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Turismo balneare? Sì, ma al Cilento proprio non basta

Turismo balneare?  Sì, ma al Cilento proprio non basta

Proponiamo dal numero di luglio de Il Paradosso, la rivista per la promozione dello sviluppo edita dalla Fondazione Alario per Elea-Velia onlus, l’articolo del professor Livio Rossetti sui limiti attuali dello sviluppo dell’area cilentana e sulle concrete possibilità di invertire la rotta, a partire da un nuovo corso del turismo.

di Livio Rossetti

Il prof. Livio Rossetti

Il prof. Livio Rossetti

È particolarmente difficile ragionare di cultura. Sappiamo tutti per esperienza che le occasioni per capire se abbiamo a che fare con una persona colta oppure no, con una persona che ha alle spalle preparazione ed esperienze di lungo corso oppure no, saltano fuori piuttosto facilmente. Al confronto è più facile capire questo che non capire se, chi ci parla di luoghi lontani e di lingue a noi ignote, vanta delle conoscenze effettive oppure è un venditore di fumo. Però la cultura è, per sua natura, una realtà sfuggente. Di conseguenza, quando si parla di cultura, è oltremodo facile dire delle banalità ed è oltremodo difficile non dirne.

Una volta mi spiegarono che la cultura è ciò che ti rimane quando hai dimenticato quasi tutto quello che hai letto. Mi era sembrata una bella definizione, ma poi mi sono convinto che non lo è. Infatti è pur vero che la cultura è ciò che rimane, ciò che hai capito e, soprattutto, ciò che sei capace di capire in base alle esperienze che hai fatto durante anni. Senonché tutti facciamo del nostro meglio nel destreggiarci tra le opportunità e gli inciampi della vita di ogni giorno, e lo fanno sia coloro che si ritengono persone colte sia coloro che pensano di non essere colti. Perciò dire questo non aiuta a capire che cosa sia la cultura, che cosa la distingua.

D’altra parte chi è così sciocco da presentarsi dicendo di sé “io sono una persona colta” oppure “io no, non sono una persona colta”? E quale sarebbe l’unità di misura in base alla quale stabilire se tu sei o non sei colto? Per questo dicevo poco fa che la cultura è una realtà strana, effettiva ma quanto mai sfuggente. Per arrivare a capire che la cultura è importante non ci vuole molto, ma dire cose sensate (non delle banalità) sull’argomento è proprio difficile.

Queste sono osservazioni di carattere generale. Le ho concepite come una sorta di antipasto, prima di passare a parlare della cultura in un senso particolare: la cultura intesa come risorsa economica, la cultura che produce ricchezza. L’argomento è molto diverso e vale la pena di soffermarsi a ragionarne.

Prenderò il discorso un po’ alla lontana. Siamo europei e italiani, sappiamo che il turismo verso l’Europa, e l’Italia in particolare, non dipende solo dai prezzi, dalla vastità della rete dei collegamenti aerei, stradali e autostradali, dalla bellezza delle nostre spiagge o dalla simpatia che si dice sia una caratteristica di noi italiani. Un’altra potente attrattiva è data dai cosiddetti beni culturali, dal patrimonio artistico, dalla storia di cui le nostre terre sono oltremodo ricche, dalle tracce del nostro passato, anche remoto, perché da noi queste tracce si vedono quasi dappertutto, sono fitte fitte, e non è come in altri continenti dove invece sembra che l’edificio più antico possa avere appena uno o duecento anni. Giustamente si dice, perciò, che il nostro paese investe poco in cultura e non si preoccupa di presentare al meglio i siti monumentali. Anzi, spesso si arriva a dire, come sapete, che il nostro paese non “sa vendere” l’ineguagliabile patrimonio storico, culturale, artistico di cui è dotato. E altre volte accade di sentir dire che, se da noi ci fossero gli americani, loro sì che saprebbero fare i soldi con i nostri beni culturali.

Ci dovrebbe essere del vero in questo. Anzi, diciamo pure che c’è del vero. Altrimenti l’anno scorso il principale quotidiano economico del nostro paese, il Sole24ore, non avrebbe intrapreso una vasta campagna per argomentare che la cultura è in grado di rendere, sa produrre ricchezza, è un fattore di sviluppo, e dunque investire in cultura conviene. A pensarci bene, questo è del tutto ovvio. Il Colosseo e i resti di alcuni templi monumentali situati a Paestum, gli scavi di Pompei e la Torre di Pisa, i Michelangelo di Firenze e il Raffaello del Louvre non attirano forse i visitatori addirittura a milioni? A volte sfugge che la nostra economia è fatta anche dall’industria culturale, con i suoi professionisti della promozione del prodotto culturale, e ce lo dobbiamo ricordare molto bene.

Solo che non tutto funziona come potrebbe funzionare. Faccio un solo esempio.

Quella che vedete è parte di una antica iscrizione dei tempi dell’imperatore Costantino che risale ad appena più di 1700 anni fa. Di analoghe antiche iscrizioni su pietra, con scritte in greco o in latino, è piena l’Italia. Nel 99% dei casi uno guarda, non capisce e passa oltre. Chi come me sa un po’ di latino guarda, prova a capirci qualcosa, poi rinuncia e passa oltre. Ma questa è una follia italiana! Perché mai? Perché ci sono gli specialisti di queste cose (gli epigrafisti) e il buon senso inviterebbe a mettere in piedi una mobilitazione congiunta per ottenere che un numero crescente di iscrizioni su pietra fosse corredato da apposito cartoncino, posto accanto all’oggetto in pietra, e che il cartoncino fornisca, in almeno due lingue, le spiegazioni più ovvie: trascrizione, traduzione, chi è il personaggio, in che epoca siamo, a chi si allude.

In tal caso un visitatore su due probabilmente si soffermerebbe curioso e la sua curiosità verrebbe appagata; la pietra tornerebbe ad aver valore; di conseguenza chi la possiede ha interesse a spendere qualcosa per far allestire queste cartelline. Ma poi ci sono i professori di epigrafia che potrebbero assegnare a ogni loro studente una di queste iscrizioni dicendogli “facci la tesi e porta una sintesi della tua tesi al direttore del museo, al parroco, al sindaco. Poi magari mi si fai parlare e vedrai che qualcosa ci fanno”. Sarebbe il modo più semplice per far bene il mestiere di prof di epigrafia valorizzando i propri studenti.

Provo a lavorare un po’ di fantasia. Mia figlia e alcuni suoi amici hanno predisposto ognuno una scheda per spiegare altrettante scritte su pietra che si trovano, poniamo, in angoli diversi di Napoli. Ma noi abitiamo a Vallo, a Roccagloriosa, a Casal Velino: non ci sono scritte analoghe pure dalle nostre parti?

Questo non sarebbe solo un “fare cultura”, sarebbe anche un “fare prodotti culturali”, promuovere il turismo con i fatti, in modo durevole e in maniera economicamente compatibile. Anche perché accanto al turismo di massa c’è il turismo dei buongustai, quello dei turisti esigenti che vanno a cercare non le cose viste da milioni di persone ma le cose rimaste un po’ in disparte perché, pensano, non dà gusto ritrovarsi sempre con una marea di persone accanto, fare la fila pure ai servizi igienici eccetera. Dopotutto, se vai a vedere ciò che vedono tutti continui a non essere nessuno, invece se vai a vedere ciò che gli altri trascurano, e lo noti, e lo sai apprezzare, beh, poi qualcosa ti rimane: se non altro ti rimane la soddisfazione.

Di modi di promuovere il turismo culturale con i fatti e in forme economicamente compatibili ce ne sono molti altri. Non proverò certo a fare un elenco. Non voglio nemmeno fare esempi, se non altro perché svariati esempi li ho portati nell’articolo apparso un mese fa su questa stessa rivista. Mi pare più appropriato osservare che il turismo culturale è di due tipi: da un lato c’è il monumento spettacolare, che sa innescare un implacabile turismo di massa; dall’altro c’è il bene culturale sofisticato, come per esempio Elea, che sa essere ugualmente un grande attrattore, perché ci sono categorie di persone che si recano ad Elea come altri si recano a Santiago di Compostela, cioè in pellegrinaggio.

Il ragionamento da fare è semplice: Elea è significativa per certe categorie di persone (inclusi però gli studenti di liceo, che non sono esattamente quattro gatti, e i loro professori) ed è logico attrezzarsi per servire non genericamente i bagnanti (che spesso sono un po’ troppo distratti) ma questa categoria che sappiamo che risponde. I non pochi passi già fatti in questa direzione si devono considerare solo un inizio, perché non poco resta da fare. Per esempio sappiamo che la presentazione dell’area archeologica ai visitatori viene fatta senza nessuna particolare attenzione per i filosofi di Elea (in questo caso Parmenide: per brevità rinviamo ancora una volta al precedente articolo) e per Eleatica. È un grossolano errore e questo errore non manca di recare danno al territorio. Ma gli abitanti della zona lo sanno? I commercianti della zona se ne rendono conto? Sarà il caso di farci mente locale, io credo.

 

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