Troppi giornalisti precari, avanti tutta con l’equo compenso

Il dibattito suscitato dalla nostra inchiesta sulla crisi dell’editoria cosiddetta “tradizionale” ha acceso i riflettori sulle possibili cause, sottese alla fredda ma innegabile realtà dei numeri negativi di vendite e ricavi pubblicitari della carta stampata, a cui fa da contraltare l’ormai inarrestabile esplosione del web.
C’è chi, come Francesco Prisco, ha messo l’accento sul forte condizionamento di pochi grandi gruppi. “Di editori puri non ne esistono – dice il giornalista e scrittore – ecco perché nel nostro Paese non esiste un grande giornale che non sia portavoce di interessi di parte. Politici ed economici”. E anche Internet, che si vorrebbe strumento libero per eccellenza, secondo Prisco “diventa ancora più potente quando a usarlo sono i grandi gruppi”.
C’è chi, come Alfonso D’Alessio, punta l’indice contro l’omologazione dei contenuti dei quotidiani che, nel tentativo di rincorrere quello che chiama il “gossip” ossia un certo (cattivo) gusto di massa, hanno sacrificato l’informazione di qualità.
Tutto vero. “Una stampa cinica e mercenaria – diceva Joseph Pulitzer in tempi assolutamente non sospetti – prima o poi, creerà un pubblico ignobile”. Anche una stampa iniqua, aggiungiamo noi, che pratica esclusivamente una politica di “cost cutting”, che non investe sulla qualità dei giornalisti, che sottopaga (e sfrutta) sistematicamente chi con il suo lavoro le assicura linfa quotidiana praticamente pro bono.
È emblematica in tal senso la vignetta del Coordinamento dei giornalisti precari della Campania (www.giornalistianticamorra.org) che contrappone due “monete” di peso ben diverso: da un lato la medaglia d’oro che va al vincitore del Premio Pulitzer nella categoria del giornalismo di pubblico servizio e dall’altro i due euro che un giovane giornalista italiano riceve come compenso per un lancio di agenzia.
Perché è questo il tragico stato dell’arte della categoria. E lo è in tutte le regioni d’Italia, come viene evidenziato dai numerosi Coordinamenti dei precari che si stanno rimboccando le maniche da nord a sud del Paese per sollecitare l’approvazione della proposta di legge sul cosiddetto “equo compenso”, attualmente bloccata al Senato, che prevede la mancata erogazione dei contributi pubblici agli editori che non rispettano retribuzioni congrue per i giornalisti precari e freelance, che sono ormai la maggioranza della categoria.
Nel mondo dell’informazione, infatti, collaboratori e freelance con contratti di lavoro autonomo o parasubordinato sono ormai il doppio dei giornalisti con contratto da lavoratore dipendente, con retribuzioni che vanno dai 2 ai 12 euro ad articolo ed un reddito medio inferiore ai 7.500 euro all’anno, a fronte di quasi 60mila euro medi per un redattore ordinario regolarmente contrattualizzato.
Quale informazione di qualità può mai essere prodotta con giornalisti precarizzati, poco pagati e con scarse prospettive professionali (per non dire esistenziali!) e come tali facilmente ricattabili e condizionabili?
La politica che sposa (?) la nobile causa si affanna a dichiarare che “il precariato del giornalismo è una minaccia per la democrazia” perché mina il diritto dell’opinione pubblica ad una corretta informazione. Ma intanto, a dodici anni dall’approvazione della legge 150 sulla informazione e comunicazione della Pubblica Amministrazione, niente ha fatto neanche per regolarizzare la posizione dei circa 2.000 giornalisti che sono stati contrattualizzati negli uffici stampa pubblici.
“Ma almeno i giornalisti pubblici uno stipendio ce l’hanno” è il commento che serpeggia tra i precari più precari, in barba alla solidarietà tra colleghi che pure è un cardine della Carta di Firenze, la nuova carta deontologica che mira a porre un primo argine allo sfruttamento indiscriminato. E mentre in varie regioni – Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lazio – Associazioni regionali di stampa, Ordini e Coordinamenti dei precari stanno spingendo le forze politiche per impegnare Consigli e Giunte regionali a sollecitare l’approvazione della proposta di legge sull’equo compenso, il Consiglio regionale della Campania ha appena approvato all’unanimità la proposta di legge “Norme per il comparto del lavoro autonomo in favore dei giovani professionisti”, strumento che vuole agevolare l’accesso e l’esercizio della professione per chi è iscritto da meno di 5 anni a un albo e vive condizioni di disagio economico.
A promuovere la legge è stata, all’incirca un anno fa, la Rete dei Professionisti che raccoglie ingegneri, psicologi, commercialisti, avvocati, architetti ed appunto giornalisti. Un esercito di oltre 250mila lavoratori, per i quali il nuovo strumento di legge ha per ora a disposizione una riserva di fondi di circa 600mila euro tra borse di studio, incentivi all’attività di collaborazione di studi associati tra giovani professionisti, sostegno ai tirocinanti.
Res parva ma almeno la strada è quella giusta.

Vera Arabino

 

redazioneIconfronti

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