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Troppi luoghi comuni, non basta aumentare l’Iva

Troppi luoghi comuni, non basta aumentare l’Iva

Non c’è nulla che sia più ingiusto
quanto far parti uguali fra disuguali (Don Lorenzo Milani)

di Pietro Ravallese

La sterilizzazione dell’aumento dell’Iva anche nella scorsa manovra finanziaria ha impegnato gran parte delle risorse e cioè circa i ¾ di quelle complessive. [1]

Non si è fatto in tempo a risolvere la questione per il 2017 che già si parla di cosa potrà accadere nel futuro prossimo.[2]

Complessivamente sono stati messi sul piatto oltre 18 Mld per evitare l’aumento dell’Iva. [3]

A conti fatti stiamo parlando di una cifra molti vicina ai tagli degli investimenti statali in questi anni favore della crescita, dello sviluppo e dell’occupazione ridottisi in questi ultimi 8 anni di 18,6 Mld. [4]

Intanto a livello europeo l’argomento IVA sarà all’ordine del giorno per un‘adeguamento della normativa rispetto sia al tema del commercio elettronico che a quello delle frodi, costate lo scorso anno all’europa oltre 151 Mld. Sarà l’occasione da parte della commissione di intervenire sulle norme che disciplinano attualmente la facoltà degli Stati membri di stabilire le aliquote IVA. [5] Prospettiva, questa ribadita nel programma di lavoro della commissione per il 2018. [6]

Tra i lavori preparatori di queste iniziative future della Commissione in materia di Iva il Parere del Comitato economico e sociale europeo ( Cese ) [7] al penultimo capoverso suggerisce “Nel quadro della rifusione della direttiva IVA si potrebbe esaminare la possibilità che singoli Stati membri applichino aliquote IVA maggiorate per i prodotti di lusso, e valutare, in tal caso, quali norme debbano essere applicabili”.

 Il dibattito su questa possibilità di aliquote superiori [8]nei singoli stati non è stato opportunamente sviluppato e dinanzi al massiccio impiego di risorse pubbliche per la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva è il caso di riprenderlo.

Elenco delle aliquote IVA in vigore negli Stati membri UE con evidenza dei paesi con aliquota normale e/o minima superiore a quella italiana[9]
Stato membro Codice paese Aliquota normale Aliquota ridotta Aliquota minima Aliquota speciale
Austria AT 20 10/13 13
Belgio BE 21 6/12 12
Bulgaria BG 20 9
Cipro CY 19 5/9
Repubblica ceca CZ 21 10/15
Germania DE 19 7
Danimarca DK 25
Estonia EE 20 9
Grecia EL 24 6/13
Spagna ES 21 10 4
Finlandia FI 24 10/14
Francia FR 20 5,5/10 2,1
Croazia HR 25 5/13
Ungheria HU 27 5/18
Irlanda IE 23 9/13,5 4,8 13,5
Italia IT 22 5/10 4
Lituania LT 21 5/9
Lussemburgo LU 17 8 3 14
Lettonia LV 21 12
Malta MT 18 5/7
Paesi Bassi NL 21 6
Polonia PL 23 5/8
Portogallo PT 23 6/13 13
Romania RO 19 5/9
Svezia SE 25 6/12
Slovenia SI 22 9,5
Slovacchia SK 20 10
Regno Unito UK 20 5

Ogni paese ha un’ aliquota normale, che si applica alla maggior parte delle forniture. Questa non può essere inferiore al 15%.

 Le aliquote ridotte (massimo 2) possono essere applicate ad un tipo limitato di vendite e normalmente non possono essere inferiori al 5%.

 Alcuni paesi applicano un’aliquota inferiore al 5% chiamata aliquota minima su alcune vendite.

32-flags-states-european-unionIn questo contesto, con l’Europa che si accinge a mettere mano alle aliquote Iva e l’Italia che ogni anno si trova a fare i conti con la clausola di salvaguardia, è il caso di riflettere sul parere espresso dal CESE nel Luglio 2016 per evitare che le famiglie italiane siano costrette a sopportare in egual misura un tale provvedimento.

Non sarebbe una novità assoluta visto che sui beni di lusso l’Iva negli anni 90 era al 38%.[10]

Diversificare l’eventuale aumento dell’Iva significa prendere consapevolezza che la leva fiscale nei prossimi anni dovrà essere uno strumento importante per redistribuire la ricchezza, sostenere gli investimenti, ridurre le disuguaglianze, rilanciare i consumi. Ogni punto di aumento tra aliquota ordinaria ed agevolata vale 6 Mld. di euro e questi non possono gravare allo stesso modo su tutti i beni e dunque i corrispondenti consumatori, infine occorre intensificare l’impegno per l’evasione fiscale dell’Iva che costa allo stato italiano circa 40 Mld l’anno. [11]

Al contrario un aumento tout court, generalizzato, peserebbe sulle famiglie annualmente per un valore stimato tra 662 e 922 [12] con il rischio di contrazione dei consumi e delle attività specie per piccole e medie imprese.

Contestualmente alla discussione intorno all’aumento dell’Iva è opportuno entrare nel dettaglio delle tabelle e delle corrispondenti aliquote rilevando che in alcuni casi l’Iva su determinati beni e servizi non è coerente col bisogno collettivo di introiti e di spesa pubblica.

Ci sono determinati ambiti su cui occorre far emergere le diverse opportunità che in esse si celano per l’intero sistema paese riducendo contestualmente specificità e privilegi.

Si pensi ad esempio al turismo specie quello nei servizi alberghieri di standard superiori, di lusso ed extralusso o ai flussi turistici internazionali [13], si pensi al commercio dei diamanti e dell’oro [14] o alle auto, alle moto ed alle imbarcazioni di lusso [15]. Sono solo alcuni ambiti ed esempi su come è possibile un ripensamento particolareggiato sulle aliquote Iva.

Si può depotenziare l’impatto sulle famiglie dell’aumento dell’Iva accompagnandolo con:

  • Revisione ed ammodernamento delle tabelle dei beni e dei servizi a cui si applicano le diverse aliquote;
  • Previsione di aliquote superiori per particolari categorie di beni e dunque di consumatori;
  • Sostegno delle dinamiche salariali a partire dal rinnovo dei contratti:
  • Adeguamento delle pensioni minime;
  • Riduzione del cuneo fiscale;
  • Inasprimento rispetto all’evasione dell’Imposta sul valore aggiunto;
  • Sterilizzazione dell’aumento a favore di 1,6 milioni di famiglie italiane in condizioni di povertà;
  • Provvedimenti specifici per la piccola e media impresa;
  • Utilizzo delle risorse non utilizzate per la sterilizzazione impiegandole in chiave realmente espansiva per investimenti in spesa pubblica e sostegno ai consumi azzerando il taglio del 35% di investimenti registrato negli ultimi 8 anni.

La redistribuzione fiscale ed i trasferimenti statali da soli non ce la fanno a risolvere le disuguaglianze se non si interviene all’interno del mercato. Vale anche il contrario. La riduzione delle disuguaglianze deve essere affrontato tanto sul versante del modello economico e negoziale quanto su quello delle politiche fiscale.

Per ogni punto di riduzione della disuguaglianza di genere si produce un effetto sulla crescita economica dello 0,2% ( Christine Lagarde Fondo Monetario Internazionale)

 Negli ultimi decenni il mercato è stato attraversato da dinamiche che hanno incrementato notevolmente i livelli di disuguaglianza che in esso si creano e il rischio di povertà. Da qui l’evidenza che vadano promossi interventi anche in grado di incidere sul funzionamento dei mercati e in particolare sui meccanismi che conducono alla formazione dei redditi primari ( Istat Rapporto annuale 2016)

 A titolo esemplificativo rispetto alla situazione americana la riduzione dal 20% al 15% della quota di reddito, nelle mani dell’1% più ricco della popolazione farebbe crescere la domanda aggregata di un punto percentuale, e con la disoccupazione intorno all’8,3% all’inizio del 2012, uno spostamento di reddito di questo genere avrebbe potuto far scendere il tasso di disoccupazione quasi al 6,3% ( Stime premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz riportate di Floriana Cernaglia in Aggiornamenti sociali )

[1] Audizione Uil Presso Commissioni Bilancio – 6 Novembre 2017

[2] La matassa elettorale ed il nodo Iva

[3] Il Sole 24 Ore 31 Ottobre 2017

[4] Cgia Mestre 14 Ottobre 2017

[5] Verso uno spazio unico Europeo dell’Iva 4 Ottobre 2017

[6] Programma di lavoro della Commissione Europea del 24 Ottobre 2017

[7] Parere Cese 13 Luglio 2016

[8] Fiscalità Unione Europea

[9] Dati Dicembre 2017

[10] Repubblica 29 Luglio 1992

[11] Corriere della Sera 18 Aprile 2017

[12] Unimpresa

Codacons

Confocommercio

[13] Osservatorio nazionale del turismo

[14] Club degli Orafi

[15] Sbilanciamoci Pg. 13

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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