto in Cassazione, dopo condanne in primo e secondo grado, per la corruzione con cui ottenne il suo primo appalto (1989) per gestire il patrimonio immobiliare del comune di Napoli, condannato a due anni in primo grado per un’altra corruzione e oggi a processo in appello, perché la Procura di Napoli ne ha chiesto la condanna a quattro anni dopo l’assoluzione in primo grado per l’inchiesta Global Service, su presunti appalti “su misura” da parte della vecchia amministrazione comunale, stipula un accordo transattivo con Palazzo San Giacomo perché vanta crediti per 43 milioni di euro, estendendo il negoziato al progetto dell’”Insula”’, per la riqualificazione dell’area di via Cristoforo Colombo, tra piazza Municipio e il Varco dell’Immacolatella, dove c’è anche un albergo di Romeo. Narducci è stato l’unico a non votare l’accordo. “Sulla vicenda della transazione con la Romeo spa, abbiamo registrato anche il suo contributo alla stesura dell’atto deliberativo, nato con lo scopo di sfruttare al meglio il rapporto ereditato con il gestore – spiega de Magistris, parlando dell’assesore dimissionario -. Le sentenze definitive, infatti, condannano il Comune al pagamento dei crediti. Si è dunque cercato l’accordo per far in modo che la Romeo incentivasse la vendita del patrimonio immobiliare consentendoci di ottenere la liquidità necessaria da impegnare negli investimenti, in un quadro politico nazionale che vede gli enti locali drammaticamente penalizzati dai tagli del governo”. Frasi accompagnate a giudizi impietosi sull’ex collega. “L’ho scelto, infatti, perchè garantisse a questa amministrazione di essere totalmente impermeabile al crimine organizzato e alla corruzione – afferma il sindaco -, lavorando sul tema dei contratti e delle gare, terreno in cui da sempre si annida il rischio del malaffare e che alimenta il circuito criminale. Su questo tema, quello che doveva essere il suo principale campo di intervento, non ho potuto registrare un significativo contributo da parte sua, tanto che personalmente sto operando per introdurre cambiamenti fondamentali su tale fronte e, ad oggi, l’ho fatto senza il suo apporto”. Accuse non isolate. “Molto, inoltre, avevo investito sul ruolo di Narducci in merito alla lotta all’evasione fiscale per favorire la riscossione tributaria – aggiunge il primo cittadino-, attraverso una sinergia fra il suo assessorato e la polizia municipale. Nessuna proposta politica rilevante anche da questo punto di vista”. De Magistris ripercorre i nodi del rapporto con Narducci, e spara altre bordate: “Si tratta di provvedimenti presi sempre nel rispetto della legge, rispetto a cui questa amministrazione non prende e non prenderà mai da nessuno lezioni “ex cathedra”, soprattutto tenendo conto che la legalità non si strumentalizza a fine politico ma si pratica nell’interesse collettivo”. L’ormai ex assessore inoltre “voleva gestire in proprio la sua immagine”, prendendo però “le distanze dagli atti approvati a mezzo stampa”. E perfino che si “accanisse sui più deboli”, nella sua politica di tolleranza zero verso gli ambulanti abusivi e il degrado dell’area della stazione centrale. Un’invettiva pesante, piovuta contro uno storico esponente di Magistratura democratica. Che per adesso non ha risposto pubblicamente. Ma questo divorzio farà rumore, e non finirà qui.

1 thought on “Due eticisti nel Palazzo, divorzio col botto tra De Magistris e Narducci

  1. Mi pare che questo articolo si colleghi bene al problema affrontato da Marco De Marco sul Corriere del Mezzogiorno (http://vedinapoli.corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/articoli/2012/06/soldi_e_morale_monti_dice_ma_n.html), nonché al commento riportato sul tema dal prof. Salvatore Prisco, che così scrive:
    L’economia è in Germania ancora un ramo della filosofia morale, dice Monti. Lì in poco più di vent’anni hanno sostanzialmente riunificato un Paese la cui parte orientale era economicamente distrutta. Lì, aggiungo io, cacciano un brillante, giovane ministro di sicuro avvenire politico perché scoprono che ha copiato la tesi di dottorato. Vogliamo vedere qui? Dello stato dell’università taccio, altrimenti mi verrebbe un travaso di bile (eppure quello dell’economia della conoscenza – che sia però qualificata sul serio – è il vero e solo valore aggiunto. Come dico ai ragazzi: “In tempi di crisi non cercate raccomandazioni e non copiate la tesi, ma puntate solo su voi stessi, essendo responsabili. Non è più tempo di lauree albanesi”). Continuo invece su altro piano: c’era una volta la poi vituperata Casmez, il cui spirito iniziale non era peraltro malvagio. C’è stato dopo il pozzo senza fondo dei flussi di denaro a prescindere dall’utilità che l’investimento avesse, per sostenere spesso reddito parassitario o debole (leggi: assistenzialismo e clientelismo). Certo che occorre spesa pubblica, come ci ha insegnato Keynes, ma selettiva e con controlli occhiuti su a chi va, quanto rende l’esborso, a che cosa serve davvero. Non cioè per inutili parate di regatanti, non per finanziare l’arte al servizio laudativo del padrone di turno, non per i megaconcerti di Elton John al Plebiscito e aggiubgi tu cattivi esempi a tuo libito. Non insomma per le solite feste, farina e per gli annunci di forca, ai quali peraltro non crede nessuno. Qualcuno qui ricorda la formula del “familismo amorale”, citando Banfield. E’ ben detto. Finché però la famiglia (camorra, mafia imprenditrice,
    ‘ndrangheta) continuerà a prosperare, per i meridionali onesti fare ad esempio impresa o fornire servizi, pagandoci le tasse e traendone legittimo profitto, sarà come disputare una partita di calcio in nove contro undici, con le mani legate e con l’arbitro contro. A proposito, i moralisti intanto si autocannibalizzano: dopo quello dell’Asìa, anche “Narducci se n’è ghiuto e suli ci ha lassato” e De Magogis reagisce come Togliatti con Vittorini. Tornerai sull’argomento, o nobilmente glisserai, tu che avevi visto lontano? Citerai il “parce sepulto”, insomma? Come dice un mio studente estroso, “la ribboluzione arancione sta finendo come i dieci piccoli indiani di Agatha Christie”.

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